Davvero la Gran Bretagna non è altro che il cagnolino europeo di Bush?

Articolo pubblicato il 15 ottobre 2002
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Articolo pubblicato il 15 ottobre 2002

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E’ venuto il momento di tracciare una linea netta fra come la pensa Tony, e quel che la maggior parte dell’opinione pubblica inglese ritiene debba esser fatto.

Da quando George W. Bush ha iniziato a coltivare la sua retorica contro il regime di Saddam Hussein, minacciando azioni unilaterali, Tony Blair è sempre stato alle sue spalle. Ultimamente i due sembrano politicamente inseparabili, nonostante rappresentino due punti di vista opposti - almeno in teoria. Più vediamo Tony in azione, meno è possibile ritenerlo un socialista. Ovviamente, in pochi credono che Saddam Hussein sia una vittima innocente ed un obiettivo senza difesa dell’aggressiva politica estera americana. Ciononostante, in pochi credono anche che gli Stati Uniti abbiano ragioni valide per agire unilateralmente. Ci sono evidentemente motivi ulteriori – vedi il petrolio – per non agire all’interno dei meccanismi dell’ONU, motivi economici, come del resto vi erano stati durante l’ultima guerra del golfo. Eppure, il primo presidente Bush agì almeno con l'appoggio della comunità internazionale. Bush junior non agisce evidentemente con la stessa attenzione alla diplomazia del padre.

Blair giustifica la sua apparente cieca adorazione di George W. affermando di esser l’unico abbastanza vicino da metterlo al corrente sulle conseguenze a lungo termine della politica estera americana. La linea tenuta da Downing Street è quella per cui Tony, come amico vicino ed alleato più forte, stia nella posizione più favorevole per far sì che Bush veda la follia delle azioni che propone. A casa sua, Blair ha posto l’accento sul fatto che non sosterrebbe un attacco unilaterale all'Iraq. In qualche modo, queste promesse ed insinuazioni suonano un po’ vuote. È difficile immaginare i falchi di Bush soggiogati da alcuni consigli del buon vecchio Tony.

In Gran Bretagna viene espresso vero dissenso circa l'appoggio incondizionato al governo degli Stati Uniti, un dissenso che muove da ogni angolo. Blair sembra intrappolato in una perversa situazione in cui i suoi alleati più fidati siedono sul fronte opposto della Camera dei Comuni, accanto ai conservatori. L'opposizione politica più forte gli viene proprio dal suo partito. La settimana scorsa, il parlamento fu richiamato d’urgenza per discutere un dossier contenente le prove del pericolo immediato rappresentato dall’Iraq, che il Primo Ministro aveva presentato per garantirsi l’appoggio alla sua linea. Il dibattito che ne è conseguito non fu proprio d’elogio alle sue iniziative. Un gruppo di deputati laburisti hanno fatto pressione per esprimere una votazione, cosa che Tony Blair voleva accuratamente evitare, attraverso una mozione tecnica per chiudere la giornata assembleare. Questa stessa tecnica fu usata per fare cadere il governo Chamberlain durante la seconda guerra mondiale e per questo il suo utilizzo è estremamente significativo. Nel ‘53 i deputati laburisti votarono contro il loro governo. Nel partito laburista inglese del 2002 dove la disciplina di partito è severa, questo gesto svela un serio disaccordo. Nato anche all'interno del cabinetto di Blair allorchè il deputato Clare Short ha parlato apertamente contro il Primo Ministro. Ancora una volta, in un sistema politico in cui in cui la regola aurea per un gabinetto è la responsabilità collettiva (se una persona dice una cosa, tutti fanno lo stesso), ciò è il sintomo di una profonda spaccatura.

Quanto all’opposizione del pubblico, niente ha espresso la visione della gente comune in modo migliore della dimostrazione in massa fatta a Londra il 28 settembre, sotto lo slogan 'non attaccare l’Iraq'. La dimostrazione, organizzata dalla coalizione nazionale per fermare la guerra (“the National Stop the War Coalition ” ndt) e dal'Associazione Mussulmana Inglese ha riunito in corteo quasi 400.000 persone. Più di 300 vetture son venute da tutto il paese, puntando su Londra con i loro carghi di manifestanti per la pace. In rappresentanza non soltanto della classe politica, non soltanto dei londinesi ma anche della gente di ogni estrazione e di ogni regione. Tony Blair ha ricevuto una lettera firmata congiuntamente da più di 100 attori, scrittori ed artisti che esprimono la loro scontentezza. Il website della coalizione di per lo stop alla guerra ha fra i suoi sostenitori 21 abili parlamentari, 15 dei quali dello stesso Labour Party. Un sondaggio del Daily Mirror (un tabloid d’impronta laburista) condotto fra i suoi lettori ha fatto segnare un 91.7% contrario a far guerra all'Iraq. L'ultimo sondaggio realizzato da Channel 4 (uno dei cinque canali inglesi terrestri con campioni d’indagine più elevati) misura l’opposizione alla guerra attorno al 60%.

Naturalmente non tutti coloro cha hanno marciato sabato o che hanno risposto a questi sondaggi è contro la guerra per le stesse ragioni. Non tutti i manifestanti erano politici liberali in protesta contro uno stile di governo presidenziale che stava ignorando la volontà della sua gente. Molti protestano per l'affiliazione religiosa e culturale con il popolo iracheno, non in favore di Saddam. Un popolo che soffrirà le conseguenze di un’azione militare, come già in passato. Protestano per la paura quello che può accadere in tutto il Medio Oriente se Bush marcia sull'Iraq, gli effetti a lungo termine che questa azione avrà sulle relazioni tra Israele e la Palestina quando le truppe americane faranno i pacchi e se ne tornerano a casa, dopo aver raggiunto l’obiettivo di aver cambiato il regime.

Ciononostante, tutti quelli che hanno marciato e che han preso parte ai sondaggi sono membri dell’apparentemente democratica società inglese, e tutti condividono il timore del fatto che il loro diritto a esprimersi su se far andare o meno in guerra il proprio paese, sia stato ignorato dal loro Premier.

Nessuno sta contestando che non tutti nel Regno Unito siano contro l’azione militare in Iraq ma nessuno può fingere che il popolo abbia cieca fiducia nel comportamento di Tony Blair.

Quello che sta più preoccupando è ciò che molti chiamano il Blair 'eroico', un leader coraggioso e forte capace di restar fermo nel suo credo di fronte all'opposizione di così tanti. Il fatto che un leader democraticamente eletto dovrebbe discutere, riconsiderare e mediare per il compromesso le sue valutazioni almeno con il suo gabinetto, senza parlare poi del parlamento o del pubblico in generale, è un concetto che Blair e alcuni media britannici sembrano aver dimenticato. È difficile immaginare in questo clima, un candidato britannico capace di ascoltare veramente le preoccupazioni del suo elettorato durante una tornata elettorale e reagire di conseguenza, com’è accaduto nelle recenti politiche tedesche. L'élite politica inglese sembra suggerire come marchio per un buon leader, quello di ignorare le istanze di cautela attorno a sé, e dirigersi precipitosamente sulle proprie e, personali quanto arroccate, decisioni.

Forse uno dei pochi risultati positivi nella presa di posizione contro la leadership di Blair è l'incremento del numero di deputati grida l'ipocrisia della politica nostra e di quella americana. Un'arena prima riservata strettamente agli “estremisti di sinistra”. Ci sono almeno, alcune voci che si levano contro l’Inghilterra e gli Stati Uniti nel momento in cui cosotro han reso impraticabili le condanne dell’ONU contro Saddam, nel suo ultimo attacco chimico e riaffermando la propria condanna contro attacchi preventivi e unilaterali verso altri stati.

La vera tragedia di questa situazione non riguarderà la democrazia britannica o la validità delle norme internazionali, ma il trattamento delle migliaia di civili iracheni che già stanno patendo non solo per il fatto di vivere sotto il regime di Saddam, ma anche gli anni di bombardamenti militare inglesi e americani, le malattie causate dagli attacchi chimici precedenti e gli embarghi ONU che hanno proibito l'importazione di medicine. L'agonia e la sofferenza che queste persone affronteranno è ciò che dovrebbe principalmente balzare alla nostra attenzione.

Ciononostante, le azioni del 'Presidente' Blair hanno certamente provocato delle conseguenze sostanziali sul suo elettorato ed egli dovrà affrontare il fatto che, sotto il governo presente, la vera democrazia, del tipo che ci aspettiamo in Occidente e che tentiamo di esportare nelle altre parti del mondo, è sotto la minaccia più grave che potesse mai attendersi.