Dalle startup di Budapest con amore

Articolo pubblicato il 21 marzo 2016
Articolo pubblicato il 21 marzo 2016

Negli anni Novanta il tipico imprenditore di Budapest era un personaggio in ombra che teneva stretta una valigetta nella parte posteriore di una Mercedes nera e faceva affari perché conosceva le persone giuste. Oggi ci sono giovani che vivono e lavorano a Budapest facendosi chiamare imprenditori e che danno un nuovo significato al termine.

Scegli la vita. Scegli di non avere un posto di lavoro. Scegli di essere un cofondatore, un manager, un designer, un direttore di vendite, un funzionario di assistenza clienti, o tutte queste cose allo stesso tempo. Non scegliere la famiglia e gli amici, almeno per i prossimi anni. Scegli le albe e la tarda notte, la cena in contenitori di plastica e una scrivania in un ufficio ecologico. Scegli dei manifesti motivazionali, una bicicletta a scatto fisso e un Do What You Love inciso sulla tazza del caffè.

Scegli di discutere di marketing, di tappe intermedie e del capitale di rischio durante le tue serate. Scegli di andare in un vivaio di imprese, piuttosto che a una festa. Scegli un investitore. Scegli il rischio. Scegli l'applicazione giusta per misurare i livelli di stress…

Scegli di non avere una professione, ma qualcosa di molto diverso: una startup. Perché qualcuno dovrebbe scegliere questo? Nel cercare una risposta al nostro quesito, ci siamo incontrati con Bakó Zsolt, cofondatore di Colabs, uno spazio di coworking che riunisce più di 120 persone che lavorano in più di una dozzina di startup a Budapest.

«Ho studiato economia, ma ho capito abbastanza in fretta che non era per me. Volevo costruire qualcosa di nuovo e forte, così ho lasciato senza aspettare di ottenere il diploma. Negli anni successivi, mi sono iscritto a ogni tipo di corso universitario, ma la verità è che stavo lì senza far niente. Fronteggiare la vita da studente universitario mi ha permesso di vivere con un piccolo budget perché ero ancora in un dormitorio. I miei genitori erano felici. Sono stato in grado di sperimentare».

Nel 2008 Bakó trascorse 6 settimane negli Stati Uniti visitando San Diego e New York. È stato lì che ha scoperto il concetto di startup e di lavoro in uffici open space. «Il ronzio, la rapidità con cui le cose stavano accadendo e il fatto che le persone erano di una mentalità molto aperta ha contribuito ad essere un cambio di mentalità per me». Al suo ritorno a Budapest, Bakó creò un social network fai da te e iniziò ad organizzare incontri con persone del settore. In uno di questi ha incontrato i partner con i quali avrebbe lanciato Colabs.

«Abbiamo annunciato che stiamo pensando di affittare un appartamento. Avevamo calcolato che, se fossimo stati in grado di unire abbastanza gente, ciascuno avrebbe dovuto pagare una piccola somma di denaro come quota di adesione, e tutti avremmo potuto lavorare insieme imparando gli uni dagli altri. Abbiamo raccolto 15 persone e affittato un appartamento di 120 metri quadrati. Adesso, molti anni dopo, abbiamo una lista d'attesa di persone che vogliono unirsi a Colabs. Ora sono alla ricerca di un edificio di 600 metri quadrati per ospitare il nostro terzo ufficio».

Una delle principali ragioni del successo di Colabs è data dal fatto che nel corso degli ultimi anni diverse startup ungheresi come Ustream, Prezi e LogMeIn sono entrate nel mercato internazionale con prodotti attraenti e di successo e, allo stesso tempo, hanno attirato l'attenzione degli investitori stranieri. Attualmente la scena startup a Budapest è tra le più attive in Europa, alla pari con quella di Berlino e Londra.

Sinetiq, un software di sviluppo nel campo del neuromarketing, è la startup di David Ottlik, un'idea che cerca di analizzare e capire come le persone si sentono quando guardano a un annuncio, un programma televisivo o un film. L'azienda si trova nel secondo edificio Colabs, una costruzione del XIX secolo in mattoni rossi nel centro di Budapest, a pochi metri dal Danubio. L'edificio ospita una scuola, ma gli ultimi due piani sono stati messi a disposizione per gli spazi degli uffici. Manifesti in rosa e in giallo ti ricordano che «adesso è il momento giusto per avviare la tua azienda». Quando suona la campanella della scuola i bambini in uniforme bianca e nera si riversano urlando nei corridoi.

David si appassionò alle neurotecnologie mentre studiava architettura a Parigi. Un giorno visitò un laboratorio di neuromarketing e in cinque minuti si convinse che questo sarebbe stato il campo in cui voleva lavorare. Pur avendo ottenuto una borsa di studio per un master in Architettura a Barcellona, con voli e alloggio prenotati, buttò tutto quanto all'aria: adesso sta creando la sua quarta società. «Il modo migliore per conoscere lo startup system è quello di farne una! È per questo che costruisco società da quando ho 14 anni», dice David.

Orsolya Forster, project manager di Kitchen Budapest , è responsabile della creazione da zero di imprese. Kitchen Budapest, o KIBU, è un incubatore di imprese fondato nel 2007 e completamente sponsorizzato dalla Telecom ungherese. Qui è stata creata la più popolare startup ungherese, Prezi, fornitore di software di presentazione utilizzati da circa 60 milioni di utenti in tutto il mondo. Orsolya seleziona annualmente delle startup talentuose che poi riceveranno finanziamenti di 20.000 euro, un ufficio all'interno dello spazio coworking di KIBU, l'accesso a consiglieri e 6 mesi di tempo per trasformare la loro idea in un business.

«Devi essere un esibizionista,» dice Orsolya della qualità chiave necessaria per creare una startup di successo, «è importantissmo anche essere pronti a sacrificare vita personale, denaro e le relazioni. Conosco molte persone che prima del successo lavoravano costantemente 24 ore al giorno, tutti i giorni. Immagina di non poter vedere i tuoi amici per più di un anno e mezzo perché si è impegnati a scrivere un codice o a mettere insieme una strategia business».

I media, tuttavia, tendono a presentare una sola faccia della medaglia: leggiamo solo storie di diciannovenni che hanno creato il nuovo Facebook o il nuovo Airbnb, e sono diventati milionari nel giro di una notte. Questo, tuttavia, secondo Bakó di Colabs, è solo la punta dell'iceberg. Ogni anno il restante 99% delle persone non riesce a portare avanti la propria idea, ma nessuno racconta la loro storia perché semplicemente non interessa. «Ognuno cerca di creare il nuovo Google, ma in verità c'è solo un numero limitato di società che possono diventare così grandi. Ma non è così male: anche se non stai facendo milioni, puoi costruire un qualcosa di tuo, una tua squadra e trovare un senso in ciò che fai».

Proprio come sta facendo Abe Khan, un architetto dell'informazione, originario del Canada, e a Budapest da 10 anni. Ha creato works.io, un portfolio online per artisti. Gli venne l'idea mentre stava creando un sito per sua moglie, un'artista. Lei aveva costantemente bisogno di aggiungere nuovi dipinti on-line e Abe dovendo ampliare costantemente il codice, decise di creare uno spazio in cui questo poteva avvenire rapidamente e facilmente. Abe progettò works.io come un Linkdin per il mondo artistico e lo vede molto più come una storia di successo che un modo per arrivare a fine mese: «La mia startup mi dà un senso di appagamento. Mi fa sentire parte di qualcosa di prezioso, perché il mio lavoro sostiene gli artisti. Non sto creando altra spazzatura commerciale».

Qualunque sia il campo della startup, ciò che tutti questi giovani imprenditori hanno in comune è la fiducia nelle proprie idee e nella loro condivisione. Credono in se stessi e nelle loro squadre, nell'errore e nel fallimento come parte del gioco. Collaborano e fanno parte di un sistema pubblicitario che molte persone trovano fastidioso a causa della fantasia e degli eventi glamour, ma in realtà stanno facendo qualcosa di molto più importante. «La situazione nel nostro settore è la stessa di qualsiasi altro,» ha riassunto Orsolya, «ci sono persone che parlano di startup, e ci sono persone che fanno le startup. Noi siamo nella seconda categoria».

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei, finanziato dalla Commissione europea.