DALLE ELEZIONI EUROPEE A JUNCKER: CAMBIAMENTO O STATUS QUO?

Articolo pubblicato il 12 luglio 2014
Articolo pubblicato il 12 luglio 2014

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Cafébabel Bruxelles ha seguito la trasformazione del volto dell’Europa, dalle elezioni al Parlamento europeo fino alla nomina di Jean-Claude Juncker alla guida della presidenza della Commissione Europea.

L’UE è in marcia verso un vero cambiamento o sceglierà il conforto dello status quo

VENERDÌ 25 MAGGIO: ELEZIONI EUROPEE

Il nuovo Parlamento europeo è appena stato eletto. Oltre all’astensione (67%) che rimette ciclicamente in causa la legittimità democratica dell’Unione Europea, si constata una divisione politica Nord/Sud sempre più marcata. Numerosi Paesi del Sud dell’Europa – che hanno subito le misure d’austerità quali l’Irlanda, la Grecia, Cipro, l’Italia o il Portogallo – si sono espressi in favore della sinistra, mentre al Nord (Germania, Olanda, Polonia, Austria) sono stati premiati i partiti conservatori.

In Grecia, Syriza (GUE), il partito d’Alexis Tsipras, ha ottenuto il 26% dei voti. Risultato che ha confermato un certo rifiuto del partito socialista (PASOK) che, in perdita progressiva dell’elettorato, si era presentato sotto un altro nome, ELIA, riuscendo a ottenere solo l’8% dei voti. In Portogallo e in Italia, è il partito socialista che ha ottenuto il miglior score – il PD (Partito Democratico) italiano raccogliendo il 40% delle preferenze. Tra gli altri risultati da segnalare figura la vittoria euroscettica nel Regno Unito (26% dei voti per l’UKIP), quella dell’estrema destra in Francia (25% dei voti in favore del Fronte Nazionale) e l’importante progresso per esempio in Polonia del partito euroscettico, che ha conquistato 19 seggi diventando così il secondo partito del Paese. Si noti che per la prima volta in Francia i voti “bianchi” sono stati considerati validi e hanno raggiunto quota 500.000 circa. Tale risultato è in parte conseguenza delle numerose riforme dei sistemi elettorali, in particolare in Grecia, che miravano a favorire i partiti tradizionali (i voti “bianchi” erano automaticamente assegnati ai partiti che arrivavano in testa).

Se è vero che la progressione degli “estremi” traduce una rinnegazione dei grandi partiti tradizionali, la tendenza a fare di tutta l’erba un fascio si è rivelata essere parzialmente ingiustificata. La Sinistra Unitaria Europea ha infatti per esempio sostenuto un programma pro-europeo, al contrario degli euroscettici britannici o francesi. Ciò nonostante, numerosi analisti politici hanno messo in guardia contro tale avanzata estremista, di destra come di sinistra, asserendo il pericolo della minaccia euroscettica. Ma oltre alle differenze in termini di programma politico (dispositivi economici, sociali, immigrazione), la sinistra progressista propone delle soluzioni alla crisi di natura pro-europea. « To make change possible, we need to influence in a decisive way the life of ordinary people in Europe now. We want not only to reverse the direction of current policies, but also to extend the scope of public intervention and citizen engagement and participation in European policymaking and service design. We, thus, need to build the broadest possible social and political alliances», dichiara Alexis Tsipras in occasione della sua elezione come candidato alla presidenza della Commissione Europea il 24 aprile 2014.

Di tutt’altro tenore, il programma del Fronte Nazionale francese: «Se il popolo francese ci permette di vincere le elezioni il 25 maggio prossimo, il Presidente della Repubblica francese [François Hollande] non potrà ignorare il rifiuto della costruzione europea che sarà espresso. Le istanze europee saranno obbligate a mettere un freno a questa folle corsa», dichiarava Marine Le Pen a un mese dalle elezioni europee. E se i Francesi volevano dei cambiamenti politici a livello europeo, il voto frontista non li produrrà certo in questa direzione: «[…] invece di pesare di più, i Francesi si sono dati la zappa sui piedi; peseremo ancora meno », dichiara Jean Quatremer [corrispondente a Bruxelles per Libération] in un’intervista realizzata per Cafébabel Bruxelles. In effetti «votando FN, la delegazione francese non potrà più contare su 74 seggi europei su 571 ma su soli 50, perché i 24 deputati frontisti rifiutano ogni forma di compromesso, facendo così implodere il gioco della democrazia europea».

G7: FACCIAMO IL PUNTO SULL’ITALIA

Il 4 e 5 giugno scorsi si è tenuta a Bruxelles la riunione del G7 sull’Ucraina. Nulla o quasi filtra dalla riunione tenutasi a porte chiuse e i giornalisti di Cafébabel ne approfittano per intervistare il giornalista italiano Lorenzo Consoli sulle elezioni europee e la nomina del Presidente della Commissione europea.

L’Italia fa parte di quei paesi del Sud dell’Europa che hanno votato a sinistra. Matteo Renzi, da poco Primo Ministro, vede il suo partito raccogliere più del 40,8% dei voti. Il suo programma, improntato alle riforme e al rilancio dell’investimento, è terreno di prova della presidenza europea affidata all’Italia a partire dal 1° luglio 2014. «Ciò che Renzi propone», secondo Lorenzo Consoli, «è un’inversione di rotta: invece di fare dei piani di rilancio della crescita e continuare con l’austerità, piuttosto parlare d’austerità e rilanciare l’economia».

Forte di questo risultato, l’Italia vede la propria posizione rinforzata in seno all’UE e propone una politica diversa rispetto a Paesi come la Germania, l’Olanda, la Svezia o la Finlandia. Renzi chiede una maggiore flessibilità di bilancio, parla di rilancio e investimento, mentre la Germania, l’Olanda e la Finlandia vogliono che la regola del 3% sia effettivamente rispettata e dubitano dell’efficacia di un alleggerimento delle regole europee in materia di austerità. In questo inizio di presidenza italiana, Matteo Renzi impone la sua linea affermando così il suo peso politico.

CONSIGLIO DEL 24 E 25 GIUGNO: NOMINA DI JUNCKER ALLA PRESIDENZA DELLA COMMISSIONE

Dopo intense negoziazioni al Consiglio europeo, il nuovo Presidente della Commissione sarà designato sulla base dei risultati delle elezioni, come previsto e per la prima volta nel corso della storia delle istituzioni europee.

La nomina di Jean-Claude Juncker alla testa della Commissione viene confermata più di un mese dopo le elezioni grazie alla determinazione mostrata dal Parlamento Europeo a votare esclusivamente per i candidati che concorrevano ufficialmente al posto.

Descritto da José Manuel Barroso e Herman Van Rompuy come «un politico realista, appassionato d’Europa, che vanta una grande esperienza in materia di politica europea», i soli due rappresentanti che non hanno sostenuto la sua candidatura sono David Cameron (Regno-Unito) et Viktor Orban (Ungheria), essendosi schierati dalla parte di Juncker, sebbene in extremis, il Primo Ministro olandese, Marc Rutte, e lo svedese Fredrik Reinfeldt.

Jean-Claude Juncker, che rappresentava la scelta più logica, risultato delle istanze europee, essendo la destra europea il partito più rappresentato al Parlamento, ha potuto inoltre contare sull’appoggio degli altri candidati che, da Alexis Tsipras a Martin Schultz, hanno sostenuto con forza il carattere antidemocratico di un eventuale candidato che non fosse il risultato diretto delle elezioni.

Martin Schultz, arrivato in seconda posizione, si è visto attribuire un secondo mandato alla guida della presidenza del Parlamento europeo. L’elezione di Juncker et Schultz alla testa delle due più importanti istituzioni europee conferma a livello europeo una configurazione politica di “grande coalizione” che designa il candidato del PPE [Partito Popolare Europeo] alla guida della Commissione e il candidato socialista alla direzione del Parlamento.

La questione è dunque la seguente: in che modo potrà funzionare questo nuovo emiciclo europeo, così strutturato?

Che ruolo sarà giocato dagli euroscettici?

Syriza sarà capace, conformemente alle promesse elettorali – e in particolare attraverso il nuovo vice-presidente del Parlamento europeo, il greco Dimitris Papadimoulis del gruppo GUE/NGL – di farsi promotore del cambiamento in nome della fine delle politiche d’austerità e dello strapotere della Troika?

Un’UE così configurata sarà in grado di ripensare e riequilibrare le politiche europee in merito, in particolare, ai temi caldi della solidarietà, della lotta contro la disoccupazione, della giustizia sociale e dei programmi comuni d’investimento?

Come non rilevare che questo Consiglio è stato caratterizzato dalla fine della presidenza greca, la quale, malgrado il budget più ridotto della storia delle istituzioni europee, ha utilizzato solo 19 milioni di euro sui 50 disponibili, mettendo in atto la linea “spartana” promessa.