Dalla strada al museo: esposte a Roma le opere di Banksy, “maestro” della street art

Articolo pubblicato il 03 agosto 2016
Articolo pubblicato il 03 agosto 2016

A Roma la mostra “Guerra Capitalismo e Libertà” a Palazzo Cipolla celebra Banksy, icona internazionale della street art. 

Si percepisce un certo contrasto nel vedere le opere di uno dei più famosi street artist al mondo all’interno di Palazzo Cipolla, sicuramente fra gli edifici più seriosi della mondana via del Corso a Roma. Contenitore antico per contenuto contemporaneo. Istituzionalità del luogo Vs opere che sono strumento di critica dissacrante. 

Ci vuole coraggio a esporre le opere di un personaggio conturbante come Banksy. A Roma l’ha fatto la “Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo”.

Perché far entrare la street art in un museo? Risponde Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione: “La street-art porta l’arte fuori dai musei e la riversa nei luoghi alla portata di tutti, la rende parte del nostro vivere quotidiano. Un fenomeno non accademico, ma vivo e vitale, di cui ho immediatamente intuito la grande portata e l’eccezionale efficacia comunicativa”.

Finora la mostra “Guerra Capitalismo e Libertà”, che si concluderà il 4 settembre, sta registrando picchi di visite. I romani hanno sperimentato sulla propria pelle gli effetti di una riqualificazione urbana basata proprio sull’ “arte di strada”: il quartiere periferico di Tor Marancia, grazie al progetto Big City Life, curato da “999 Contemporary”, con le sue 22 opere murali sulle facciate degli edifici di edilizia cosiddetta “popolare” attrae centinaia di cittadini e turisti. Quartieri popolari e borgate diventano attrazione artistica, museo a cielo aperto. 

La prima volta che ho provato a visitare la mostra di Banksy, un sabato pomeriggio di inizio giugno, c’era una coda di visitatori in attesa che si dipanava attorno a tutto l’isolato. Mi è andata meglio un lunedì pomeriggio di luglio, quando sono riuscita finalmente a gustarmi le opere di questo eclettico artista, tanto noto quanto misterioso.  

Per anni in molti ci si è domandati se Banksy esistesse davvero, se fosse una sola persona o un collettivo di artisti. In pochissimi lo hanno visto, non è mai stato fotografato. Pare che sia originario di Bristol, culla dello street art e di gruppi musicali che hanno fatto la storia negli anni Novanta: i Massive Attack, i Portishead, i Tricky.

Non rilascia intervista di persona o per telefono. Si trincera dietro una cortina di mistero. Eppure le sue opere sono eclatanti, dissacranti, fortemente critiche nei confronti del “sistema” e delle tendenze mainstream. Le tecniche con cui si esprime sono il graffiti writing e lo stencil. Le sue opere e le installazioni temporanee oscillano fra il desiderio di stupire e la feroce denuncia politica. Entra indisturbato nei più importanti musei per modificare temporaneamente quadri famosi. Dipinge lungo la striscia di Gaza, sul versante palestinese, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione disperata che vivono gli abitanti di quella striscia di terra. La prima volta che si è messo a fare il regista, quasi per gioco, ha ottenuto una nomination agli Oscar con il film documentario “Exit Through The Gift Shop”. Nel 2013, a New York, ha realizzato il progetto artistico “Better Out Than In”, dove vendeva a 60 dollari le sue tele a fortunati (e forse ignari) turisti.

Lo scorso anno, in polemica con i “tradizionali” parchi divertimento fatti di zucchero filato-sorrisi-attrazioni costosissime, ha messo su il progetto “Dismaland”, un parco artistico con opere di artisti del calibro di Damien Hirst e Axel Void. E come atto di denuncia estremo nei confronti del sistema di “accoglienza” destinato ai migranti che arrivano sulle coste europee, nel dicembre 2015 Banksy ha trasferito le strutture di Dismaland a Calais per ospitare i rifugiati e ha prodotto una serie di murales di forte denuncia politica, come ad esempio “The Son of a Migrant from Syria” che raffigura Steve Jobs in fuga: forse non tutti ricordano che il fondatore della Apple era figlio di un migrante siriano negli USA.

Le opere che nascono in strada rischiano di perdere la propria essenza se sottratte al proprio contesto. Per questo a Roma sono state esposte opere prestate di collezionisti privati e che dunque non sono mai state in strada. 

Perciò le opere di Banksy esposte a Palazzo Cipolla sono circa 150, vanno dallo stencil-graffiti alle copertine di dischi (ad esempio quelle dei Blur, gruppo rock inglese molto in voga negli anni Novanta), sculture, etc. 

Tutto ciò che è esposto non è che una piccola sintesi del Banksy-pensiero. Ma è comunque sufficiente a mette in luce la sua risposta artistica agli avvenimenti sociali e politici internazionali. Una su tutte, la profetica serigrafia di alcune scimmie che affermano “Laugh Now But One Day I’ll Be in Charge” (“Ridete adesso ma un giorno saremo noi a comandare”).