Dalla cortina di ferro all’Europa dell’allargamento

Articolo pubblicato il 21 aprile 2006
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Articolo pubblicato il 21 aprile 2006

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L'Atto Unico europeo del 1986 stabilì sulla carta la libera circolazione dei lavoratori. Un elemento essenziale dell'Unione Europea, certo. Ma che, vent'anni dopo, è ancora una lontana realtà.

La politica europea sull'immigrazione ha due facce. L'Europa sta costruendo barriere più alte ai propri confini. Ma guardando al proprio interno ha assunto l'impegno di permettere la libera circolazione dei lavoratori nell'ambito del mercato unico. Ma i cittadini dei nuovi Stati membri fanno parte contemporaneamente delle due facce. Sebbene abbiano già il diritto di lavorare in alcuni Paesi dell'Ue, sono ancora trattati come lavoratori extraeuropei.

Per comprendere questa ambiguità occorre conoscere la storia dell'immigrazione tra Europa orientale ed occidentale.

Né dentro né fuori (1945-1970)

Al termine della Seconda guerra mondiale, con l'inizio della guerra fredda, le frontiere tra l'Europa occidentale e il blocco orientale furono chiuse. E non si trattò solo della chiusura da parte dell'Occidente per prevenire migrazioni a sfondo economico. Ma nei Paesi socialisti la chiusura delle frontiere era giustificata come un modo per tenere i loro cittadini lontani dall'ideologia capitalista. Era anche un modo per costringerli a rimanere all'interno del blocco orientale in un periodo in cui molti di loro desideravano andarsene in cerca di una vita migliore. In questo clima le possibilità di viaggiare erano molto limitate. E soltanto chi era in possesso di un'autorizzazione ufficiale potevano espatriare.

Inzia il dialogo (1970-1989)

Durante gli anni Settanta arrivarono la Charta 77 e un'apertura della situazione politica nel blocco orientale che ebbe l'effetto di allentare le restrizioni sul lavoro all'estero. Le frontiere tra i Paesi socialisti vennero aperte e diventò più facile recarsi in Occidente, sebbene vi fossero ancora delle limitazioni. Alla fine degli anni Ottanta le restrizioni erano state ridotte e ai lavoratori era finalmente concesso di ottenere un passaporto. Ma le ristrettezze economiche e le severe leggi europee sull'immigrazione rendevano ancora molto difficile recarsi all'estero.

Dai primi anni Ottanta sempre più Paesi firmarono accordi bilaterali in materia di lavoro con nazioni dell'Europa occidentale. Ma alcuni erano limitati a certe professioni, altri ponevano limiti sul tempo che si poteva trascorrere in una certa località, altri ancora controllavano il numero di lavoratori attraverso un sistema di quote. Tutti impedivano la nascita di un mercato del lavoro libero.

Passo dopo passo (1989-2004)

La fine del comunismo non causò un'improvvisa ondata di immigrazione verso l'Ue.

Le opportunità di lavoro nell'Ue rimasero limitate a causa della recessione economica e dell'ostilità crescente verso l'immigrazione da parte dell'opinione pubblica europea. Nonostante l'inizio del processo di integrazione dei Paesi dell'Europa centrale e orientale, gli immigrati in cerca di lavoro venivano ancora trattate come cittadini extraeuropei.

Nel 2004 l'ingresso di nuovi Paesi nell'Unione Europea ha generato timori circa una nuova ondata di immigrazione e l'arrivo di lavoratori dall'Europa orientale. Per facilitare il processo l'Ue ha messo in opera una serie di misure di transizione. Secondo l'accordo "2+3+2 anni" i vecchi Stati membri, per un periodo fino a sette anni, possono decidere quando i lavoratori dell’est avranno il permesso di entrare nei loro mercati

Questa legislazione è molto lontana dal libero mercato del lavoro che l'Europa dichiarò di voler creare nell'Atto unico europeo del 1986.

Si aprono le frontiere (2004-oggi)

Nel maggio 2006 i quindici Stati membri dovranno dichiarare le proprie intenzioni. Aprire i rispettivi mercati del lavoro o mantenere le restrizioni esistenti? Un rapporto pubblicato a febbraio dalla Commissione Europea ha richiamato l'attenzione sui benefici derivanti dall'immigrazione, sottolineando che il numero di persone trasferitesi nei Paesi che hanno aperto i loro mercati del lavoro – Finlandia e Regno Unito tra gli altri – è molto minore di quanto temuto. Considerando la diminuizione del tasso di fertilità in Europa e alla necessità di nuova forza lavoro, l'apertura delle frontiere è una scelta economicamente e politicamente sensata.

Nonostante ciò la nascita nel breve periodo di un mercato del lavoro libero in Europa è assai improbabile. La situazione politica attuale vede ancora un'opinione pubblica preoccupata per la disoccupazione, che spingerà i politici a trattare ancora i lavoratori dei nuovi Stati membri come cittadini di serie B.

Copyright: La prima e la terza immagine (Osiris: 2003), la seconda (Judit Jàradi)