Dalla Belgique alla Belgitude

Articolo pubblicato il 24 settembre 2017
Articolo pubblicato il 24 settembre 2017

La Belgique est un état d'âme

Essere belgi significa vivere in un luogo indefinito, senza un’identità, una lingua né una frontiera unica. Il Belgio è un paese poroso, fortemente multietnico. Da Bruxelles plurielle, titolo di una canzone di Akro e Julie Rens, all’Anversa Nouvelle Carthage, città cosmopolita di mercanti e marinai. Qua si mischiano l’Art nouveau dell’Avenue Louise e i mercati arabi di Mérode e Gare de Midi. A Schaeerbek i belgi bianchi e lentigginosi convivono con marocchini e turchi da ormai più di 40 anni.

Il Belgio è il paese delle contraddizioni. Del Tintin di Hergé e del nazionalista fiammingo Bart de Wever. Chiuso, xenofobo, islamofobo. Ma è anche l’apertura di una città come Bruxelles, con una forte vocazione multietnica. Dove puoi parlare quattro cinque lingue contemporaneamente senza stupire nessuno. Dove puoi essere ateo, cristiano, musulmano o induista senza provocare reazioni di sdegno o falso interesse. Dove in fondo puoi essere quello che vuoi perché la tua unicità si amalgama bene nell’estrema diversità che caratterizza questa città.

Fu così che, studente all'ULB - Université Libre de Bruxelles, in quell'epoca di melting pot che precedeva l'amalgame di cui oggi tanto si parla, scoprì il fascino della littérature belge. Seguì un corso organizzato nella seguente maniera: dalle periferie letterarie francofone all’ossessione per il centro rappresentato da Parigi e Gallimard per poi tornare alla valorizzazione del locale; del Belgio, ma anche del Québec e della Svizzera.

Bruxelles era ed è una périphérie francophone, ma anche un grande centro, il centro del vecchio continente, la città simbolo dell’Unione Europea. 

La letteratura belga nasce con Georges Rodenbach e Emile Verhaeren, due fiamminghi francofoni. Poi si sviluppa con l'idea di àme belge, anima belga. Scrittori e poeti cominciano a chiedersi se esiste un solo Belgio e cosa lo caratterizza. Il centro rimane Parigi, ma il paese delle frites comincia a porsi delle domande, a indagare, a conoscersi. Histoire éxecrable d'un héros brabançon è l'esperienza identitaria di un francofono nelle Fiandre. Con il mito di Parigi il ragazzo si trova a vivere le peripezie del grande viaggio verso la Métropole. Una sorta di Illusions Perdues versione belga, dove l'ironia e l'ambiguità delle situazioni in cui si trova il protagonista non sono che la cartina tornasole dell'affermazione della cultura belga oltre le manie francofile, cattoliche, conservatrici.

L’esperienza coloniale aiuta, l’altro serve come definizione del sé, dei propri limiti e delle proprie qualità. Simenon e Hergé studiano l’esperienza del Congo per capire cosa significa essere belgi nell’Europa degli anni ’20, ’30 e ’40. Il Musée de l’Afrique Centrale di Tervuren diventa luogo di studio per diversi intellettuali in quegli anni. Gli esiti sono differenti, ma la consapevolezza di sé e del proprio ruolo nel globo aumenta. Il Belgio, anche mediante azioni riprovevoli, si apre al mondo. Parigi comincia a perdere la sua “piazza” di fronte a Bruxelles, Liegi, Anversa, Bruges, Gent. Ma la confusione permane, il belga non è né francese né  tedesco, comincia a sentirsi europeo, forse anche per eludere i suoi dubbi e le sue paure.

Nel 1977 Pierre Mertens pubblica Terre d’asile, la storia di un ragazzo che, scappato dalla dittatura cilena, trova rifugio a Bruxelles. Un romanzo alla ricerca della propria identità. Il trait d’union tra la Belgique, l’ âme belge e la belgitude.

Si parlava ormai da tempo della négritude. I belgi non persero l’occasione per fare questo concetto loro trasformandolo in belgitude, cominciando ad auto deridersi, a chiedersi chi fossero veramente. Uniti dal surrealismo per scappare ad una realtà che si faceva sempre più difficile da afferrare.

I belgi non esistevano, i loro confini identitari, culturali e linguistici erano troppo permeabili per cedere a definizioni banalizzanti. Così scoprirono di essere valloni e fiamminghi, francofoni e non, europei e africani. Dovettero accettare l’indefinibilità di un luogo e di una cultura che in fondo rigetta qualsiasi descrizione perché sarebbe troppo rigida, parziale, artificiale.

Bruxelles ritorna ad essere ciò che è sempre stata, terra d’asilo. E la nazione intera riacquista la propria vocazione transnazionale e transculturale.

Il Belgio è il paese degli apolidi, dei cosmopoliti,  dei poliglotti e degli sradicati. 

"A Léa, a sa vie francophone périphérique entre la Belgique et la Suisse, à Florent, français belge européen déraciné, à Bette qui rèvait la vie d'Erasme et de Tintin, à Mamen, franco-espagnole de Madrid et à Mia, chilienne qui a fait de Bruxelles sa terre d'asile"