Dal Polo a Parigi in bicicletta

Articolo pubblicato il 09 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 09 febbraio 2016

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Nel novembre 2015, la COP21 ha visto arrivare persone da tutto il mondo. Ma per alcuni il viaggio è stato molto più lungo che per altri. Daniel Price, ideatore del progetto “Pole to Paris”, è arrivato nella capitale francese pedalando dall’Antartico. Lo intervistiamo dopo 10.000 km per scoprire perché, ora che il suo viaggio è terminato, potrebbe essere il momento di una nuova partenza.

È risaputo che scegliere di andare in bicicletta per evitare la ressa quotidiana della metro può contribuire a ridurre il nostro impatto ambientale. Per Daniel Price, tuttavia, questa scelta è durata molto più di quanto ci si potrebbe immaginare – per circa 10.000 km, dal Circolo polare antartico. La decisione l’aveva presa l’anno scorso: avrebbe pedalato da una parte all’altra del globo – dal Polo Sud fino alla Conferenza sul clima di Parigi (COP21).

Non si tratta di un semplice "pazzo in bicicletta"

Daniel è il fondatore del progetto "Pole to Paris", che consiste di due incredibili viaggi che hanno avuto inizio da estremi opposti della Terra. La sua missione? Pedalare per 7 mesi attraverso 19 Paesi diversi.

“Il progetto è nato per frustrazione”, racconta. Stava portando avanti un dottorato di ricerca tra i ghiacci dell’Antartico, ma poi ha deciso di passare ai fatti. “Mi sono avvicinato al movimento per il clima dopo aver compreso il ruolo fondamentale che gioca il dislivello tra società e scienza. Se un buon numero di persone si rendesse conto della criticità della situazione forse i politici sarebbero costretti ad affrontarla con più urgenza”. 

Dopo aver presentato, nel 2014, la sua tesi di dottorato, ha deciso di mettersi in sella per provare a cambiare le cose. Daniel ha lavorato con una squadra di 8 volontari che lo hanno aiutato nel suo incredibile viaggio, parallelo a quello del suo co-fondatore Erlend Moster Knudsen che avrebbe invece corso fino a Parigi partendo dall’Artico. Insieme, in vista dei dibattiti globali sul clima, hanno cercato di sensibilizzare le persone alla difficile situazione in cui si trova il pianeta.

“Un altro problema è che per molte persone i cambiamenti climatici sono un argomento noioso”, ammette Daniel quando gli domando perché hanno scelto di intraprendere una sfida del genere. “Ho pensato che un viaggio poteva essere un buon modo per coinvolgere la gente. Se anche non fossero stati minimamente interessati ai cambiamenti climatici avrebbero almeno potuto dire: ‘Guarda un po' quel pazzo in bicicletta!’, e magari poi sarebbero venuti ad un dibattito, o avrebbero letto un qualche articolo sul giornale”.

Ma la strada verso Parigi è cominciata ben prima che lui iniziasse a pedalare. Il mare lo aveva sempre affascinato – tutto era cominciato quando, da bambino, andava in barca con il padre – ma diventare un climatologo non era inizialmente suo più grande sogno.

“Da ragazzino volevo diventare un pilota di caccia!”, racconta. “A Londra ho volato con l'aviazione in uno squadrone di cadetti”. La sua passione si è affievolita quando si è trasferito in Galles e dopodiché, con la Seconda Guerra del Golfo, si è spenta completamente. Ha quindi lavorato per la Royal National Lifeboat Institution – che ha risvegliato in lui l’interesse per l’oceano – e ha finito per iscriversi a geografia marittima all'università di Cardiff. Da lì la sua passione l’ha portato dall’altro capo del mondo: a Christchurch, in Nuova Zelanda, che per gli studiosi rappresenta uno dei principali punti d’accesso per l’Antartide. 

Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!

In oltre 6 mesi di viaggio ha collezionato centinaia di episodi gratificanti, ma il più memorabile si è svolto a Jakarta. Oltre 500 ciclisti hanno pedalato insieme a Daniel in una manifestazione per spingere il governo indonesiano a intervenire sulle questioni climatiche. E quello di Jakarta è stato solo uno dei tanti discorsi che ha tenuto in entrambi gli emisferi. “È stato un lavoro intenso affrontare una sfida sul piano fisico cercando nel frattempo di portare avanti questo progetto”, confessa. “La parte più difficile è arrivare ogni sera dove si era stabilito e fare in modo che tutto vada per il verso giusto”.

Prossima fermata: Bangladesh. L’impatto che i cambiamenti climatici stanno avendo sul Paese lo ha sconvolto: lì i cicloni ci sono sempre stati, ma i bangladesi rischiano molto a causa dell’innalzamento del livello del mare e dei venti sempre più forti. Mentre si trovava lì Daniel è stato incaricato di girare un documentario su questo tema, che sarà ultimato a marzo. “È utile avere una visione d’insieme di un viaggio”, spiega. “Si potrebbe pensare che ne uscirà una cosa in stile hollywoodiano – ‘Il livello del mare si alza, si salvi chi può!’ – ma il problema maggiore per il Bangladesh è che le loro riserve d’acqua vengono contaminate dal sale. Milioni di persone non possono avere accesso ad acqua potabile. È stato davvero straziante venirlo a scoprire”. 

Ma non sono state difficili da affrontare solo le sfide personali. Alcune manifestazioni organizzate dall'amico Erlend sono state cancellate in seguito agli attacchi di Parigi del 13 novembre. L'organizzazione "Pole to Paris" ha inviato unmessaggio di solidarietà alle vittime, ma Daniel non voleva che la tragedia distogliesse l'attenzione dalla catastrofe globale, e così la "pedalata dall'Antartico" è proseguita verso il suo obiettivo finale.

Bisogna restare a galla

Quando la Tour Eiffel è comparsa all'orizzonte, la "pedalata dall'Antartico" di Daniel e la "corsa dall'Artico" di Erlend si sono finalmente incrociate: "Durante un dibattito alla Conferenza abbiamo riportato le storie delle persone che avevamo incontrato durante i nostri viaggi...Abbiamo cercato di esporre le varie conseguenze che i cambiamenti climatici potranno avere". 

Prima della COP21, Daniel era cautamente ottimista nei confronti delle sue possibilità di successo: "La parola chiave è ambizione", ha spiegato, "Ci manca quella leadership esasperata capace di far sì che il tutto abbia successo. C'è bisogno di quel discorso sulla conquista della luna di Kennedy, capisci?".

Com'è andato alla fine il lancio? Dopo gli accordi Daniel si è detto "piuttosto sorpreso" dall'ambizione del documento, ma deluso da certi dettagli. 

Vorrebbe si costringessero le compagnie di combustibili fossili a sostenere l'energia rinnovabile: "Devono agire nel corso di questo secolo, è solo una questione di scegliere in quale decennio cominciare. Perché non salire su questa nuova barca, aiutando così tutte le persone del pianeta, invece che continuare ad aspettare che questa affondi e dare fuoco alla nostra?".

Quando si parla di tenere a galla questa nuova barca, le lezioni di suo padre ripagano eccome. Ma il vero viaggio è appena cominciato. Dopo Parigi, Daniel è tornato nel Regno Unito per lavorare al documentario girato mentre era in Bangladesh: "Una volta finito, non ho altri progetti se non quello di prendermi del tempo per decomprimere e interiorizzare l'anno più intenso della mia vita".

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Potete leggere l'intervista con il co-fondatore di "Pole to Paris", Erlend Moster Knudsen, nella rubrica #21faces.