Dal Freelance all'industria: i trucchi del make up

Articolo pubblicato il 14 aprile 2014
Articolo pubblicato il 14 aprile 2014

Viaggio nel mondo del make-up e dei cosmetici, tra freelance e grandi marchi come l'Oréal. Vi raccontiamo, attraverso i numeri e i protagonisti, un mercato in crescita (non solo tra le donne) che non conosce crisi e in grado persino di "truccare" la realtà.

Nel­l’e­po­ca della crisi eco­no­mi­ca on­ni­pre­sen­te, il mer­ca­to co­sme­ti­co e del ma­ke-up è uno dei pochi a con­trap­por­si a un de­cli­no che per gli altri sem­bra ine­lut­ta­bi­le. Sul web, le varie tesi del “mens sana in co­rpo­re sano”,  “è im­por­tan­te sen­tir­si bene con se stes­si” spo­po­la­no e do­na­no una giu­sti­fi­ca­zio­ne ro­man­ti­ca di que­sta re­si­sten­za an­ti-ci­cli­ca. Ma il mondo co­sme­ti­co è ve­ra­men­te a prova di crisi? Non si può ne­ga­re che da Cleo­pa­tra in poi, le donne non hanno più fatto a meno del truc­co e gli uo­mi­ni non hanno mai smes­so di ap­prez­zar­lo. In real­tà, se­con­do uno stu­dio del 2010, sem­bra che que­st’ul­ti­mi stia­no ad­di­rit­tu­ra re­cu­pe­ran­do il gap: il 30% delle ven­di­te del set­to­re si de­vo­no pro­prio agli uo­mi­ni. In­som­ma, donna o uomo che sia, creme, fon­do­tin­ta, om­bret­to, ma­sca­ra e ros­set­to sem­bra­no es­se­re la droga leg­ge­ra del mondo d’og­gi. E la sua pro­du­zio­ne e di­stri­bu­zio­ne com­pren­de un’e­nor­me fi­lie­ra di sog­get­ti, dalle mul­ti­na­zio­na­li, alle azien­de di fa­mi­glia, pas­san­do per bot­te­ghe e ar­ti­sti.

Look good, Feel bet­ter

"Nes­su­no vuole pri­var­si di un tocco di bel­lez­za ogni tanto", af­fer­ma Char­les Gill­man, 27, men­tre la scia di un aereo ta­glia in due il cielo sopra alle no­stre teste, più in alto della torre Eif­fel. È di­cem­bre e al Tro­ca­de­ro di Pa­ri­gi fa fred­do. Una mo­del­la in­dos­sa sol­tan­to un ve­sti­to di seta rosso a co­pri­re un corpo magro, quasi scar­no. Char­les regge in mano uno spec­chio che ri­flet­te la luce del sole - an­co­ra basso al­l’o­riz­zon­te - sul volto della ra­gaz­za. Lui è un ma­ke-up ar­ti­st. Già, per­ché prima di es­se­re un pro­fes­sio­ni­sta, “si sente un ar­ti­sta”. Ha stu­dia­to a Nor­wi­ch, prima di tra­sfe­rir­si a Lon­dra e poi a Pa­ri­gi, dove ormai la­vo­ra come free­lan­ce da 4 anni. “Ma quale gla­mour … Una volta ho do­vu­to as­si­ste­re a una ses­sio­ne fo­to­gra­fi­ca in una cella fri­go­ri­fe­ra di un ri­sto­ran­te kebab. L’o­do­re della carne era … beh, puoi im­ma­gi­nar­lo!”, rac­con­ta, quan­do in­si­nuo che il mondo della moda sia una go­du­ria.

Che Char­les svol­ga un la­vo­ro par­ti­co­la­re lo pos­so­no in­tui­re tutti; quan­to sia biz­zar­ro lo sa sol­tan­to lui: una volta, per un ca­pric­cio di un fo­to­gra­fo, è do­vu­to sa­li­re sul tetto di un pa­laz­zo di dieci piani nel ar­ron­diss­ment di Pa­ri­gi, senza mi­su­re di si­cu­rez­za. Men­tre cam­mi­nia­mo si tra­sci­na die­tro una pic­co­la va­li­gia trol­ley qua­dra­ta. Den­tro c’è 'l’ar­se­na­le' del ma­ke-up ar­ti­st: “6000 euro di ‘ma­te­ria­le’ ", af­fer­ma. Poi ci sono tutte le spese di self mar­ke­ting: un nome e un’i­den­ti­tà da ge­sti­re, i con­tat­ti e la clien­te­la, il sito in­ter­net. Ma non si la­men­ta trop­po: è con­ten­to del suo la­vo­ro, con il quale rie­sce a pa­gar­si una vita nella ca­pi­ta­le della moda eu­ro­pea. Dalle in­dos­sa­tri­ci, alle cop­pie di sposi, pas­san­do per la gente co­mu­ne: non c’è una re­go­la pre­ci­sa per iden­ti­fi­ca­re la sua clien­te­la. A mag­gior ra­gio­ne, se si pensa che ha anche la­vo­ra­to per Look good, feel bet­ter, una ong che as­si­ste per­so­ne sotto che­mio­te­ra­pia. Tra­mi­te il ma­ke-up, que­ste per­so­ne vi­vo­no me­glio la loro de­gen­za. “Può sem­bra­re as­sur­do, ma è lì che ho ca­pi­to che il mio la­vo­ro è più di un’ar­te. Se il ma­ke-up non può sal­var­ti la vita, si­cu­ra­men­te, in certi mo­men­ti, può ren­der­la meno dura”, con­fes­sa.  

Char­les è una ruota nel­l'in­gra­nag­gio del mondo co­sme­ti­co. Per es­se­re un free­lan­ce gua­da­gna bene, so­prat­tut­to se si pa­ra­go­na agli au­to­no­mi di altri set­to­ri. Ma la car­rie­ra di Char­les è un se­gna­le dello stato di sa­lu­te di que­sto mer­ca­to? Di si­cu­ro, l'e­spe­rien­za che ha avuto in un paio di gran­di azien­de del set­to­re lo ha aiu­ta­to a pia­ni­fi­ca­re il suo bu­si­ness pri­va­to e af­fi­na­re le sue ca­pa­ci­tà "ma­na­ge­ria­li e di mar­ke­ting", che se­con­do lui sono fon­da­men­ta­li. 

cre­sci­ta a base di ex­port

L’O­réal è il lea­der mon­dia­le nella co­sme­ti­ca e im­pie­ga più di 50mila per­so­ne nel mondo (per dare un’i­dea della di­men­sio­ne di que­sta mul­ti­na­zio­na­le, basta pen­sa­re che l’in­te­ra fi­lie­ra della co­sme­ti­ca ita­lia­na conta 15­mi­la im­pie­ga­ti). David, 32 anni, è una di que­ste. Viene da An­co­na ed è di­ven­ta­to un “lo­rea­lia­no” - così chia­ma se stes­so e i suoi col­le­ghi - 7 anni fa. Dopo aver la­vo­ra­to a To­ri­no come con­trol­ler fi­nan­zia­rio (ana­li­si en­tra­te usci­te e aspet­ti fi­nan­zia­ri del­l’a­zien­da) si è tra­sfe­ri­to a Pa­ri­gi. Mi spie­ga che l'a­zien­da si com­po­ne di 4 gran­di divisioni­ - pub­bli­co (su­per­mer­ca­ti, nda.), co­sme­ti­co, far­ma­co­lo­gi­cao e lusso (pro­fu­mi, nda.). Se­con­do lui, sono pro­prio “i set­to­ri co­sme­ti­co e far­ma­co­lo­gi­co a re­si­ste­re me­glio alla crisi”. Aven­do sot­to­ma­no i dati re­la­ti­vi ai sin­go­li Stati eu­ro­pei, af­fer­ma però che, per quan­to ri­guar­da L’O­réal, “in Eu­ro­pa la cre­sci­ta delle ven­di­te nei Paesi del nord com­pen­sa il calo del sud". Inol­tre, la cre­sci­ta di que­sto gi­gan­te de­ri­va so­prat­tut­to dalle ac­qui­si­zio­ni di altri brand: sotto l’om­brel­lo L’O­réal si na­scon­do­no tutti  i pro­fu­mi Ar­ma­ni, Die­sel e Ralph Lau­ren (per ci­tar­ne sol­tan­to al­cu­ni). Quan­to del­l'au­men­to del fat­tu­ra­to di que­ste azien­de ri­spec­chia dun­que una cre­sci­ta eco­no­mi­ca ba­sa­ta sulla spesa dei cit­ta­di­ni? Allo stato at­tua­le, per quan­to ri­guar­da i Paesi del sud Eu­ro­pa, la ri­spo­sta è chia­ra: non molto.

Se si la­scia la lente di os­ser­va­zio­ne della mul­ti­na­zio­na­le per ana­liz­za­re il com­ples­so del­l’in­du­stria co­sme­ti­ca ita­lia­na, per esem­pio, si sco­pre che la re­la­ti­va re­si­sten­za di que­st'ul­ti­ma alla crisi di­pen­de so­prat­tut­to dalla cre­sci­ta del­l’ex­port (+12% nel 2013). Dove vanno i no­stri pro­dot­ti? Se­con­do David, “no­no­stan­te il Vec­chio Con­ti­nen­te ri­man­ga il più gran­de e so­li­do mer­ca­to co­sme­ti­co al mondo, lAme­ri­ca del sud e l’A­sia stan­no vi­ven­do un boom paz­ze­sco”.

In­som­ma che il ma­ke-up si venda an­co­ra bene è chia­ro. Chi sia a usar­lo, un po’ meno. Die­tro ai nu­me­ri po­si­ti­vi di que­sta in­du­stria ci sono un’in­fi­ni­tà di sfac­cet­ta­tu­re. In Ita­lia, il set­to­re re­si­ste, ma sof­fre il calo di po­te­re d’ac­qui­sto dei cit­ta­di­ni e, al­me­no in que­sto caso, non c'è truc­co che regga.