Dai social network alle social street: le esperienze romane

Articolo pubblicato il 10 settembre 2014
Articolo pubblicato il 10 settembre 2014

Viaggio tra le social street italiane dove si fa strada la ricerca di "comunità". 

Emerge sempre più forte la voglia di comunità nelle città italiane. Fino a qualche anno fa la metropoli si distingueva dal piccolo centro di provincia per la sensazione di “anonimato”, i ritmi frenetici, la superficialità delle relazioni, le difficoltà di coltivare le amicizie anche a causa delle distanze, l’indifferenza fra i vicini di casa.  

Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato. La prima piccola rivoluzione è avvenuta una decina di anni fa con l’istituzione della “Festa dei vicini”, promossa a livello nazionale ed europeo (European Neighbours Day), tuttora praticata e promossa da alcuni comuni italiani. Perché limitarsi ai vicini di casa? Perché non estendere questa voglia di comunità a tutta la strada in cui si vive? 

Sono così nate le Social Street, un fenomeno che negli ultimi dieci anni sta pian piano crescendo in piccole e grandi città. Alla base c’è la voglia di superare le strette maglie dell’individualismo e condividere interessi, passioni, tempo libero con chi abita a due passi dalla propria casa, portare avanti progetti di interesse comune traendone benefici collettivi.

Come nascono le social street in Italia?

Tutto ha inizio in via Fondazza di Bologna, prima esperienza di social street lanciata nel 2013, con l’apertura del gruppo su Facebook “Residenti in Via Fondazza – Bologna”.  L’istituzione di una social street parte ufficialmente da un social network, ma non per questo limita le relazioni all’universo virtuale della rete: una social street ti porta a uscire e incontrare la gente. Il web diventa così una piattaforma per affrontare temi di interesse generale legati alla strada o al quartiere, ma anche una “bacheca degli avvisi” per organizzare iniziative che consentano di interagire di persona per raggiungere un obiettivo comune: una festa organizzata in strada, una cena di Natale, un mercatino per barattare mobili e piccoli elettrodomestici, una vendita di beneficenza, la creazione di un orto condiviso, un intervento di riqualificazione urbana, la pulizia della strada, il book crossing, ecc.   

Il “modello social street” si è poi allargato a macchia d’olio, fino ad arrivare a una sorta di “censimento” o di “federazione” delle oltre 200 social street italiane sul sito www.socialtreet.it  Il sito è una sorta di piazza virtuale in cui ogni social street condivide la propria esperienza e le attività che organizza. Inoltre, quanti fossero interessati a dare vita a una social street possono consultare le Linee Guida con i consigli utili affinché questa esperienza rimanga in piedi e venga costantemente animata attraverso il coinvolgimento della maggior parte degli abitanti che vi risiedono. Le social street sono una realtà non solo nelle grandi città italiane come Roma, Torino e Milano, ma anche nei centri minori come Ferrara, Tricase, Finale Ligure, etc. E anche all’estero il fenomeno impazza: si segnalano esperienze analoghe in Slovenia, Portogallo, Nuova Zelanda, Brasile e Cile.

Un fenomeno così dilagante non poteva che diventare oggetto di studio: ricercatori e studenti universitari guardano con interesse a queste dinamiche sociali. Basta dare un’occhiata al sito di SocialMI.

Anche a Roma ce ne sono oltre venti nelle più disparate aree della città: da quelle tradizionalmente più popolari come via Gattamelata al Pigneto e Quadraro a quelle più elitarie come via Tripoli al Quartiere Africano (chiamato così per i nomi delle vie che ricordano le campagne africane di Mussolini, non per il tasso di stranieri che vi abitano) o via degli Orti della Farnesina-Ponte Milvio. E non poteva mancare una social street – anzi una “social square” - nel quartiere multietnico per eccellenza della Capitale: Piazza Vittorio. Il gruppo su Facebook “Residenti in Piazza Vittorio” è la bacheca virtuale per condividere azioni di decoro urbano, segnalare manifestazioni culturali e sociali che si svolgono nel quartiere, lanciare iniziative per socializzare. Ad esempio, un appuntamento ormai consolidato da qualche anno sono “I balli di piazza Vittorio”: da giugno a settembre, a martedì alterni, i membri più attivi di questa social street si riuniscono per danzare al ritmo dei balli popolari italiani. 

Nei primi mesi del 2014 sono nate anche le due social street di via Tripoli e di via Pavia, vicine geograficamente e non solo. Dopo un inizio a base di volantini, social network e passaparola, via Pavia ha rapidamente raggiunto gli oltre 200 membri, obiettivo che anche via Tripoli si riserva di uguagliare, anche grazie a una sorta di “gemellaggio” tra le due strade, perché no? «Lo scopo della social street è quello di riappropriarsi in modo civile di spazi che già ci appartengono», spiega Barbara, che si occupa della pagina Facebook (e di molto altro!) di via Pavia. «È molto forte il desiderio di non sentirsi soli e di non vivere passivamente e per raggiungere questi obiettivi è giusto coinvolgere anche le Istituzioni locali».

Da questi semplici principi nasce un’idea altrettanto semplice ma costruttiva: incontrarsi, conoscere e condividere. La politica viene per lo più lasciata fuori dagli scambi e dagli incontri collettivi, gli argomenti che interessano sono piuttosto di stampo pratico e relativi al quartiere, ma si estendono all’arte, alla lettura, al consumo responsabile e all’ecologia.  Ogni partecipante – reale o virtuale – mette a disposizione le proprie competenze incaricandosi talvolta di proporre e realizzare un progetto ad hoc da condividere con gli altri membri del gruppo: nascono così iniziative di scambio di libri, passeggiate alla scoperta del quartiere, cene sociali accompagnate da musica che diventano anche l’occasione per ripulire lo spazio comune che farà da ospite e sopperire così in tal modo a quello che talvolta l’amministrazione pubblica omette di fare.

Qualche difficoltà maggiore al coinvolgimento degli abitanti del quartiere l’ha avuta la social street del quartiere Africano, come racconta Silvia, “animatrice” di via Tripoli dalle tante idee e dallo spirito propositivo: uno dei motivi potrebbe essere la tipologia di persone che abitano la zona, molti anziani e molti studenti fuori sede a causa delle vicine università che comportano un ricambio frequente, o forse è anche l’urbanistica stessa del quartiere che non offre troppi spunti spaziali di aggregazione. Anche qui però di proposte ce ne sono tante, dalla cena sociale agli interventi di decoro urbano insieme al gruppo Retake, alle più impegnative quali la riqualificazione della Biblioteca di Villa Leopardi e la riapertura del cinema Africa, chiuso da oltre 10 anni e che ben potrebbe essere riconvertito per diventare vecchio-nuovo simbolo di quartiere.