Da Schengen a Frontex: una nuova definizione di frontiera

Articolo pubblicato il 20 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 20 febbraio 2016

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Come è cambiato il concetto di libera circolazione delle persone negli ultimi anni? Uno sguardo al nesso tra libertà e sicurezza, alla luce della crisi europea dei rifugiati.

“Immaginiamo se, due anni fa, i leader europei avessero potuto avere un’anteprima dell’Eurozona di oggi. Avrebbero fatto qualsiasi cosa per impedire che la crisi della moneta unica si trasformasse in qualcosa di ancora peggiore. Lo stesso potrebbe essere vero anche per Schengen”.

L’idea di libertà dietro a Schengen

Parallelamente allo sviluppo delle relazioni commerciali, la circolazione delle persone attraverso i confini nazionali era diventata una priorità per i paesi fondatori della Comunità Economica Europea. Tuttavia, solo nel 1985 è stato firmato il primo accordo sul tema da Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. Tra le sue disposizioni, l’accordo di Schengen, teoricamente ancora pienamente operativo, definiva le regole relative ai visti, all’asilo politico e al controllo dei confini esterni. Seguito da una convenzione del 1990, questo insieme di leggi ha quindi inizialmente preso forma al di fuori della cornice dell’Unione Europea, ispirato da valori quali la libertà di movimento.

Lo spostamento verso la securizzazione: come comprendere queste misure

È necessario considerare il contesto all’interno del quale è nato l’accordo per comprendere il proliferare di leggi per regolare la circolazione delle persone all’interno dell’Europa. Nei primi anni Novanta, l’Europa Occidentale – in particolare Francia e Germania – ha dovuto gestire il continuo aumento dei rifugiati balcanici così come i migranti provenienti dall’ex blocco sovietico. Nello stesso periodo la copertura mediatica, alimentando il livello di preoccupazione pubblica, aveva contribuito a rendere la migrazione un tema controverso. Ma c’è un altro importante e controverso cambiamento da tenere presente, ossia quello della progressiva “securizzazione” della migrazione, che aveva iniziato a definire le politiche europee dei primi anni Duemila. E questo trend non sta mostrando segni di rallentamento con la sfida posta dal terrorismo internazionale e la diffusa credenza popolare che i due fenomeni siano collegati tra loro.

Da Schengen a Frontex: la sicurezza prima della libertà

Per spiegare la creazione di Frontex, è necessario tenere presente tutte le circostanze appena descritte. Dopo la proposta della Commissione di un’Agenzia per i confini europei nel 2003, in meno di un anno è stato istituito il più famigerato meccanismo di sorveglianza a disposizione dell’Unione Europea. Curiosamente, si potrebbe sostenere che la necessità di essere solidali con una causa ferocemente difesa, vale a dire la sicurezza dei confini nazionali, abbia contribuito alla rapidità con cui i centri “ad hoc” per il controllo dei confini si sono trasformati in un’agenzia di coordinamento molto estesa. Ciò comunque non si è tradotto in una migliore gestione dei flussi migratori, infatti non ha né ha impedito né ridotto i movimenti di massa verso l’Europa. Ma ancora più importante, non ha aiutato a portare migranti e rifugiati in luoghi più sicuri. Al contrario, più di 37.000 migranti sono morti solo nel 2015, in quello che avrebbe dovuto essere il loro viaggio della salvezza verso l’Europa.

Più rifugiati, più Frontex?

Sebbene la crisi siriana sia peggiorata e il numero di rifugiati che scappano dalla loro terra natia verso il porto Occidentale più sicuro sia conseguentemente aumentata, le reazioni dell’UE e le sue politiche non sono cambiate efficientemente durante l’ultimo decennio. La mancanza di risposte adeguate può essere in particolar modo vista nel 2015, che ha ironicamente segnato il trentesimo anniversario della libertà di circolazione sancita da Schengen. Al contrario, Frontex è stato rinforzato e Schengen temporaneamente sospeso nell’estate del 2015 quando la crisi si è aggravata, a dimostrazione dell’incapacità dei leader tedeschi e degli altri leader europei di gestire la crisi dei rifugiati.

E se la decisione della cancelliera Merkel di sospendere Schengen provocasse una reazione a catena in tutta Europa, e tutti gli Stati dell’Est, guidati dalle azioni dell’Ungheria, che ha iniziato a costruire recinzioni e impedire alle persone di continuare i propri viaggi, privassero i migranti del loro diritto inalienabile di cercare sicurezza e rifugio?

Il fallimento dell’Europa-fortezza: cosa succederà?

Al posto di condannare queste violazioni non solo di valori ma anche di vincoli legali, la Commissione Europea ha recentemente proposto un rafforzamento di Frontex per la sorveglianza dei confini terrestri e marittimi esterni, permettendo lo schieramento di personale in caso di emergenza. Il deterioramento di quella che può essere descritta come una grave crisi umanitaria non è stato accompagnato da un’adeguata risposta europea, che adesso mostra solidarietà solo all’interno propri territori messi al sicuro. Il modello di “Europa Fortezza” non ha funzionato finora. L’idea di libertà di circolazione concepita negli anni Ottanta sta progressivamente perdendo di significato se consideriamo ciò che succede alle periferie della comfort zone europea. “Al posto che investire più milioni in barriere, pattuglie e in una Guardia dei confini europei, dobbiamo avere il coraggio di accettare che le politiche di esclusione hanno fallito”.

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In the upcoming weeks cafébabel will publish a series of articles together with the grass roots think tank Polis180 e.V. on the various facets of the Schengen area and the connected vision of a borderless Europe. This piece was written by Rossella Lombardi.