Da quali conflitti fuggono i migranti? Guerre 'Made in UE'

Articolo pubblicato il 20 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 20 gennaio 2015

Il Dossier Migrazioni di CaféBabel Bruxelles continua. Da quali conflitti fuggono i migranti? Un'analisi su guerre, armi e responsabilità dell'Unione Europea.

Secondo il Rapporto diffuso a settembre dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sui primi sei mesi del 2014, su 330.700 richieste di asilo effettuate nel mondo, al primo posto troviamo la Siria con un numero di domande più che raddoppiato rispetto al 2013 (48.400 rispetto alle 18.900 nello stesso periodo). Secondo l’Iraq, da cui sono arrivate 21.300 richieste di asilo, a seguire Afghanistan (19.300) ed Eritrea (18.900). Tutti Paesi dilaniati dalle armi, utilizzate nelle guerre (internazionali o interne) e dai regimi per imporre un'immutabile status quo.

Si tratta di dati che smentiscono apertamente l'ex portavoce dell'UNHCR (e attuale presidente del Senato italiano) Laura Boldrini che, durante la commemorazione del 3 Ottobre scorso a Lampedusa, aveva dichiarato che quella in atto «è una guerra tra i migranti e il mare». Come se il mare fosse imputabile di responsabilità alla stregua di una persona o di uno Stato. Le cifre rivelano altro. Ovvero che tra le principali cause che spingono le persone ad abbandonare il proprio paese ci sono i conflitti armati. Questi generano condizioni di invivibilità tali da portare queste persone a rischiare la vita in lunghi viaggi dove il mare (così come il deserto) rimane la tappa quasi sempre obbligatoria di un percorso che può determinare la salvezza o la morte.

Il rapporto ci dice anche che di quelle richieste di asilo, oltre i due terzi sono state presentate in appena sei Paesi: Germania, Stati Uniti, Francia, Svezia, Turchia e Italia. Di questi sei, quattro sono Paesi dell'Unione Europea.

Chi genera i conflitti?

Il dato risulta imbarazzante se si pensa che a ricevere le richieste sono quei Paesi coinvolti a vario titolo nei conflitti da cui fuggono migliaia di persone.

Nel 2001 gli Stati Uniti hanno trascinato in Afghanistan contro Al Qaeda numerosi Stati UE, tra cui Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia (membro dal 2004) e Romania (2007). Nel 2003 il conflitto in Iraq contro il regime di Saddam Hussein, dovuto alla presenza di armi chimiche mai trovate, ha coinvolto Gran Bretagna, Italia, Spagna, Portogallo, Olanda e Danimarca insieme a Stati che, di lì a poco, sarebbero entrati nell'Unione come Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania e Romania.

Nel 2011 Francia, Italia, Gran Bretagna, Spagna e Belgio hanno partecipato all'intervento militare della Nato in Libia, sostenendo le forze interne impegnate a sovvertire il regime di Gheddafi. Il dittatore libico - per anni nemico e poi prezioso alleato di vari Stati (in primis l'Italia) grazie a petrolio e gas - si era impegnato nella gestione di centri di detenzione per migranti per impedire loro la partenza alla volta dell'Europa. Human Rights Watch aveva denunciato le torture e i maltrattamenti subiti dai migranti nelle prigioni libiche mentre i governi europei, grazie a questa pausa da sbarchi e tragedie in mare, dormivano sonni più tranquilli. In poche parole, le tragedie venivano anticipate a terra da mano amica.

Nel 2011, quasi il 100% dei migranti dall'Africa Subsahariana è partito proprio dalla Libia, complici la guerra e la situazione di totale instabilità del Paese. Dalle testimonianze di quel periodo è emerso che Gheddafi, per mano delle sue milizie, costringeva i migranti a partire, utilizzandoli come ultima assurda minaccia da scagliare contro l'Italia e l'Europa, ben consapevole di quanto gli arrivi fossero 'temuti' dai governi Europei.

Dal 2011 in Siria è in atto una guerra civile, dove a fronteggiarsi sono sostenitori ed oppositori di Assad, mentre le ragioni (e la ragione) sono state seppellite dalle armi. Lasciata in un limbo per due anni, tra proposte di interventi e indifferenza, la Siria è tornata di moda quest'estate grazie alla presenza dell'Isis e alle decapitazioni dei cittadini di Stati Uniti e Gran Bretagna finite sul web. Una nuova guerra si profila all'orizzonte. L'Unione Europea sembra riluttante ma difficilmente riuscirà a sottrarsi a questa nuova chiamata alle armi.

Guerre: chi le fa e chi le arma

Alle responsabilità dirette degli Stati UE si affiancano quelle delle grandi compagnie nazionali e multinazionali, produttori di armi in primis. Secondo uno studio dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), rilanciato dall'Economist nel marzo 2014, negli ultimi cinque anni i cinque maggiori esportatori di armi – America, Russia, Germania, Cina e Francia – hanno coperto tre quarti della domanda internazionale. A seguire Gran Bretagna, Spagna, Ucraina, Italia ed Israele. Questo significa che, sommando i dati degli Stati Membri, l'Unione Europea è di fatto il terzo esportatore mondiale di armi. Nel 2010 il giro di affari complessivo si attestava attorno ai 25 miliardi di dollari: 7 miliardi in più rispetto al 2002. E pensare che i dati del SIPRI non coprono le transazioni segrete, quelle di armi solitamente di piccolo taglio che viaggiano su binari paralleli e oscuri, destinati ai lunghissimi (e spesso muti) conflitti degli Stati Africani dove gli acquirenti, oltre ai governi, sono i warlords, le bande, i mercenari e gli spietati sovrani dei piccoli regni tenuti insieme a suon di kalashnikov. Secondo uno studio fatto dall'Africa Europe Faith and Justice Network nel 2010, gran parte delle armi di piccolo taglio utilizzate in Africa proviene da Cina, Israele e da oltre 20 Stati dell'OSCE, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Pensiamo alla Nigeria, all'ultraventennale guerra del Nord Kivu in Congo, alla Repubblica Centrafricana o all'Eritrea.

Bombe neocoloniali

Ci sono poi interessi strettamente legati alle risorse, su tutti citiamo quelli francesi in Africa Occidentale. Anziché spezzare le catene del passato colonialista, i governi francesi si sono impegnati a sostenere presidenti, lotte intestine e guerre al solo scopo di garantire i propri affari e l'accesso privilegiato alle indispensabili risorse energetiche e alle materie prime del continente africano. L'ultimo clamoroso atto di quella che è stata definita la 'Françafrique' risale al 2013, con la guerra quasi invisibile in Mali. L'intervento, ufficialmente richiesto dal presidente maliano Dioncounda Traoré per tutelarsi da gruppi islamisti, è stato autorizzato dal presidente François Hollande col beneplacito dell'ONU. Con l'Opération Serval, l'aviazione francese ha bombardato le posizioni degli islamisti per dar via libera alle truppe maliane di terra, schierando 2.400 i militari francesi.

Secondo gli osservatori internazionali, la consueta 'lotta la terrorismo' di matrice islamica cela interessi legati principalmente allo sfruttamento dell’uranio. Se sul piano strettamente militare, i francesi sono riusciti a contribuire, in un tempo relativamente rapido (febbraio - aprile 2013), alla riconquista delle principali cittadine controllate da gruppi islamisti, rimane impresso il monito lanciato  da Dominique de Villepin, primo ministro francese dal maggio 2005 al maggio 2007 ai tempi di Chirac. In un'intervista rilasciata il 12 gennaio 2013 al Journal du Dimanche, de Villepin dichiarava: «Mi spaventa l’unanimismo, la precipitazione apparente, il déjà-vu degli argomenti della 'guerra contro il terrorismo'. [...] Impariamo la lezione di un decennio di guerre perse, in Afghanistan, in Iraq, in Libia. Queste guerre non sono mai riuscite a costruire uno Stato solido e democratico. Al contrario, hanno favorito i separatismi, gli Stati falliti, la legge di bronzo delle milizie armate. Mai queste guerre hanno permesso di eliminare i terroristi che sciamano in una determinata regione. Al contrario, legittimano gli elementi più radicali». Se non si vuol credere alle parole degli attivisti e dei pacifisti, la versione di un ex-primo ministro conta qualcosa di più?

Meno Nobel per tutti

In questo quadro, non è un caso che tra i Nobel per la Pace più discussi degli ultimi anni figuri proprio quello attribuito all'Unione Europea, vista la partecipazione degli Stati Membri nei già citati conflitti internazionali. Impegnati, a partire dal secondo dopoguerra, in un vasto processo di pacificazione e integrazione continentale (in primis tramite accordi commerciali), gli Stati europei hanno fallito nel loro ruolo di portavoce della pace di fronte al mito della cosiddetta 'esportazione della democrazia', posta in essere più con presenze militari che tramite un ruolo forte in ambito diplomatico e di mediazione dei conflitti. Di fronte a interessi economici rilevanti ha prevalso la legge della fondina. E a farne le spese sono state le fasce più deboli delle popolazioni coinvolte nei conflitti. Per passare da cittadini a migranti può bastare una settimana di bombardamenti.

Dossier Migrazioni. Parte II. Continua.