Da Parigi a Marrakech: l'UE al bivio sul clima

Articolo pubblicato il 21 settembre 2016
Articolo pubblicato il 21 settembre 2016

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L'Unione Europea, che senza dubbio in passato primeggiava in tema di clima, appare oggi in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina in merito all'accordo di Parigi. Le pressioni nazionali ostacolano l'intero processo di ratifica e l'accordo rischia di entrare in vigore senza il contributo dell'UE. 

All'inizio del mese, alla vigilia dell'ultimo summit del G20 a Hangzhou, gli Stati Uniti e la Cina, i due maggiori inquinatori al mondo, hanno annunciato formalmente la loro ratifica all'accordo di Parigi. Molti esperti considerano l'impegno delle due più grandi economie mondiali come un punto di svolta nella lotta globale contro i cambiamenti climatici. Anche il Brasile, proprio lunedì scorso, ha deciso di seguire i passi dei delle due potenze.

Finora, sono 28 i paesi che hanno rafitificato l'accordo sul clima COP21 e rappresentano il 40% circa delle emissioni di gas serra globali. L'accordo diventerà vincolante solo quando verrà ratificato da almento 55 paesi, che corrisponderanno al 55% delle emissioni globali, com'è specificato nell'Articolo 21. Tuttavia altri 20 stati, incluso il Messico, hanno recentemente espresso la loro intenzione a prendere parte al processo e a rafiticare entro la fine di settembre.

Probabilmente l'accordo entrerà in vigore alla fine del 2016, senza la partecipazione dell'Unione Europea, che è ancora in ritardo. I paesi europei, responsabili del 12% delle emissioni globali, sono al momento alle prese con il progetto di "condivisione degli oneri" nei settori non coperti dal sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Emissions Trading System, ETS). E questo farà slittare la ratifica alla fine del 2017.

La diplomazia sul clima ha perso

“Molti europei in realtà si domandano: dov'è l'Europa ? Perché non siamo pronti per questo passo ? Perché il nostro processo decisionale è più lento” afferma Connie Hedegaard, ex commissario europeo per il Climate Action all'incontro annuale di Bruegel del 2016, commentando l'annuncio di Cina e Stati Uniti. “Il clima dovrebbe essere uno dei settori politici da cui partire per ricostruire la fiducia dei cittadini nell'UE”, aggiunge.

In un momento in cui la Brexit e la crisi dei rifugiati hanno ulteriormente screditato l'immagine dell'Unione, i paesi europei dovranno presentare l'accordo di Parigi come uno dei risultati più tangibili ed importante degli ultimi anni. Tuttavia, l'UE ha visibilmente perso la leadership mondiale in materia di clima,  anche per la lentezza del processo di ratifica dell'accordo. Gli stati membri sono tenuti a ratificare sia a livello europeo sia a livello nazionale. Mentre il Consiglio sull'Ambiente approverà la proposta della Commissione in merito all'accordo in Ottobre, il processo di ratifica a livello nazionale avrà certamente bisogno di più tempo per essere portato a termine.

L'UE avrebbe in realtà la possibilità di bypassare i voti nazionali e di rivendicare per sé la competenza in materia. Ma questo finirebbe per causare una reazione politica negativa da parte di alcuni degli stati membri. Nel frattempo, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, durante il suo annuale discorso sull'Unione pronunciato la scorsa settimana, ha esortanto i paesi europei a ratificare l'accordo il più velocemente possibile.

Cosa sta accadendo a livello nazionale ?  

Francia, Ungheria e Austria sono i soli stati membri ad aver già provveduto alla ratifica dell'accordo nei loro parlamenti nazionali. Anche altri paesi hanno intrapreso il procedimento interno. Ma molti degli stati membri hanno atteso la proposta della Commissione sulla decisione della cosìddetta "condivisione degli oneri" per avviare la procedura. La proposta, pubblicata lo scorso luglio, definisce gli obiettivi nazionali in materia di emissioni per gli stati membri nei settori non-ETS tra il 2013 e il 2020, così da permettere all'UE di conseguire l'obiettivo di ridurre del 40% le emissioni globali di gas a effetto serra entro il 2030.

Ciò nonostante, alcuni paesi si mostrano ancora riluttanti ad approvare la proposta e le loro politiche vanno in direzione opposta rispetto alla regolamentazione.  La Polonia, per esempio, ha recentemente chiesto delle coperture finanziarie per la costruzione di nuove centrali a carbone. I paesi dell'Europa dell'Est hanno esplicitamente subordinato la ratifica dell'accordo di Parigi alle concessioni sul carbone da parte dell'UE. Inoltre, il governo polacco ha dichiarato che negli anni a venire il carbone rimarrà la fonte di produzione energetica principale.

Non è neanche chiaro in che modo la Brexit potrà influenzare l'obiettivo comune del 40%. La Gran Bretagna è stata uno dei paesi che più ha contribuito all'obiettivo di riduzione previsto per il 2030. Di conseguenza, se il paese deciderà di rinunciare alla politica climatica comune dell'UE, la Commissione dovrà rivedere l'intero sistema di condivisione. 

L'Unione Europea dovrebbe in ogni caso affrettarsi a finalizzare realmente il processo di ratifica. In caso contrario, non riuscirà mai a riconquistare di nuovo la propria leadership nella lotta contro i cambiamenti climatici.