Da Morales a Garcia, le mille e una sinistra dell'America Latina

Articolo pubblicato il 05 giugno 2006
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Articolo pubblicato il 05 giugno 2006

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Negli ultimi anni un’ondata di vittorie della sinistra hanno travolto i conservatori sudamericani. Ecco come la sinistra si adatta a sei Paesi sudamericani del Ventunesimo secolo.

La sinistra sudamericana è divisa in due poli, nonostante facciano parte della stessa famiglia politica. Da un lato troviamo una sinistra attenta agli interessi economici e vicino ai fondamenti della socialdemocrazia europea, rappresentato dal socialismo cileno. Dall’altro lato una sinistra più innovatrice e soprattutto interventista il cui modello è Chavez, leader venezuelano. Nel mezzo rimane una zona grigia e indefinita nella quale transitano numerosi presidenti e candidati indecisi.

Evo Morales, l’indigeno socialista al potere

Evo Morales sarà ricordato come il primo indigeno alla presidenza della Bolivia dall’indipendenza del Paese. Nato in una piccola comunità aymara, l’ex cocalero (contadino delle piantagioni di coca) e sindacalista, Morales ha vissuto da vicino i principali problemi della Bolivia. In primo luogo l’estrema povertà che colpisce – secondo il Cepal – il 76,5% dei boliviani, l’alto tasso di analfabetismo rurale e la coltivazione delle foglie di coca. La nazionalizzazione degli idrocarburi e l’occupazione delle raffinerie di imprese come la spagnola Repsol Ypf e la brasiliana Petrobras sono state le prime dimostrazioni della politica che propone Evo Morales per poter finanziare il miglioramento delle condizioni di vita dei boliviani. Le misure prese nei confronti di queste compagnie hanno provocato una grande inquietudine ed un certo rifiuto in due governi teoricamente vicini al boliviano come sono quelli di Madrid e Brasilia. Forse per non perdere alleati o investitori stranieri, Morales ha dimostrato di essere più incline alla negoziazione nelle successive riunioni con Zapatero e Lula. Ma come si comporterà in futuro?

Bachelet, la prima Presidentessa cilena

Il Cile viene considerato il Paese più ricco ed europeo dell’America Latina insieme all’Argentina, ed è indicato come esempio da seguire dai principali organismi economici internazionali. Ma il livello di disuguaglianza sociale è il più elevato del continente, insieme al Brasile. Anche se durante tutta la presidenza del veterano socialista Ricardo Lagos le disuguaglianze si sono ridotte, la lotta per l’uguaglianza di opportunità sarà il principale obiettivo della prima Presidente donna del Cile, la socialista Michelle Bachelet. In un paese in cui la figura di Pinochet svanisce a poco a poco, la scalata alla presidenza di una vittima della tortura può mettere fine al processo di riconciliazione della società cilena.

Add at the end "16 years after having led Peru to economical chaos, ex-President Alan Garcia, surnommed 'the crazy horse", 57 ans, has just been reelected face to the nationalist Ollanta Humala. Garcia who had been accused of corruption and forced to exile during one decade, said he has changed and learnt out of his unsuccessful experience at the head of the country."

Perù, il ring della sinistra

Il 4 giugno 2006 si sono scontrati due modi differenti di intendere l’ideologia di sinistra nella seconda tornata elettorale peruviana. I combattenti sono il candidato innovatore del Partito Nazionalista peruviano, Ollanta Humala, e il candidato socialdemocratico, Alan Garcia. Se da un lato condividono l’idea della necessità di una maggiore giustizia sociale, dall’altro ci sono divergenze su come arrivarci. Mentre Humala opta per una rinegoziazione dei contratti con le imprese straniere secondo l’esempio di Evo Morales, Alan Garcia preferisce il modello delle riforme alla cilena. Sedici anni dopo aver condotto il Perù nella economica, l’ex-Presidente Alan Garcia, soprannominato “cavallo pazzo”, a 57 anni è stato appena rieletto. Accusato di corruzione e obbligato all’esilio per dieci anni, ha dichiarato di essere cambiato e di non cadere negli stessi errori.

Chávez, un venezuelano mediatico

Hugo Chávez non ha peli sulla lingua. Dalla piattaforma che gli offre il suo programma televisivo Aló Presidente ha criticato ferocemente il governo liberale del continente. A cominciare dal presidente Bush. Ma il suo potere è radicato su due fattori: la sua caratteristica di sopravvissuto politico ottenuta con sudore dopo il fallito colpo di stato del 2002 e le importanti entrate del petrolio. I prezzi crescenti degli idrocarburi hanno dato al regime chavista la possibilità di convertirsi in un’autentica potenza regionale con una politica estera molto potente basata sul panamericanismo e su una stretta relazione con i regimi più di sinistra dell’America Latina. I suoi detrattori accusano comunque il Venezuela di un eccessivo interventismo nella politica degli altri Stati.

Lula, il potere uccide la magia?

Quando arrivò al potere nell’ottobre del 2002, Luis Inacio da Lula Silva, detto Lula, rappresentava la speranza di cambiamento per milioni di brasiliani delle classi inferiori così come un’incertezza per i centri di potere finanziario ed economico del Paese. Tre erano le promesse di base del leader del Partito dei Lavoratori, Partido de los Trabajadores). In primo luogo risolvere il problema della miseria attraverso il programma Hambre Cero (“fame zero”, N.d.T.), creare una maggiore occupazione e promuovere la crescita economica. Il lavoro di Lula non è stato facile. Se da un lato è riuscito a risolvere i dubbi dei settori economici con una politica di continuità economica, dall’altro si è inimicato l’ala più a sinistra del suo stesso partito che lo accusa di realizzare riforme più da partito conservatore. Come se non bastasse, Lula è rimasto infangato da numerosi casi di corruzione di uomini di sua confidenza come José Dirceu, che possono diminuire le sue possibilità di rielezione. Ma Lula ha trovato due salvagenti: il programma Hambre Cero comincia a dare risultati nella riduzione della miseria e delle disuguaglianze e la crescita brasiliana del 2005 è arrivata al 4,9%

López Obrador, «prima i poveri»

L’accesso alla presidenza del conservatore Vicente Fox, esponente del Pri (Partito rivoluzionario istituzionale), nel 2000 aprì il cammino all’alternanza politica in Messico. Ma la vittoria del candidato progressista del Partito della Rivoluzione Democratica, Andrés Manuel López Obrador alle prossime elezioni presidenziali del 2 luglio potrebbe significare la fine dell’egemonia del Pri . Il suo impegno sociale a capo della giunta della capitale gli ha dato un grande prestigio rovinato solamente dalle accuse di corruzione di alcuni dei suoi collaboratori. Il suo programma di lotta contro la povertà e contro la discriminazione dei popoli indigeni provoca molta diffidenza nella borghesia, la destra messicana, ma anche nell’estrema sinistra che lo accusa di essere un politico “populista”. Gli ultimi sondaggi di opinione prevedono un finale di campagna da brividi. Infatti il candidato del Pan Felipe Calderón per il momento ha un vantaggio su López Obrador di soli quattro punti.

Copyright: Presidenza della Bolivia (Morales) ; Presidenza del Cile/Nancy Costes (Bachelet) ; Chmouel Boudjnah (Machu Pichu) Marcello Casal Jr/ABr (Chavez ); Antonio Cruz/ABr (Lula) ; Gustavo Benítez (Obrador)