"Da grande voglio fare la donna delle pulizie": sogni di una bambina rom

Articolo pubblicato il 29 luglio 2013
Articolo pubblicato il 29 luglio 2013

Una parte significativa dei fondi strutturali dell’Unione Europea è stata destinata al supporto dell’inserimento sociale di gruppi emarginati. Qualcosa, però, è andato storto nella gestione delle risorse, tra le responsabilità della distribuzione del denaro (a livello nazionale) e i progetti che le autorità locali devono presentare e in seguito realizzare. 

Incorniciato dalla verde e idialliaca campagna nell’est della Slovacchia si trova un accampamento di circa 1.700 Rom: costituiscono quasi l’80% della popolazione del villaggio, ma contano poco o niente per l’amministrazione locale. Le porte delle case di fortuna (se ne hanno) sono scardinate. L’erba circostante è stata schiacciata fino a diventare un pantano fangoso. La temperatura media a gennaio è di 5 gradi sotto zero. “Vogliamo case come gli altri, con bagni e acqua corrente”, dice una donna di 69 anni, che vive nell’accampamento da quando si è sposata all’interno della comunità all'età di 16 anni. “Vogliamo essere trattati come tutti gli altri”.

I FONDI: GESTIONE e contraddizioni

Parlando sia con i giovani che con gli anziani della comunità rom, non ci sorprende scoprire che l’educazione non è tra le loro priorità. Tuttavia, appena al di là della stradina che conduce all’accampamento, si trova un grosso container, come quelli che solitamente si vedono nei cantieri: è una scuola “speciale” montata grazie all’aiuto dei fondi dell’UE. Tutti gli studenti di questa scuola sono Rom. "Sono stati mandati qui sulla base di test diagnostici", racconta il direttore della scuola.

La Slovacchia risulta al primo posto in una recente inchiesta dell'Eurobarometro sul grado di preoccupazione, da parte dei genitori slovacchi, che i loro figli abbiano dei compagni di classe rom. Inoltre, un’indagine condotta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’UE, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, la Banca Mondiale e la Commissione Europea, ha svelato che in Slovacchia meno di un terzo dei Rom tra i 20 e i 64 anni ha un lavoro retribuito, e quasi il 90% delle famiglie rom sfiora la soglia di povertà. Si tratta di uno studio pubblicato nel 2012, prendendo in esame più di 80.000 Rom e i loro vicini, negli 11 stati membri dell’UE con la più alta concentrazione di Rom.

Se il fatto che l’autorità locale abbia richiesto dei fondi per costruire e istituire una scuola, nonché trovare degli insegnanti (nessuno dei quali Rom), risulta un fattore positivo, tuttavia il concetto di “scuole speciali” solo per bambini rom resta più che problematico. La Slovacchia è stata criticata per la sua scarsa attenzione all’integrazione degli studenti rom nelle scuole tradizionali. La segregazione de facto rafforza vecchi pregiudizi e stereotipi. Chiediamo a dei bambini rom cosa sognano di diventare da grandi, ma soltanto 2 dei 10 alunni in classe alzano la mano. Non rispondono: “Voglio fare lo scienziato”, “l’insegnante” o perfino il “giocatore di calcio”, come farebbero molti bambini della loro età nel resto d’Europa. Piuttosto: “Voglio fare il fabbro”, dice un bambino. “Io la donna delle pulizie”, urla una bambina. Parliamo di gente senza acqua corrente e con i buchi nel tetto che si preoccupa della propria sopravvivenza, non di fare grandi progetti per il futuro.

GLI ACCAMPAMENTI: tra bisogni primari e sogni sul futuro

A 42 km di distanza, le autorità locali hanno lavorato per anni per poter integrare la popolazione rom in un altro accampamento. Benché faccia differenza il fatto che i Rom qui costituiscano solo il 20% della popolazione, ci sono altre considerazioni più importanti da fare: in che modo i fondi sono stati utilizzati, per esempio nella costruzione di case e in progetti di formazione professionale. Molti bambini vanno in scuole elementari miste insieme a studenti slovacchi mentre i più piccoli frequentano la scuola in un centro comunitario locale. Le piccole case dell’accampamento non hanno abbastanza camere per tutta la comunità rom, che possiede un alto tasso di fertilità (alcune famiglie hanno 9 o anche 10 figli). Però sono case fatte di mattoni e hanno l’acqua corrente, molte hanno anche la parabola satellitare fissata al muro esterno. Non c’è segno della vandalizzazione di fisse dimore che ritorna così di frequente nei cliché sui Rom. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che il progetto ha obbligato i futuri inquilini a dare una mano nella costruzione delle case e poi al pagamento di un affitto e dei relativi servizi?

Le priorità e i bisogni qui sono differenti. “Vogliamo che i nostri figli abbiano un lavoro”, dice una donna. “Sono il nostro futuro”. I Rom hanno dunque interesse a prendere seriamente l’educazione dei propri figli, a cercare un lavoro e trovarlo (benché la crisi economica abbia colpito duramente il paese con un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 35%). Ad ogni modo, se chi ha il potere e il denaro non è in grado di affrontare il problema della discriminazione, della segregazione scolare e dell’esclusione sociale, questi desideri non si realizzeranno mai.

Il 26 giugno la Commissione Europea ha invitato gli stati membri a impegnarsi maggiormente per migliorare l’integrazione economica e sociale dei Rom. L’UE gioca un ruolo fondamentale nel combattere la discriminazione, così come nel fornire i fondi necessari per l’integrazione. I governi nazionali devono però a loro volta mettere insieme le proprie volontà politiche per cambiare la situazione. Servono anche misure d’integrazione effettive a livello locale, insieme alla netta convinzione che nonostante tutte le differenze tra la maggioranza della popolazione e i Rom a livello di tradizioni e di stile di vita, entrambi appartengono alla stessa comunità nella quale sono stati a lungo vicini di casa scomodi e ostili. 

Infine, ogni politica d’integrazione rom deve tenere conto dei sogni, delle energie e dei punti di vista delle comunità stesse. Se le comunità rom raggiungono lo stesso livello di educazione e di lavoro della maggioranza della popolazione, bisogna dar loro tutto ciò che viene dato a qualunque altro individuo, per poter guardare al passato stando al riparo di un tetto e pensare al loro futuro e a quello dei loro figli. L’acqua corrente è solo il punto di partenza, ma il passo successivo, quello dell’integrazione, è sicuramente difficile da ottenere senza il primo.

Gli autori lavorano per l’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Le opinioni espresse in questo articolo sono personali e non riflettono necessariamente il punto di vista dell’agenzia.