Culture europee nel mondo: la Francia non investe nel soft-power

Articolo pubblicato il 20 maggio 2009
Articolo pubblicato il 20 maggio 2009
Valori, atteggiamenti, modi di vivere: i Paesi europei esportano la loro cultura e la loro lingua nel mondo per farle dialogare. Cafebabel.com dedica una serie a questa “diplomazia culturale”. Prima tappa: la rete francese (Alliançe Française) che subisce tagli di budget. «Non sarebbe il momento di mettere la diplomazia al servizio di una cultura francofona»

Qual è la rotta da seguire per l’armata culturale francese formata da 148 tra istituti e centri culturali oltre a più di un migliaio di Alliance française in tutto il mondo? La rete culturale francese deve posizionarsi al centro della “franco sfera” per trovare un nuovo slancio. Eppure quest’anno una diminuzione generale dei crediti pubblici per il finanziamento dell’azione culturale esterna toccherà il 30% per alcune cariche diplomatiche e si stabilirà intorno al 20% di diminuzione media in tutta la rete culturale. Ecco il verdetto senza possibilità di appello della legge finanziaria 2009 per la rete culturale del Ministero degli Affari Esteri francese (Mae). Al di là della difficoltà ricorrente legata alla mancanza di sussidi pubblici, questo network è confrontato a una serie di problemi di fondo la cui risoluzione urgente creerebbe le condizioni possibili per un ammodernamento. L’impegno pubblico dello Stato è necessario per il rilancio dell’azione culturale a livello internazionale. Il finanziamento di questo rilancio non sarebbe poi così costoso per i francesi dal momento che la rete culturale è già largamente cofinanziata da risorse private.

Un problema di gouvernance

Un altro modo per uscire a testa alta dalla crisi attuale consisterebbe nel ristabilire la tabella di marcia di questa rete e nel cambiare la propria ragione di esistere a livello istituzionale. In seno al Ministero, una nuova politica detta “della globalizzazione” si sta mettendo in moto. Essa deve pilotare l’azione culturale esterna dello Stato francese. Tuttavia, in questa nuova organizzazione ministeriale, l’azione culturale sembra ormai essere un’appendice minore poiché la globalizzazione è considerata essenzialmente da un punto di vista economico. L’organizzazione della rete culturale francese non è ben chiara per i francesi che vivono all’interno della Francia. Molti ritengono che essa dipenda dal Ministero della Cultura e che abbia funzioni simili a quest’ultimo. Pochi uomini politici nazionali, fatto salvo qualche senatore dei francesi all’estero, si sono interessati a questioni relative all’azione culturale esterna francese. In mancanza di una visione politica maggiore per ripensare le proprie missioni, la rete culturale si trova in una situazione molto difficile. Il personale che lavora nella rete culturale non è composto da diplomatici di mestiere. Il modo di assunzione privilegiato consiste nel fare appello a specialisti provenienti da orizzonti professionali diversi (personalità del mondo dell’arte, professori, esperti di logistica della cultura). Questa “diversità” nelle assunzioni rappresenta una delle identità forti della rete. E la coesistenza con il mondo dei diplomatici di carriera, ambiente più classico a livello di gestione, non è sempre così ovvio. Numerosi ambasciatori e decisionisti del Mae temono molto i tentativi per rendere autonoma questa rete, con la paura di veder loro sfuggire una “diplomazia d’influenza culturale”, una delle colonne portanti dell’azione internazionale francese. Una cosa è tuttavia certa: i sussidi pubblici necessari al rilancio di questa rete sarebbero comunque modesti. Attualmente, il costo globale della rete è inferiore al budget di funzionamento della Biblioteca Mitterand o dell’Opera Bastille, entrambi a Parigi. Nonostante tutti questi problemi di fondo irrisolti, vi è stata una piccola e silenziosa rivoluzione finanziaria: veder crescere la parte di risorse private per il proprio finanziamento. Gli istituti culturali europei sono oggi autofinanziati per più del 50% da “mecenati d’impresa”, da cofinanziamenti con istituzioni culturali locali e dalla vendita di corsi di francese. Il rilancio della rete culturale non sarebbe quindi costoso per i francesi.

Verso un mondo “meticcio”

Riformare in modo utile questa rete consisterebbe prima di tutto nel stabilire una tabella di marcia chiara, che fissi la rotta di una globalizzazione alternativa e generosa, accompagnando “l’inizio del mondo” nuovo, una modernità “meticcia” che evoca Jean-Claude Guillebaud (famoso giornalista francese, anche direttore di Reporters Sans Frontieres) in una sua recente opera. Per ora l’azione culturale esterna è solo uno dei pilastri dell’azione diplomatica dello Stato che contesta la sua strategia d’influenza presso le élite culturali locali con il rischio di dare l’impressione di un club chiuso, di un’élite francofona che vive nella sua boccia di vetro. Invece di mettere la cultura al servizio della diplomazia, di cui essa è oggi “il soft power”, il potere dolce, non sarebbe il momento di mettere la diplomazia al servizio di una cultura francofona aperta e mista, per mezzo di una lingua francese rinnovata attraverso l’apporto degli scrittori e dei parlanti delle ex colonie francesi o dei francesi dei Dom-Tom?