Cronache dal "paese dei merli neri" (I)

Articolo pubblicato il 04 agosto 2014
Articolo pubblicato il 04 agosto 2014

Agli inizi del 2000, il Kosovo è davvero stato teatro di un traffico di organi, perpetrato dai guerriglieri kosovari sui prigionieri serbi? In 10 anni, non meno di sei inchieste si sono succedute su questo macabro crimine: uno stillicidio di investigazioni che ha sollevato domande senza dare certezze. Senza cadavere, o  testimoni, la storia ostacola il riconoscimento dell'indipendenza del paese.

I - Ilir

«Ma chi si crede di essere James Bond? Buzzurro!» La prima volta che ho visto Ilir, si dirigeva verso il check-in dell'aeroporto di Vienna con la tipica andatura del boss. Camicia nera, jeans chiari, impettito e minaccioso. Non molto alto ma sicuro di se e imperturbabile quanto Javier Bardem, l'assassino matto del film Non è un paese per vecchi.

La seconda volta che l'ho incrociato, Ilir discuteva con gli addetti alla sicurezza,  davanti alla sala d'imbarco del volo per Tirana, Albania. Dopo aver sbraitato in un tedesco stentato e agitato il passaporto, finalmente viene fatto accomodare nella sala d'attesa scortato da due omoni della vigilanza. Seduto in un angolo del terminal, sotto i neon, Ilir si concentra con aria imbronciata in contemplazione del suo cellulare. E delle passeggere in gonna e tacchi.

Solo quando salgo sulla stretta carlinga del piccolo aereo ad elica, realizzo che il James Bond dell'aeroporto- incarnazione del mafiosetto dei Balkani, che mi ero ripromesso di evitare durante il viaggio - sarebbe stato il mio vicino di sedile per tutto il volo. Rattrappito sul suo posto, non si toglie neanche il cappotto. Il suo sguardo verde chiaro è tagliente e senza emozioni. L'aereo decolla e il suo cellulare suona. Risponde e comincia a sussurrare. La voce è soffocata dalle vibrazioni del motore. Poco dopo, iniziamo a parlare. Gli dico che sono un giornalista e che sto andando a visitare il paese. 

Ilir aveva una vita tranquilla e regolare in Svizzera, dove era stato mandato all'inizio del conflitto in Kosovo. Come molti Albanesi del Kosovo, ha dovuto espatriare per sfuggire la politica dell'apartheid condotta negli anni 90 dal «maestro di Belgrado», Slobodan Milosevic. A Zurigo, si è diplomato elettricista, attività che alterna con piccoli lavori e un po' di «business, che fa cool». A causa di un «corpo a corpo» con un compatriota, Ilir è stato arrestato. Ormai è persona "non gradita" in Svizzera. Il suo permesso di soggiorno è stato ritirato e lui deve rientrare nel suo paese. 

Come tanti kosovari albanesi, lingua, cultura, radici e religione, l'Islam, provengono dalla vicina Albania. A 33 anni, Ilir, il cui nome evoca il prospero regno dell'Illyria, mitico fondatore della penisola balcanica, parla molto della sua famiglia: dei «patrioti» come fieramente dice raddrizzandosi sulla schiena. Suo padre colleziona automobili americane, Rolls Royce o Chevrolet degli anni '50 che appartenevano ai quadri dirigenziali dell'Albania comunista. Uno dei suoi zii ha fondato un promettente partito a Tirana. Il secondo è in prigione per aver ucciso un conoscente col kalachnikov nel corso di una «divergenza di vedute col vicinato.»

Il terzo possiede un hôtel: lo stabilimento, situato lungo le sponde dell'Adriatico si chiama l'hôtel Drenica. «Un gran bel posto sulla spiaggia, moderno, climatizzato e tutto il resto», mi dice Ilir, entusiasta. «Durante la guerra del Kosovo, l'hôtel era il quartier generale dell'UÇK, l'Armata di liberazione del Kosovo.  I patrioti vi si addestravano giorno e notte prima di darsi alla macchia.» Ilir mi spiega che i combattenti dell'UÇK sono «eroi. Se mio padre non mi avesse spinto ad emigrare, anche io avrei preso le armi per liberare il paese da quel cane di Milošević». Mi invita a fargli visita a Durrës per «farmi conoscere il paese» Qualche giorno dopo scendo alla stazione degli autobus. Brulicante e industriale città portuale sull'Adriatico, Durrës è famosa per essere il regno incontrastato di contrabbandieri, criminalità organizzata e vera porta di entrata dell' immigrazione clandestina verso l'UE. Le coste italiane distano otto ore di traghetto per i candidati all'esilio. Un grande edificio prefabbricato, dai colori pastello sul lungomare,  è l'hôtel Drenica.

La bandiera albanese, aquila nera in campo rosso sangue svetta sulla facciata dell'edificio. All'entrata, un momumento marmoreo alla memoria dei soldati dell'UÇK non lascia dubbi sulle convinzioni politiche del proprietario. Nel '98/'99, il luogo, situato a un centinaio di chilometri dalle frontiere, è stato il cuore di tutte le attività clandestine dell'Armata di liberazione albanese. Il centro nevralgico della resistenza per il quale sono passati droga, armi e denaro sporco. 

All'interno non ci sono turisti. Niente reception. Un bar, qualche habitués davanti al bancone che si gira e mi squadra a lungo. Sui muri rosa pallido sono esposti ritratti di uomini barbuti, in mimetica e kalachnikov che mostrano un' espressione più o meno ottimista.

Lo zio d'Ilir arriva: è un uomo sulla sessantina, dritto come un fuso, occhi chiari e camicia col collo anni '70. Uno sguardo da pescecane mentre mi tende la mano e mi saluta con un «Mirdita» - buongiorno - glaciale. Il divertimento inizia: Ilir traduce in tedesco, suo zio mi fissa, il naso immerso nella sua Rakija (vodka dei balcani ndt). 

« - Ha belle foto sui muri. Chi sono quegli uomini armati? -  Patrioti. Eroi. -  È stato membro dell'UÇK anche lei? - Si. Ero comandante. - Che ruolo aveva? - Procacciare uniformi, ricevere armi e vettovagliamenti. Reclutare e addestrare le truppe. »

Delle voci dicono che, strane cose sono avvenute all hôtel Drenica. Testimoni anonimi dicono di aver assistito a cruenti interrogatori, a torture ed alle deportazioni dei prigionieri. E non dimentichiamo il traffico di organi... So che i veterani dell'UÇK non sono dei collegiali. Prima di intervenire in Kosovo e sostenerlo, tutti, finanche gli americani, li consideravano un'organizzazione terroristica, finanziata dal crimine organizzato, dai trafficanti di droga e di armi e dagli sfruttatori della prostituzione. Circondato da cinque armadi a specchio e da un silenzio di tomba il luogo non è propizio per le confidenze. Io riprendo il mio interrogatorio.

«- Da dove veniva il denaro che finanziava la resistenza? Le armi? - Dagli Americani. Dai partigiani. - Ha ucciso persone?  - Ho difeso il mio paese. - Ha torturato prigionieri Serbi? - Non ha importanza. - Ha mai seppur vagamente sentito parlare di traffico di organi? »

Ilir è costernato, suo zio rimane in silenzio. Io incalzo. La replica arriva come un missile.

« - Che ne sai tu di cosa significa difendere il proprio paese? - Nulla, ma..... - E allora, se il tuo paese, la Francia hai detto, ci si fosse trovata? Se la Francia fosse stata occupata dalla Germania per esempio, cosa avresti fatto? - Non lo so. - Appunto. Tu non sai. Tu non sai niente di niente! » 

hai appena letto il primo stralcio dell'inchiesta sul traffico degli organi in Kosovo. per tutta l'estate, troverai il seguito di questa formidabile storia dai contorni del thriller sull'unico magazine europeo che non è noioso. Maggiori info  qui.