Cronache dal paese dei merli neri: (6)

Articolo pubblicato il 08 settembre 2014
Articolo pubblicato il 08 settembre 2014

Agli inizi del 2000, il Kosovo è davvero stato teatro d'un traffico d'organi, perpetrato dai guerriglieri kosovari sui prigionieri serbi? Silvana conosce perfettamente i termini dell'equazione irrisolvibile. Lei, che ha visto suo marito partire e mai più tornare, lo sa meglio di tutti.

VI - Silvana

Nel giugno del 1999, la guerra del Kosovo, tra una Serbia accusata di pulizia etnica e l'UÇK che lotta per l'indipendenza della regione, infuria. Con i bombardamenti della Serbia da parte della Nato, delle forze internazionali e della KFOR sbarcata nel paese i massacri, le rapine e le violenze s'intensificano. Molti cittadini della minoranza serba preferiscono fuggire. Giovane sposa, madre di due bimbi, uno di 3 anni, l'altro di pochi mesi, Silvana non ha scelta, deve restare. Dal furgone, insieme a due cugini, Bojan le comunica che parte «per un giro» e si dirige in Serbia, il 15 giugno.

Non tornerà mai più. Silvana aspetta tre lunghi giorni tra grida e violenze. Cerca di restare lucida. E fredda. Una sera, uno dei vicini la va a trovare. Albanais è un amico fidato della famiglia che ha spesso lavorato con suo marito nella polizia di Gračanica. «Una persona fidata», dice. Durante la guerra, è stato "arruolato" nell'Armata di liberazione kosovara, l'UÇK. O collabora o viene "sanzionato". Lui le racconta la scena alla quale ha assisito, quando è sparito Bojan. Sulla nazionale, all'altezza di Guiraje, il furgone di suo marito viene fermato ad un check point dell'UÇK. Si riconoscono, si salutano, il vicino parla con il partigiano per farli passare. Gli altri rifiutano: «Ne abbiamo bisogno, sono merce di scambio.» Uno dei tre viene immediatamente ucciso a sangue freddo. Gli altri imprigionati.

Il vicino comunica a Silvana i nomi dei soldati dell'UÇK che erano presenti quel giorno. Abitanti di Gračanica che Silvana conosce. «E poi si è messo a piangere, scusandosi di non aver potuto fare nulla.» Silvana no, lei non piange. Si rivolge alle forze internazionali che governano il paese chiedendo e sperando che facciano giustizia. «Quando sono arrivata nell'ufficio locale della KFOR, istituito su mandato britanico, mi fu detto che la regione in questione era sotto il controllo americano. Sono andata da loro e mi hanno rimandato dagli inglesi». Conflitto e caos. Il risultato? Delle frontiere non veramente delimitate. Quindi, tutto inutile. Silvana è furiosa. «Conosco quelli che hanno deciso le sorti di mio marito, addirittura li incontro per strada!»

Il vicino torna e le parla di un campo di prigionia illegale di serbi. Si trova in una vecchia scuola elementare lì vicino. Le fa intuire che suo marito potrebbe essere là. Vivo e solo a pochi chilometri da lei. Silvana torna al KFOR. Ripete la cosa a dei soldati, poliziotti, funzionari. Specifica nomi, luoghi e date. Il vicino le fa da testimone. Solo qualche settimana dopo una pattuglia è inviata sul luogo. Troveranno solo indizi ma, nessun cadavere. L'inchiesta è abbandonata.

Il fratello del vicino, 18 anni, muore dopo una "rappresaglia". Serbi o Albanesi, più o meno deboli, uomini e non, chiunque denuncia e/o tradisce, non ha posto nel nuovo Kosovo, indipendente e libero, che l'UÇK promette di costruire.

Ad agosto 1999, anche la UNMIK arriva a Gračanica. Silvana ricomincia la crociata.  «Ho bussato a tutte le porte possibili. Mio marito era un poliziotto: conosco quelli che lavoravano per la polizia del Kosovo e per l'Unmik, avevo testimoni ed informazioni». Ripete la sua storia, ma non rivela l'identità dei carnefici. Un giorno le dicono che il suo dossier è "sparito", "perso". I soldati stranieri inviati in Kosovo sono solo «dei novellini senza esperienza», afferma oggi Silvana, senza rancore. Le altre NGO internazionali, come la Crocerossa, hanno dato loro il cambio sul territorio e distribuiscono solo aiuti umanitari. Da quando però, ha sentito voci di traffico di organi, ampiamante diffuse dai media serbi, Silvana non perde le speranze.  «Non è stato mai ritrovato il suo corpo, quindi tutto è possibile.»  

Avete appena letto la sesta puntata della nostra inchiesta dedicata al traffico di organi in Kosovo. Ritroverete la continuazione di una formidabile storia dai contorni thriller solo su Cafébabel. Per leggere la storia completa in lingua originale cliccate qui