Croazia: Rifugiati Reloaded

Articolo pubblicato il 09 giugno 2016
Articolo pubblicato il 09 giugno 2016

Come negli anni '90 anche oggi stazionano migliaia di migranti lungo il confine serbo-croato. Migliaia di rifugiati siriani in fuga dai tumulti in Medio Oriente passano per il campo di Slavonski Brod. E Lorena Franjkić, un'ex rifugiata bosniaca, li aiuta nel loro viaggio verso una nuova vita. Il nostro terzo racconto per la serie Balkans&Beyond.

Lorena Frankić si sporge da una staccionata, lasciando pendere dall'altra parte una borsa di plastica. Una bambina di 4-5 anni ci infila subito al testa dentro, per vedere cosa c'è. Non appena Lorena si allunga un po' di più per aiutare la bimba, sul suo giubbotto arancione fosforescente diventa evidente la scritta "Welcome".

La bimba riemerge dalla borsa. Guarda la scimmia di pezza che ha trovato, corruga la fronte, la rimette dentro e si rituffa nella borsa. Dopo un attimo di agitazione però riemerge con una bambola in mano, e sorride. Anche Lorena sorride. Non fa domande, come se fosse normale che in una tenda bianca, a un grado sotto zero di temperatura, una bambina scelga un giocattolo da un sacco per la spazzatura, in un posto di cui i suoi genitori, appena un'ora prima, non conoscevano neanche l'esistenza.

Una questione di scarpe e giocattoli

«Hani!» dice la bimba, indicando felice la sua bambola vestita di rosa. Si avvicinano altri bambini, si tuffano dentro la borsa, tirano fuori orsacchiotti, coccodrilli di plastica o scimmie di velluto. La bimba ritorna con un'altra bambola. «E lei chi è?» chiede Sandra, in arabo. Il padre di Sandra è siriano, la madre croata. Aiuta i rifugiati da quando è fuggita da Aleppo per andare in Croazia. «È la mamma di Hani» risponde la bimba, ma la madre le dice di scegliere tra Hani e la sua mamma, perché non possono continuare il loro viaggio con due bambole. «Ma io mi occuperò di tutte e due!» grida la bimba, e le stringe forte.

Questa bambina è una degli 850 rifugiati che sono arrivati al campo di transito a Slavonski Brod, una piccola città croata al confine con la Bosnia Erzegovina. I rifugiati partono in treno dalla Serbia e si fermano a Slavonski Brod, dove vengono registrati dalla polizia prima di continuare il loro viaggio, prima in Slovenia e poi verso l'Europa centrale. Slavonski Brod è solo una piccola tappa del loro viaggio. Il Ministero degli Interni croato, incaricato della gestione del campo, non dà in realtà molto tempo ai rifugiati per riprendersi dalla lunga e faticosa odissea. Però si dice che l'organizzazione di questo campo sia la migliore di tutti i Balcani. Lorena distribuisce principalmente vestiti, ce ne sono moltissimi, di ogni genere. Un ragazzo le chiede un paio di scarpe invernali. Le scarpe da uomo sono le più richieste, per questo motivo infatti ce ne sono poche  disponibili. Lorena si deve sporgere dalla staccionata per assicurarsi che ne abbia davvero bisogno. 

Non è sicuramente bello dover giudicare i bisogni degli altri, ma non ha scelta: potrebbe arrivare qualcuno che ne ha più bisogno, e lei non ne avrebbe più. Il suo lavoro consiste nel prendere decisioni difficili a volte, perché non è fisicamente in grado di aiutare tutti coloro che hanno bisogno. Ma la soddisfazione vince sempre su tutto: ci sono i sorrisi dei bambini, i rifugiati con il pollice in alto che urlano «Grande!» e i messaggi da chi, finalmente, è arrivato a destinazione. Lorena è una volontaria, e prova ad aiutare quei rifugiati che hanno dovuto interrompere il loro viaggio lungo i Balcani in Croazia.

Oggi come ieri

Vedendo i bambini Lorena non può fare a meno di ricordarsi di quando lei, alla loro età, si trovava nella stessa situazione. Si ricorda dei carri armati e delle uniformi dei Corpi di Pace delle Nazioni Unite, ma anche del momento in cui lasciò la città occupata dove aveva vissuto, in Bosnia Erzegovina. Era il 1994, ed aveva appena compiuto quattro anni quando prese un autobus per andare in Germania, con sua madre. Suo padre rimase lì a combattere la guerra. Si ricorda dei giochi che le erano stati regalati, soprattutto di una scimmia che portava sempre con sé e di un pagliaccio bianco, che è ancora sulla sua scrivania. "L'unica cosa che i miei genitori hanno detto della guerra è stata: «Speriamo che non succeda mai più. Solo ora, vedendo queste persone, mi rendo conto di quanto deve essere stato difficile per loro. Probabilmente è per questo che non ne parlano mai» dice Lorena. Nel 1997 poi essi lasciarono la Germania e si trasferirono in Croazia, in una cittadina dalmata.

All'inizio degli anni Novanta la Croazia ha accolto circa 650.000 rifugiati provenienti sia dai territori occupati sia dalla Bosnia Erzegovina. Più o meno nello stesso periodo, 150.000 persone sono scappate dalla Croazia. Venticinque anni dopo la Croazia si trova ad affrontare un'altra ondata di rifugiati. «Se durante la guerra fossi stata più grande sarei stata un'attivista per la pace. Quando è iniziata questa crisi umanitaria sapevo di dover prestare aiuto perché delle vite umane erano di nuovo in pericolo. Sentivo di poter far qualcosa, questa volta». 

Quando a settembre 2015 l'Ungheria chiuse la frontiera con la Serbia, i rifugiati in fuga dal Medio Oriente avevano una sola alternativa: attraversare la Croazia per arrivare in Europa occidentale. Così dalla metà di settembre migliaia di persone iniziarono ad arrivare nel Paese attraverso i campi dei villaggi, lungo il confine serbo. In questi posti le persone  avevano ricordi simili della guerra in ex Yugoslavia perché le forze serbe avevano occupato quella zona. 

Ricominciamo però a vedere centinaia di persone esauste e disperate camminare con le loro borse di plastica in mano. Nei villaggi lungo il confine i rifugiati sono venuti a conoscere i nuovi arrivati, hanno portato bottiglie d'acqua e i vestiti dei loro figli, le donne hanno portato dei biscotti e i volontari hanno creato degli hotspots dove i rifugiati possono ricaricare il cellulare. «Quando siamo stati costretti a lasciare le nostre case abbiamo avuto bisogno anche noi dell'aiuto degli altri. Per questo ci sentiamo vicini a queste persone» dice una donna di Tovarnik, il villaggio più vicino al confine.

Un posto di passaggio

Da quando la crisi dei migranti è iniziata a quando Lorena è andata a Slavonski Brod per prestare aiuto in Croazia sono arrivati 605.000 rifugiati. E da allora sono quasi tutti ad essersene andati. La Croazia non è uno di quei posti in cui vorrebbero stare. Slavonski Brod in questo momento è l'unico posto in Croazia ad avere una grande affluenza di rifugiati. «Vogliono andare tutti in Germania. È come la barzelletta del croato che chiede al bosniaco cosa farebbe se il mondo stesse per finire, e il bosniaco risponde: "Beh, prenderei moglie e figli e me ne andrei in Germania!"» dice un volontario del posto.

Neanche i giovani come Lorena sceglierebbero di rimanere in Croazia. Visto l'alto tasso di disoccupazione (uno dei più alti in Europa, al terzo posto solo dopo Spagna e Grecia) l'85% dei giovani ha preso in considerazione almeno una volta l'idea di trasferirsi all'estero. Le generazioni cresciute in una società deturpata dai traumi della guerra e fossilizzate da una scarsa crescita economica adesso sono intrappolate in una crisi finanziaria che continua a protrarsi e a creare ineguaglianze sociali. Molto degli amici di Lorena studiano all'estero, proprio come lei (a Brno, in Repubblica Ceca, dove segue un progetto congiunto in sociologia). Vuole continuare i suoi studi all'estero, ma dopo vorrebbe tornare in Croazia. «Sono stata in Finlandia per un semestre, ed è facile vivere spensierati in un paese così ben organizzato. Ma mi sento in dovere di fare qualcosa per la mia comunità. La Croazia è il mio campo di battaglia» dice.

Torniamo a Zagreb, Lorena ha finito i suoi cinque giorni di volontariato. Ascoltiamo il telegiornale: in Croazia la destra ha preso il posto del centro-sinistra al governo. Lorena teme che la chiusura delle frontiere ai rifugiati sarà una delle loro prime decisioni, e che nazionalismo e la xenofobia guadagnino terreno. La campagna elettorale del nuovo governo ha d'altronde spinto sul fuoco delle divergenze sociali. «I giovani della mia età hanno una mentalità più chiusa e tradizionale rispetto alle generazioni antecedenti la guerra. Sono cresciuti in una Croazia omogenea dal punto di vista etnico e religioso, non sono abituati a vedere persone diverse» dice Lorena. Ha ancora centinaia di chilometri davanti a lei prima di arrivare a Brno, dove ad aspettarla c'è il piccolo clown che l'ha consolata negli ultimi 20 anni, quando partì per la Germania come rifugiata. Ma a Slavonski Brod ci tornerà presto, per continuare ad accogliere i nuovi migranti in arrivo in Europa.

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Testo: Barbara Matejčić

Fotografie: Matic Zorman

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Oltre i cliché. Oltre l'odio. Oltre il passato. 25 anni dopo l'inizio della guerra nei Balcani, il progetto editoriale Balkans&Beyond di cafèbabel Berlin presenta le storie che illustrano la vita e la politica in Bosnia Erzegovina, Macedonia, Croazia, Kosovo, Slovenia, Serbia, e Montenegro. Questo progetto è finanziato dall'Allianz Kulturstiftung e da Babel Deutschland, con il sostegno morale di tutta la comunità di Babel International.