Croazia: back to europe?

Articolo pubblicato il 02 luglio 2013
Articolo pubblicato il 02 luglio 2013

L'EU festeggia il 28simo stato della federazione, dopo quasi dieci anni di promesse a vuoto e veti incrociati su un paese che non è mai stato facile da gestire. Ma cosa offre la Croazia, a parte splendide spiagge e una porta sui Balcani? E cosa ne guadagna la Croazia, se non dovesse essere in grado di reggere l'urto delle pretese della Banca Centrale e le aspettative della sua stessa popolazione?

La Croazia, entrata nell'Unione il 1° luglio, ha ben poco da essere felice. La crisi economica ha colpito duramente il paese, che ha registato una contrazione dell'economia di quasi il 12%, e non si prevede un netto miglioramento nel prossimo qunquennio. La sperequazione di ricchezza tra la ricca capitale e la costa da un lato, e le città dell'interno dall'altro, rischia di fare esplodere con violenza le contraddizioni insite nella società del paese, ben lungi ancora dall'avere fatto i conti col recente passato ed i suoi vicini (si pensi al contenzioso ancora aperto con la Slovenia, per i mancati accordi sui pagamenti alle vittime di guerra). In più, nonostante gli ingressi del turismo, la Croazia non ha ancora un'economia competitiva, e dipende troppo dagli scambi commerciali con i paesi confinanti e l'Italia (suo primo partner con 4 miliardi d'euro), altre economie che faticano a vedere la luce in fondo al tunnel.

Elezioni disertate e voti punitivi

Non va meglio dal punto di vista sociale e politico. La Croazia “vanta” il più lungo periodo d'avvicinamento all'UE al giorno d'oggi, e, nonostante la maggior parte della popolazione veda nell'Europa lo sbocco naturale per gli interessi del paese, un decennio di continua propaganda e rinvii ha logorato i nervi della nazione. Non han certo aiutato poi i recenti screzi con Berlino, principale sostenitrice dell'ingresso del paese nell'Unione, che però ha fatto marcia indietro per rimanere coerente con le sue posizioni sul''austerità, che ben poco si conciliano con il progressivo aumentare della corruzione a tutti i livelli della società croata (basti pensare alla condanna dell'ex primo ministro Ivo Zanader per mazzette sugli appalti). Con la pioggia di miliardi già stanziata dalla Banca Centrale Europea per i fondi strutturali nei Balcani, non c'è da stupirsi se il governo tedesco abbia rimesso in discussione uno dei cavalli di battaglia della sua politica europea. E poco c'è da stupirsi anche della risibile percentuale di cittadini croati che ha votato alle ultime elezioni europee (20,84%), e che il maggior numero di preferenze sia andata ad un'oscura deputata, Ruža Tomašić, che non fa certo segreto delle sue idee xenofobe e nazionaliste.

È certo che questo sia stato un voto “punitivo”, come sarà un voto punitivo quello delle elezioni seguenti del 19 maggio, che hanno punito il Partito Social Democratico del premier Zoran Milanović, affondato proprio nella sua Zagabria da un fuoriuscito del suo partito, Milan Bandić, che con una lista civica ha portato a casa già al primo turno una vittoria schiacciante. Un simile tracollo per un partito così filoeuropeo, seppure nel mezzo d'una crisi economica senza eguali, dimostra come la pancia del paese sia più restia della sua testa a dire d'essere sempre stata europea. Certo è meglio essere sempre stati europei, che essere parte di quei Balcani considerati per la prima volta Europa solo con il vertice di Salonicco del 2004, per molti una versione soft dei vecchi meeting neocolonialisti. Soprattutto con la questione Kosovo e le ferite della vicina e mai doma Serbia, che nonostante le voci filoeuropeiste, gravita ancora per la maggior parte del tempo, assieme al Montenegro, nell'orbita degli interessi russi.

Fantasmi comunisti e frontiere

Certo, gli abbattimenti doganali e la pioggia di miliardi di fondi di coesione (al momento 14, secondo i programmi EU) rappresenterebbero una sicura boccata d'ossigeno per il paese, e potrebbero anche ricomprare la fiducia di molti cittadini stremati dalla crisi economica, e dalle continue scaramucce politiche. Potrebbero mettere a tacere l'estrema sinistra e i suoi fantasmi neocomunisti, così come coloro che sognano una Croazia cattolica e slava (si possono ricordare le bordate razziste della Tomašić, che definisce tutti coloro che non sono di etnia croata “semplici ospiti del nostro grande paese", affermazioni che le son valse commenti non proprio amichevoli anche da alcuni settori della destra). Le televisioni europee, RAI in testa, continuano a tranquillizzarci sull'impatto che avrà l'entrata della Croazia a breve termine, e a strombazzare i grandi vantaggi che ne avrà nel lungo periodo. Certo, il mercato croato non è così grande da sbilanciare le economie ad esso correlate (come l'Italia, la Slovenia e l'Ungheria, senza contare il suo ruolo di cerniera con il resto dei Balcani), ed il significato politico di questa nuova apertura ripagherà l'Europa del disturbo. Il dubbio che permane è sempre lo stesso. Per l'uomo della strada, ne sarà valsa veramente la pena?

Video credits: euinside/YouTube