Crisi: salva il tuo paese, tassa i tuoi ricchi!

Articolo pubblicato il 06 settembre 2011
Articolo pubblicato il 06 settembre 2011
«La questione sociale si riduce quasi interamente alla questione della ricchezza», ci dice Emile Zola (nel Denaro, NdT). Calza perfettamente, la citazione, un po’ dappertutto in Europa, in piena crisi economica, finanziaria, delle banche irlandesi, del debito greco, dell’euro franco-tedesco, delle banlieue inglesi e dei papi spagnoli… insomma, in piena crisi sociale, ci si interessa ai ricchi.
La ragione? Una scoperta rivoluzionaria: un ricco… si può tassare!

Brutto periodo per i ricchi. Le espressioni all’ultima moda sono illuminanti, come, in Francia, l’oscuro "aumento del tasso marginale dell’imposta sul reddito", la "partecipazione allo sforzo nazionale" (invocata non più solo dai neotrotskisti), perfino una "giustizia sociale" che fa venire i brividi. Cercate di trattenervi! I paesi europei si buttano sul loro nuovo capro espiatorio preferito: e allora dagli contro ai più agiati, ai super-ricchi, agli alti redditi, ai salari eccessivi, e a quelli indecenti.

I ricchi si autocondannano

In effetti, a ben guardare, l’idea proviene dai ricchi stessi. Davvero? Davvero. Tutto sembra essere partito da Warren Buffet, la cui influenza dovuta al suo titolo di tredicesimo uomo più ricco del mondo ha avuto ragione della mitica avarizia del padronato francese, che, prima isolatamente poi in gruppo, ha apprezzato l’idea e messo mano al proprio conto in banca. È una "ricca idea", come titolava il principale quotidiano della sinistra francese. Pierre Bergé ci rassicura comunque : «Non voglio mandare il fisco a casa di Bernard Arnault e François Pinault (due dei tre francesi più ricchi, ndA) ». Rassicuràti? Fare onorevole ammenda e proporsi di pagare più tasse, sembrerebbe quasi un Piano di Comunicazione. Del resto, uno dei primi divulgatori della buona notizia, Maurice Levy, è un pubblicitario.

Il "contributo d’eccezione" che conferma la regola

È tutta questione di tempismo e di semantica. Il rigore c’è, e lo Stato prova, per iniziare, a risparmiare 12 miliardi. François Fillon l’ha annunciato in una dichiarazione molto attesa, e sopraggiunta meno di 48 ore dopo "l’appello dei sedici". Coincidenza o no, è senz’altro interessante notare che si è dovuto aspettare che i ricchi suggerissero di essere tassati affinché la discussione arrivasse nei media e perché l’annuncio finisse, una settimana dopo, sulla bocca del primo ministro.

Ma cosa dice costui, di preciso? Non grandi cose, in realtà. L’annuncio riguarda una tassa straordinaria, che qualcuno giudica «iniqua». La tassa annunciata da François Fillon (3%) non vale che per 2 anni, e il calcolo è presto fatto: si possono recuperare solo 200 milioni, per 10.000 persone coinvolte. L’aliquota fiscale francese per i ricchi rimane del resto una delle più basse d’Europa, nonostante paesi già meglio armati abbiano preso misure simili, in Spagna, Regno Unito o in Italia, anche se la tendenza a lungo termine è esattamente inversa.

I ricchi hanno i soldi

Certi liberali continuano ancora a pensare che la tassa citata, anche se straordinaria, sia ingiusta e sleale per i ricchi. L’INSEE (Istituto francese di statistica, NdlA) riferisce a tal proposito che dal 2004 al 2008 lo 0,01 % dei francesi (ovvero i più agiati) hanno visto la loro qualità di vita migliorare di un terzo, e che le diseguaglianze sono aumentate «dall’alto» : i conti tornano. L’evidenza anche: la tassazione giusta e permanente degli alti redditi - che continua ad essere una materia di dibattito ideologico-, non dovrebbe esserne una?

Foto: homepage gooieduck/flickr, testo :alancleaver/flickr ; bluerobot/flickr ; dgidgi12/youtube