Crisi migratoria: quando chi aiuta ha bisogno di aiuto

Articolo pubblicato il 14 novembre 2017
Articolo pubblicato il 14 novembre 2017

Dall’apice della crisi migratoria dell’estate 2015, un tedesco su 10 svolge attività di volontariato per i rifugiati. Molti volontari hanno bisogno loro stessi di supporto, poiché si tratta di un impegno difficile. È il caso di Serkan Eren, che, con la sua associazione “Balkan Route Stuttgart” in aiuto dei rifugiati in Grecia e Turchia, si confronta spesso con i suoi limiti.

“In realtà fumo pochissimo”, dice Eren alla fine della chiacchierata, dopo quattro sigarette e un lungo racconto sulla sua esperienza con i rifugiati. “Ma quando si tratta di alcuni argomenti difficili ne ho bisogno”, cosa che spiega anche l’appuntamento nel locale per fumatori, il semilluminato Marshall Bar a Stoccarda, con tavolini in legno scuro. Eren è seduto con la schiena appoggiata al muro, davanti a lui solo un tè alla menta, un pacchetto di sigarette e il cellulare, appoggiati sul tavolo. 

Serkan Eren, di mattina, insegna geografia, economia ed educazione fisica, ma questa è solo metà della sua vita: nel tempo libero e durante le vacanze offre assistenza ai rifugiati in Turchia, e più lunga si fa la sua esperienza in questo campo, maggiore è il suo impegno e la sua responsabilità. Ormai, 6000 persone dipendono dall’aiuto offerto dalla sua associazione “Balkan Route Stuttgart”, racconta. Insieme ad amici e volontari raccoglie donazioni di beni d’uso corrente che vengono poi portati in Turchia.

Lavora in questo modo da un anno e mezzo, e da un anno e mezzo, per Erken, non passa notte senza incubi o giorno in cui non abbia in testa le immagini di bambini e genitori infreddoliti, affamati, sporchi o feriti. “Sarebbe un sogno se riuscissi a dormire anche solo per una notte senza svegliarmi”, continua Eren, che, come altri numerosi volontari, aiuta altre persone senza vedere i propri limiti. 

Dall’aiuto occasionale all’associazione

“Ho trovato davvero terribili i resoconti del Tagesschau su bambini e giovani costretti a dormire per strada in Slovenia e Croazia”, racconta il trentatreenne, che ha così deciso di impegnarsi in prima persona. Di lì a poco avrebbe avuto un weekend lungo libero, e ha deciso di recarsi nei Balcani e “distribuire un paio di coperte per donare notti più calde”. Il suo amico di vecchia data Steffen, “uno robusto”, doveva accompagnarlo, ma, facendolo riflettere, l’ha convinto ad aspettare di raccogliere donazioni da parte di amici e parenti e di partire per i Balcani con una macchina più grande. “Fare le cose più in grande”, “produrre il più forte impatto possibile”: questo era il loro piano, che Eren ha citato molte volte parlando del suo lavoro durante il nostro incontro. La sua è una storia di errori e di processi di apprendimento, alimentata dal desiderio di aiutare il maggior numero di persone possibile. La prima volta hanno girato per diverse case, dalla seconda volta avevano già organizzato un punto di raccolta centrale dove raccogliere le donazioni.

Serkan Eren è un uomo pieno di energie. Capelli neri, occhi scuri e segnati da occhiaie profonde. Non sono leggeri gli argomenti che affronta, ma riesce in qualche modo a parlarne in modo disinvolto, con gesti ampi.

L’azione di raccolta spontanea si è presto trasformata in un’associazione, per la quale lavorano, ad oggi, fino a cinquanta volontari, insieme ai tre amici Serkan, Steffen e Bianca. Le aree in cui prestano assistenza si stanno lentamente spostando dall’isola greca di Chio alle vicine coste della Turchia, dove collaborano con Imece, una piccola organizzazione di studenti volontari. Insieme, assistono migliaia di rifugiati sulla costa della Turchia, che si nascondono dalla polizia in baracche abbandonate o in tende montate su spiazzi liberi, indipendentemente dalla calura dell’estate o dai diversi gradi sotto zero.

“Eravamo completamente ingenui”

Era autunno quando Eren e il suo compagno Steffen sono partiti per la prima volta per i Balcani. Due ragazzi, un furgone pieno e un nobile scopo. Il paesaggio scorreva veloce fuori dal finestrino, ma dentro, in macchina? Che cosa stavano pensando i due amici seduti in macchina? Eren non risponde alla domanda, si sofferma su dettagli insignificanti, racconta più volentieri altri trascorsi e aneddoti. “Eravamo completamente ingenui”, dice, raccontando già dell’arrivo. Ingenui, perché volevano semplicemente aprire il furgone, ma un volontario esperto di Medici senza Frontiere li ha fermati all’ultimo momento, aggiungendo: “vi immaginate cosa succederebbe se durante un festival vi metteste a distribuire birra gratis?”. Ha dato loro una tenda in cui i due giovani hanno sistemato i vestiti, le scarpe e le giacche secondo le taglie. La tenda si trovava tra un campo profughi greco e il confine con la Macedonia. La polizia vi portava gruppi di 50 persone ciascuno, Eren andava incontro al gruppo per duecento metri e tornava da Steffen con le informazioni sul numero di scarpe per i bambini o sulla taglia di giacche per i genitori. I due amici hanno lavorato per 16 ore durante il primo giorno, senza accorgersi minimamente del passare del tempo. Quando hanno cominciato a sentire la fame e l’estrema stanchezza, hanno deciso di smontare la tenda, a malincuore, poiché sapevano che, senza di loro, il gruppo successivo di profughi non avrebbe potuto ricevere vestiti. “Ma anche se sei completamente esausto, torni comunque alla tenda, quando, tornando in hotel, ti capita davanti un bambino senza scarpe a diversi gradi sotto zero”.

Forse è stata quella la prima volta in cui ha notato quanto può essere difficile smettere ma, se può aiutare, mette da parte i suoi bisogni, e finisce sempre allo stesso modo: quando avevano distribuito tutti i vestiti recuperati, i volontari hanno dato via i loro stessi vestiti. “Alla fine siamo tornati indietro quasi nudi”, aggiunge Eren, “prima di partire mi sono tolto i calzini e li ho infilati a un bambino congelato, sopra le sue scarpe”.

Eren si sostituisce a Dio

Durante la loro prima missione, dagli 8000 ai 9000 rifugiati sono passati per la loro tenda, e Eren ha dovuto affrontare anche casi gravi.  “Ti sostituisci a Dio”, dice, “la sera a letto ti chiedi se hai aiutato la persona giusta”.

Eren si accende un’altra sigaretta, deglutisce e distoglie lo sguardo. Dice molto apertamente che le sue missioni e il suo impegno da volontario gli stanno dando qualche problema, ma non lascia trasparire i suoi sentimenti. Se altri hanno la voce che trema o si lasciano scappare una lacrima, lui dice solo “era davvero terribile” o “è stato molto duro”, e aggiunge che non aveva la più pallida idea di cosa gli sarebbe aspettato in Grecia.  Adesso, quando manda i volontari sui Balcani, lo vuole fare come si deve e, per prepararli, descrive il lavoro “come il più triste possibile”, mostra loro delle foto e riferisce delle condizioni. Rispetto ad altri, Eren sottolinea che devono considerare l’intera missione di aiuto solo come un lavoro, in modo da assumere un atteggiamento più distaccato. Nemmeno lui ci riesce del tutto. “Del resto ho anche altre responsabilità”, afferma. Eren si ricorda perfettamente il giorno in cui è tornato dalla prima missione sui Balcani. Gli abitanti di Stoccarda facevano la spesa o si prendevano un caffè, “una sigaretta qui, una birra ghiacciata lì”, dice. Eren sedeva in disparte, da solo e senza parole. Due giorni prima era ancora nella zona di crisi, ma, tornato a casa, il mondo non era cambiato.

Come ha osservato anche la psicologa Ruth Dalheimer, che propone incontri per i volontari in modo che non si sentano oppressi dal loro impegno, molte altre persone che offrono assistenza devono affrontare questo parallelismo. “Per non ricadere in uno stato di esaurimento, è importante continuare a riflettere e capire quanto questo impegno è gravoso per se stessi, e prendere una distanza interiore da quello che si ha vissuto”, spiega. “Chi non lo fa, soffre continuamente di stress emotivo, che conduce all’esaurimento”. 

“Serkan è a pezzi”

Eren schiaccia lo spicchio di limone con il cucchiaio. Da quando fa il volontario, non ha più tempo per nient’altro: “esiste solo l’associazione e il mio lavoro, nient’altro”. Ha visto sua mamma solo due volte l’anno scorso, dorme poco ed è perennemente stanco, e per un periodo si addormentava in tram svegliandosi al capolinea, o crollava seduto su una panchina per la stanchezza accumulata. Una volta gli è capitato anche mentre era in macchina, fermo al semaforo rosso. Il medico l’ha subito fatto ricoverare in ospedale: il polso e il battito erano troppo deboli. Ma ora sta meglio: “certo, abbiamo ancora tanto da fare, ma almeno anche una buona organizzazione”.

“Serkan è spesso a pezzi”, racconta anche la volontaria Sophia Eißler, che una volta ha partecipato a una missione e da lì in poi ha collaborato più volte con l’associazione in Germania. Recentemente ha discusso con Eren su cosa potrebbe fare contro il carico eccessivo di lavoro, ma lui non ha nessuna idea concreta. Vorrebbe licenziarsi dal suo “vero lavoro” di insegnante, ma non per avere meno da fare, ma per concentrarsi pienamente sul volontariato.

Eren considera la propria motivazione con spirito autocritico e riflette: “ho cominciato a fare il volontario per puro egoismo”, afferma, “non ce la facevo più, dovevo fare qualcosa. Era come un conflitto interiore, sentivo il bisogno di cambiare le cose nel mondo”. Ora, dice, non potrebbe mai più abbandonare questo progetto, andrebbe persa tutta l’energia, la stessa che ora lo anima. È sempre entusiasta del numero di volontari che sono riusciti a riunire in città: un fotografo scatta per loro, la mamma di un bambino ha disegnato il logo e un impiegato di un servizio postale ha pagato alcuni trasporti per la Turchia.

Si continua sui Balcani

Anche la portata dell’assistenza lo rende felice: “So quello che sono capace di fare personalmente, ma è incredibile vedere quanto aiuto ha fornito la nostra associazione, e per quante persone”. I volontari hanno continuato solo per coincidenza: volevano chiudere la pagina Facebook per la campagna di donazioni, ma se ne sono dimenticati, quindi hanno ricevuto altre donazioni in denaro e di beni. Il messaggio era chiaro: dovevano tornare sui Balcani.

La seconda missione è stata più dura. In quell’occasione hanno portato a riva, per una notte intera, le imbarcazioni di migranti sulla costa greca, facendo scendere a terra le persone, ma una tempesta ha investito il Mediterraneo per quattro giorni. Il primo giorno senza vento le organizzazioni umanitarie aspettavano centinaia di rifugiati, e hanno chiesto aiuto anche agli altri volontari presenti, quindi anche a Eren e al suo gruppo. Così hanno aspettato finché non hanno visto arrivare una barca, hanno percorso in macchina il tratto di costa fino al punto di sbarco e aiutato le persone a scendere dalle imbarcazioni. Molte di loro non mangiavano o bevevano da quattro giorni, tremavano di freddo, erano fradici e in preda al panico. Serkan ha incontrato persone che avevano ferite di guerra, e “un padre che qualche giorno prima aveva assistito alla morte di suo figlio colpito da una granata”.

“È stato un incubo, la notte peggiore della mia vita”, aggiunge Eren. Ma, per lui, quella notte è stata anche un segno: i rifugiati morti di fame sui barconi gli hanno mostrato che il loro aiuto era più necessario dall’altra parte della costa. Si trattava, ancora una volta, di aumentare l’”impatto”, gli effetti, per raggiungere più persone.

Per il futuro, si augura che il loro lavoro “diventi più incisivo, perché tutte le persone del mondo possano vivere bene. Ma non succederà mai”, conclude con un ultimo sospiro. E continuerà a lavorare in questo modo: quando finiranno i problemi sui Balcani, ci saranno senz’altro molte altre regioni in cui il loro lavoro è necessario, come per esempio le Filippine, dove dovrebbe recarsi per il prossimo progetto.

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