Crisi in Lettonia: la fine del denaro facile

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2009
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2009
Durante i periodo del miracolo economico lettone la Tigre del Baltico ha visto molti speculatori arricchirsi. Ora la crisi economica vede un paese che taglia posti di lavoro e con la gente ridotta in strada. Ma il Ministro delle Finanze dice «è tutto ok».

Il Ministro delle Finanze Atis Slakteris passerà alla storia come il più famoso nella storia della Lettonia. Quando in autunno il paese era sull’orlo della banca rotta, nel corso di un’intervista commentò fiducioso: «è tutto ok». Da allora questa dichiarazione esplosiva si propaga come un incendio nel mondo virtuale e si scontra con la generale incomprensione. Zane Licite fa parte dello staff presidenziale per le relazioni con la stampa. Alla domanda se davvero «è tutto ok» reagisce imperturbabile. Sobriamente spiega: «finchè bastano i soldi, per me è tutto ok». Tuttavia quanto a lungo dureranno i soldi è al momento difficile da prevedere. Zane fa parte delle ultime vittime del pacchetto di riforme del Governo: come quasi un decimo degli impiegati statali, è stata licenziata senza preavviso. Per abbassare ulteriormente le spese per i salari, il Governo ha inoltre ridotto del 15% gli stipendi degli impiegati con un reddito lordo superiore ai 480 euro al mese e soppresso le indennità. La situazione del mercato del lavoro si fa di giorno in giorno più precaria. Nel frattempo si diffonde la paura che presto lo stato non disporrà più delle risorse necessarie per pagare i sussidi di disoccupazione.

Lettonia: tigre del Baltico o gattino impaurito

I partiti e le associazione intanto invitano ad organizzare proteste di massa. L’umore tra la popolazione non è stato così nero dal ritorno all’indipendenza. Se ne rende conto anche la direttrice della Coffee House, Kapucino-Bars, al margine del centro storico di Riga. Poco tempo fa ha inserito un’offerta di lavoro in Internet. Dopo mezz’ora e innumerevoli telefonate, sfinita, ha ritirato l’annuncio perché non le riusciva di tenere sotto controllo il numero enorme di interessati. Questo non l’aveva calcolato. Eppure non è passato tanto tempo da quando molte imprese lettoni minacciavano di chiudere perché non riuscivano a trovare personale qualificato. La Lettonia si trova in una crisi non solo economica e finanziari(Thorsten Pohlmann)a, ma anche governativa, afferma l’ex-ministro degli esteri e politico dell’opposizione Artis Pabriks. Di eufemismi alla «è tutto Ok» non ne vuole sapere. Secondo le accuse di Papriks, per perseguire una politica populistica il Governo avrebbe ignorato i ripetuti avvertimenti della comunità internazionale riguardo alle conseguenze di un’economia gonfiata. Il Ministro delle finanze, Atis Slakteris, preferisce ricondurre i problemi del suo Paese alla difficile situazione del mercato globale e considera le difficoltà della Lettonia causate dalla crisi finanziaria mondiale. L’opposizione, intellettuali e associazioni però smascherano questo suo puntare il dito su cause esterne e accusano il Governo di ignorare i veri problemi del Paese. Una delle cause più importanti è l’inflazione dei salari, che negli anni della crescita economica, soprattutto a partire dal 2001, ha assunto dimensioni gigantesche. Anche l’ingresso della Letttonia nell’Ue ha portato il suo contributo. A tutto ciò si è aggiunto il massivo consumo a credito della popolazione. La conseguente esplosione dei prezzi e dei salari ha distrutto l’equilibrio tra rendimento e produttività. Il settore finanziario e quello immobiliare sono collassati. Subito dopo il Paese è scivolato nella recessione economica.

Trovarsi la polizia alla porta

In autunno il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), rappresentanti dell’Unione europea e dei Paesi scandinavi hanno elaborato insieme un piano di salvataggio per proteggere la Lettonia dalla bancarotta. La liquidità dello stato e del settore finanziario dovrebbe ora essere assicurata dai 7,5 miliardi di euro di aiuti per l’emergenza. Con il piano vengono dati al Paese anche dei compiti a casa, che tuttavia non vengono svolti come i finanziatori si aspetterebbero. Tanto che il Ministro per gli affari culturali Helena Demakova, poco dopo l’annuncio degli aiuti economici miliardari, ha firmato un contratto da più di un miliardo di euro con uno studio di architettura per la realizzazione di una sala concerti. La gente intanto si prepara a tempi duri. Anche per Signe K., 25 anni, la situazione è frustrante. Da mesi cerca disperatamente in Internet un posto di lavoro. Un paio di anni fa ha abbandonato gli studi per fondare una sua ditta. A quei tempi l’economia lettone si stava sviluppando a tempi record e lei, come molti suoi coetanei, nutriva il sogno del denaro facile. Ogni mezzo sembrava lecito. Un giorno però si è trovata la polizia davanti alla porta, hanno perquisito i suoi uffici e hanno sequestrato alcuni documenti. Dei criminali avevano usato la sua ditta per il riciclaggio di denaro sporco. Signe K. aveva in effetti sospettato che non tutto fosse propriamente legale, ma il generoso compenso che riceveva era per lei più interessante di questi scrupoli. Oggi la giovane madre vive con la figlia di un anno in un centro per ragazze e giovani donne in difficoltà a Agenkalns, alla periferia di Riga. Entrambe devono arrivare a fine mese con un sussidio mensile di circa 50 euro. Lo stesso problema minaccia un’intera generazione di giovani famiglie che negli anni dei guadagni facili hanno contratto debiti enormi. L’appartenenza della Lettonia all’Unione europea, l’intreccio del mercato finanziario lettone con quelli scandinavi e la pronta generosità del Fmi hanno salvato per il momento la Lettonia da una catastrofe peggiore. Il pacchetto di aiuti concede al Governo uno spazio di manovra, però non è una risposta all’emergenza del paese- e neppure alla crisi politica. 

L'autore è mebro della rete di corrispondenti n-ost.