Crisi economica e disastri ambientali...la virtù sta nel mezzo

Articolo pubblicato il 04 maggio 2009
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Articolo pubblicato il 04 maggio 2009
Salvatore Antonio Palermo, Segretario MFE di Como Al recente Congresso di Catania nella commissione economia dopo la relazione del Prof. Mosconi e del Dott.
Palea (la prima che in sostanza evidenziava la tecnica finanziaria mondiale in una breve cronistoria dal 1943 ad oggi, mentre la seconda era incentrata sulla necessità di coniugare l’economia all’ambiente ponendo in risalto i passaggi errati nel rapporto tra lo sviluppo economico e i disastri ambientali) ho voluto intervenire affermando che tra le due relazioni, come dicevano i latini: “in media stat virtus: la virtù sta nel mezzo”

Entrambe le relazioni hanno avuto aspetti interessanti e pregi indiscussi perché hanno esaminato gli aspetti più importanti dell’economia alla luce dell’attuale crisi economica.

Il sistema finanziario mondiale deve essere riformato tenendo conto dell’evolversi di alcuni paesi ( in particolare Cina ed India) ma anche dell’affievolimento progressivo del dollaro statunitense e dello stato di difficoltà della Cina che ha accumulato miliardi di dollari e che qualsiasi intervento metta in campo rischia comunque di essere deleterio per una economia che sin qui non ha avuto battute di arresto ( questo discorso vale anche per l’economia indiana), ma lo sviluppo, ha sottolineato Palea, mal si è coniugato con lo sfruttamento delle risorse ambientali dell’intero pianeta, anzi, lo sviluppo irrazionale ha portato paesi come la Cina a sopportare malsane ripercussioni proprio sull’ambiente ( aria/acqua), malattie gravi presenti nella popolazione del continente cinese, basti pensare a Canton, Shangai, la stessa Pechino.

Nella stessa giornata in cui si è aperto il Congresso MFE di Catania, Le Monde proponeva ai suoi lettori un dibattito molto interessante sull’economia,nel mondo decriptato.. Da dove proviene la crisi era il tema sul quale si confrontavano antropologi, scrittori, economisti, filosofi. Due tesi mi hanno colpito particolarmente. Da una parte Emanuel Todd ( storico ed antropologo) che affermava che la questione centrale oggi è quella dell’insufficienza globale della domanda dove ogni discorso ruota attorno ai piani di rilancio dell’economia. Il rilancio economico è anche la causa di questa domanda insufficiente che rappresenta nient’altro che il libero scambio. Libero scambio che non è una cattiva cosa in sé perché una parte che le argomentazioni del libero scambio propongono ha un valore: la realizzazione dell’economia di eccellenza.

La specializzazione dei paesi secondo le loro competenze di produzione ha l’estensione smisurata del libero scambio ha rinviato il capitalismo alla sua vecchia tradizione che è una sorta di ritardo tendenziale della domanda in rapporto alla crescita della produzione. Nel libero scambio le imprese si posizionano non più in rapporto alla domanda interna, all’eccellenza nazionale, ma in rapporto ad una domanda sempre più persa nella realtà, ma così in maniera mitica come una domanda esterna.

Jaques Attail è invece uno scrittore schierato per la tesi economia-ambiente. Egli si sofferma nell’analisi dell’informazione imperfetta che permea tutta la società.

La crisi stessa è la manifestazione della libertà perché è impossibile prevedere i comportamenti differenti dei diversi attori. Per gli Stati Uniti l’impronta non è il denaro che “monta alla testa” di un sistema, ma è il modo (l’approccio) americano di creazione di una domanda esterna al mercato.

Nelle due visioni diverse dell’origine della crisi io credo di assistere soprattutto ad una globalizzazione del mercato senza una globalizzazione dello Stato di diritto. Ciò che è significativo è che nella loro dotta disquisizione ci sono alcune verità inconfutabili. Da una parte se è vero che proprio il libero mercato senza regole ha prodotto questi guasti finanziari globali, è pur vero che anche lo sfruttamento distratto dell’ambiente e dell’ecosistema ha prodotto una economia dello spreco, del superfluo, dei prodotti voluttuari e costosi, legati a consumi futili quanto mutevoli.

E se sono vere queste affermazioni è pur vera la constatazione di Emanuel Todd quando afferma che “ il problema da affrontare oggi, non è la sparizione delle api, ma è la scomparsa degli impieghi, del lavoro”.

Da questa affermazione credo si debba partire per affrontare subito la crisi ed i suoi aspetti più deleteri. A Como, in Italia, nella settimana antecedente al Congresso di Catania si sono persi più di 1600 posti di lavoro. Aziende prestigiose costruite in anni e generazioni di lavoro, se usciranno indenni da questa crisi avranno probabilmente altri nomi, perché saranno altre aziende a comprarle, magari per pochi euro, solo per speculazioni, per poi rivenderle oppure nei casi peggiori a liquidarle. Anni, generazioni di uomini hanno lavorato per costruire, mentre oggi un colpo di spugna cancella tutto, e ciò che annulla di più, ciò che azzera senza pietà è l’impronta della produttività che spesso non ritorna a ridisegnare gli spazi alla fantasia,alle capacità, al gusto di lottare per il bene di una collettività, di un territorio.

Che fare ?

Ciò che ci sta davanti è una nuova sfida ( perché di sfida si tratta) per gli anni 2000. Questa crisi economica sarà anche una occasione irripetibile per correggere vecchi errori, vecchie concezioni di un passato imprenditoriale ed occupazionale obsoleto, al quale padronato e lavoratori ( insieme alle associazioni sindacali) dovranno dare nuove risposte e creare nuovi aggiornamenti al libero mercato nell’ambito del mercato globale e globalizzato.

Ma saranno necessarie anche nuove strade (tutte da trovare e sperimentare) per trovare assetti consoni ad un mercato finanziario e monetario che non può essere più quello degli anni ‘90 ( che già aveva in quel periodo bisogno di rinnovamenti strutturali). Certo la strada di Bretton Woods è impercorribile perché sul proscenio finanziario ed internazionale vi sono più monete forti che sono a loro volta radicate nel tessuto economico dei loro stati,dei loro territori, nell’ambito delle organizzazioni aziendali che sono state create. Certo, non basteranno più i G20, oppure le conferenze intergovernative a sciogliere questi nodi. Sono necessari uomini nuovi, giovani di preparati, di buon senso e non soltanto “rampanti” per dare ossigeno alle idee, gambe alle parole che sin qui hanno prodotto solo slogan.

Per tornare a Como, nelle misure adottate da questo territorio sulla crisi il 10 febbraio il quotidiano locale “la Provincia” riportava l’accordo contro la stretta del credito alle imprese. Un accordo di 50 milioni di euro nato dall’intesa tra Unione degli Industriali di Como, Associazione Nazionale Costruttori Edili di Como, Confidi Lombardia e Intesa San Paolo. Un accordo che concede capitali alle imprese attraverso tre percorsi individuati a seconda della finalità per le quali il fido è richiesto:

ricapitalizzazione delle società ( per rafforzare i loro patrimoni) attraverso aumento del Capitale Sociale; finanziamenti volti a ristrutturare gli impianti produttivi (macchinari, nuovi impianti, mezzi produttivi); l’ottenimento di fondi di sostegno alle liquidità d’impresa per realizzare campagne che rilancino produttività e vendite.

Mi sono chiesto se tutto ciò poteva bastare. Mi sono chiesto se questo è ciò che gli imprenditori chiedono alle istituzioni, al credito, alla politica.

Con una amica associata di Confindustria e a sua volta imprenditrice, ho iniziato a contattare le imprese comasche, scegliendole a campione in diverse parti del territorio.

Ma la risposta non sembra quella di interventi tampone (come nell’accordo del 10 febbraio). Gli imprenditori vogliono molto di più che soli interventi tampone. Vogliono finanziare progetti per trasformare le attività produttive, per trovare nuovi mercati, per essere più competitivi non solo dopo la crisi e per superare la crisi, ma per affrontare a viso aperto il futuro ( il che significa riprogettare le produzioni, variegare i mercati, riconvertire o rinnovare gli impianti, specializzare e meglio qualificare il personale).

Ma questa è un’altra storia di cui parlerò quando avremo finito di intervistare le imprese che abbiamo selezionato.

A Catania non ho mancato di fare una osservazione essenziale al mio intervento. L’Europa non c’è ancora. Manca una guida ai processi economici e politici. Manca uno Stato ed un Governo Federale europeo che sappia parlare ai cittadini di un continente grande quanto gli Stati Uniti d’America, se non di più dopo l’allargamento.

L’Europa degli anni 2000 deve fare una scelta non più procrastinabile oltre per il bene di ogni giovane, di ogni uomo o donna, di ogni famiglia che voglia traguardare la propria vita nel progresso e non nell’indigenza oppure nella precarietà.

Gli Stati Uniti d’Europa sono la soluzione più prossima per poter costruire un avvenire, un futuro di pace e di benessere.