Costituzione europea: l’Anticristo?

Articolo pubblicato il 10 dicembre 2003
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Articolo pubblicato il 10 dicembre 2003

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La questione delle radici cristiane dell’Europa scatena il dibattito sulla Costituzione. Di fronte al ritorno della religione, l’UE deve riscoprire la laicità.

Quale posto occupa la religione nel progetto di Costituzione europea? Il testo presentato al Presidente del Consiglio europeo a Roma, il 18 luglio scorso, non comporta per ora alcun riferimento diretto alla religione cristiana. Il Preambolo del testo inserisce tuttavia la nozione di «eredità religiosa» mentre l’articolo 51, (Titolo IV: La vita democratica dell’UE), relativo allo «statuto delle chiese e delle organizzazioni non confessionali», indica che «l’Unione rispetta e non ha pregiudizi sullo status di cui beneficiano in virtù del diritto nazionale (1), le chiese e le associazioni o comunità religiose, negli Stati membri. (…) L’Unione mantiene un dialogo aperto, trasparente e regolare con queste chiese ed organizzazioni».

Il Papa stesso aveva insistito tuttavia, nell’ottobre 2002, perché fosse menzionato un «chiaro riferimento a Dio e alla fede cristiana». La sua iniziativa ha conosciuto una certa eco. E’ infatti proprio dalla Polonia, paese di origine di Giovanni Paolo II, che è venuta la proposta più radicale: riprendere nel progetto europeo un passaggio della Costituzione polacca contenente un riferimento esplicito alla religione cristiana. Alcuni partecipanti alla Convenzione, irlandesi ed italiani, vi si sono allineati, ma la proposta infine non è stata adottata. Il Presidente del governo spagnolo è tuttavia tornato di recente alla carica su questo argomento.

Club cristiano?

Una vecchia idea voleva che l’Europa fosse una sorta di «club di Stati cristiani». L’Europa della Dichiarazione Schuman deve certo molto alla democrazia cristiana, come corrente politica. La religione cristiana è potuta passare anche, in quell’epoca, per uno degli elementi importanti sul quale far poggiare la costruzione europea. Se si presta attenzione del resto al ruolo della religione nei sei paesi fondatori, non si fa di certo alcuna fatica a capire perché l’Europa sia stata percepita come una sorta di club cristiano. Il Rubicone sembra tuttavia varcato quando si vuol dare a questo sentimento storico una dimensione specifica e normativa, affermando dunque che l’Europa ha vocazione ad essere cristiana e che ciò deve esser iscritto per lettera costituzionale.

Quale sarebbe, nella nostra epoca, il senso di una clausola che menzioni lo spirito cristiano della Costituzione? Rappresentarebbe di sicuro un’importante regressione della cultura costituzionale europea. Sarebbe una vera legittimazione dell’azione politica dei gruppi di pressione religiosi cristiani. Si finirebbe così con l’attribuire ad una religione determinata una maggiore importanza politica rispetto alle altre.

D’altra parte, se l’Europa sembra ancora, oggigiorno, sociologicamente cristiana, parecchie correnti vi coesistono: il cattolicesimo, la Chiesa riformata, gli Ortodossi all’est senza dimenticare una percentuale crescente di musulmani europei. La religione cristiana non ha più, in Europa, il monopolio della spiritualità.

I presunti benefici dell’“evangelizzazione passiva”

Ma quali sono le motivazioni di chi vuole menzionare l’eredità cristiana nella Costituzione europea? Quali sarebbero le implicazioni?

Alcuni, come la Polonia, invocano delle questioni di coerenza con le costituzioni nazionali, altri intendono invece mettere in evidenza un’eredità duratura, preservare un certo ordine morale garantito – pensano – dalla religione. Altri ancora portano portano più semplicemente il loro sostegno alle autorità religiose cristiane in quanto interlocutrici privilegiate dei politici. Si tratterebbe di contare sui benefici di un’«evangelizzazione passiva» dunque. O forse si vuole definitivamente dare il benservito alla Turchia?

Vanno distinte due tipi di implicazioni. Innanzitutto, quelle relative alle autorità politico-religiose cristiane: la chiesa non farebbe alcuna fatica a diventare ufficialmente un consigliere privilegiato dei poteri pubblici comunitari. Potrebbe infatti avanzare rivendicazioni sulla base di questa Costituzione. Secondo tipo di implicazioni: le religioni escluse dall’unzione costituzionale. Cosa accadrebbe, per esempio, della Turchia, paese candidato all’adesione, a maggioranza islamica, se l’Europa si dichiarasse costituzionalmente cristiana? L’Unione europea potrebbe onorare la sua parola d’ordine «Unita nelle sue diversità» affermando l’esclusività della religione cristiana? Evidentemente no, e i paesi non cristiani rischierebbero così d’esserne esclusi definitivamente.

Europa laica?

La separazione della Chiesa e dello Stato è un’esperienza primaria della cultura civile europea. Introdurre una dimensione religiosa nel testo della Costituzione comporta probabilmente più rischi che vantaggi. La posizione attuale del testo è un buon compromesso tra la menzione cristiana e la soppressione di ogni menzione religiosa nella Costituzione (3).

Il principio di laicità non sposa infatti alcuna religione e rende possibile un trattamento più pragmatico e più giusto dei differenti culti. Sostenuta dalla Danimarca, dalla Francia e da altri, all’ultimo vertice di Napoli, l’inclusione della nozione della laicità nel testo non è andata in porto. Costituirebbe tuttavia la prima garanzia di non esclusione dei culti non cristiani o di quelli agnostici o atei.

La Costituzione non deve esser evidentemente l’Anticristo né il portavoce di questa o quella confessione. La storia renderà conto dei differenti contributi religiosi alla costruzione dell’UE (4). Quanto alla Costituzione europea, si tratta innanzitutto di un’impresa di «costituzionalizzazione» dei Trattati esistenti. A questo titolo, sembra legittimo rivolgersi in primis ai cittadini europei, lasciandoli liberi, per quanto li riguarda, di voltarsi, se lo desiderano, verso il loro dio. Qualunque esso sia.

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Links & nota

(1) Consorzio europeo per lo studio della relazioni Chiesa-stato

(2) carta semplificata dell’Europa delle religioni (cfr. link a destra).

(3) campagna della Federazione Umanistica europea per la soppressione dell’articolo 51 del progetto costituzionale (cfr. link a destra).

(4) è finalmente nostro solo punto di discordia con Bronislaw Geremek: Storia e Costituzione sono due cose differenti. La storia rende conto a posteriori ma non ha, al nostro senso, vocazione ad indicare, per l’avvenire, delle direzioni esclusive. Cfr. nello stesso dossier l’intervista di Geremek “Costituzione UE: rendiamo giustizia alla storia".