Costituzione: chi vince e chi perde

Articolo pubblicato il 05 luglio 2004
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Articolo pubblicato il 05 luglio 2004

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La battaglia per il Trattato Costituzionale è stata senza esclusione di colpi. Ma com’è finita? L’analisi di una ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali.

La nuova Costituzione è stata finalmente approvata. Essa non sarà, come avrebbe voluto il primo ministro belga Guy Verhofstadt, il fondamento di un nuovo stato federalista né rappresenta, come ha affermato il rappresentante del governo inglese alla Convenzione Peter Hain, un semplice taglia e cuci dei trattati esistenti (“tidying up exercise”). E’ invece il sofferto compromesso di un lungo confronto tra i sostenitori di una maggiore integrazione e i suoi oppositori.

Come ne esce la Commissione?

Da questo Trattato costituzionale ci si attendeva anzitutto un’Unione più coesa e in grado di dire la sua sul piano internazionale. Per questo il testo prevede l’istituzione di un Ministro degli Esteri dotato di un autonomo diritto di iniziativa. Certo, si tratta di un passo importante sulla strada che porta a un effettivo coordinamento delle politiche estere e a una maggiore visibilità esterna dell’Ue. Ma la Costituzione non va oltre: lo sviluppo di una politica estera di sicurezza comune continuerà ad essere subordinato all’accordo unanime degli Stati membri.

Il nuovo Trattato istituirà inoltre un Presidente permanente del Consiglio europeo che, scelto tra personalità di alto profilo politico e privo di incarichi nazionali, sarà in grado di dare un forte impulso ai lavori del Consiglio e svolgere una fondamentale opera di mediazione al suo interno. Questa nuova figura rappresenta in effetti l’innovazione più importante del nuovo testo e potrebbe conferire allo sviluppo dell’Unione una spinta fondamentale, divenendo anche il suo volto riconoscibile agli occhi dei cittadini europei.

Il compromesso finale ci offre al contrario una Commissione europea parzialmente indebolita, la cui indipendenza potrebbe essere messa in dubbio sia da una sua possibile politicizzazione (vagheggiata nella procedura di nomina, che dovrebbe rispecchiare l’esito delle elezioni europee) sia dal permanere del principio di rappresentatività nella sua designazione (i 25 Stati membri dovranno infatti esservi rappresentati su un piano d’uguaglianza).

Il nuovo testo garantisce però una significativa estensione dei poteri del Parlamento europeo, che rappresenta un passo avanti verso una maggiore democraticità e trasparenza. L’assemblea continuerà però a essere priva del diritto di iniziativa legislativa, unico strumento attraverso cui proporre una propria politica, e il suo margine di manovra potrebbe venire ridotto dalla necessità di dialogare con un Consiglio privo di un efficace meccanismo decisionale.

Rischio paralisi

Proprio la definizione del voto a maggioranza qualificata all’interno di quest’organo, infine, il punto più controverso dell’intero negoziato, rischia di consegnarci un’Unione incapace di adottare qualsiasi decisione. Questo esito è da attribuirsi non solo e non tanto alle soglie di maggioranza necessarie all’adozione delle decisioni (55% degli stati corrispondenti al 65% della popolazione), quanto alla possibilità concessa anche gruppi di minoranza di impedire l’adozione delle decisione ricorrendo alla cosiddetta clausola di Ioannina. Il compromesso raggiunto garantisce inoltre una forte tutela degli interessi dei piccoli stati che, forti del loro numero, hanno ottenuto nella conferenza intergovernativa un importante risultato subordinando l’adozione di ogni decisione al consenso di almeno 15 membri, mentre per istituire una minoranza di blocco ne saranno necessari almeno 4.

Alla generale riscossa ottenuta dai piccoli, va però aggiunto l’importante risultato conquistato dal Regno Unito, riuscito ad imporre significativi arretramenti rispetto al testo della Convenzione in tema di estensione del voto a maggioranza qualificata e non solo.

Ma per comprendere lo sviluppo del processo di integrazione non è però sufficiente chiedersi se il prossimo presidente della Commissione sarà in grado di imporsi sul presidente del Consiglio, o se i piccoli stati continueranno a formare un fronte compatto di fronte ai grandi. Il vero snodo della futura integrazione passerà infatti molto di più dal modo in cui i governi favorevoli e quelli più restii ad un approfondimento dell’integrazione decideranno di gestire le loro differenze.

Nella situazione attuale, la mancata ratifica della Costituzione anche da parte di un numero ridotto di paesi membri, rischia infatti di bloccare l’entrata in vigore del testo. E, persino se adottato, il Trattato rischierebbe di consegnarci un’Unione ostaggio dei paesi più euroscettici, in grado di bloccare qualsiasi proposta grazie al complesso sistema di voto e al mantenimento del diritto di veto in numerose materie. La difficoltà del negoziato appena concluso ci mostra invece un acuirsi del contrasto tra i sostenitori di una maggiore integrazione e chi invece vi si oppone. Se il rifiuto di alcuni membri dovesse quindi bloccare lo sviluppo di questo processo, è probabile che ciò non farebbe venir meno la volontà degli altri paesi a proseguire nel loro percorso, istituendo all’interno o, come finora accaduto, al di fuori dei trattati, cooperazioni ristrette tra i paesi di volta in volta disponibili e in grado di cooperare.