Costituenti europei: temete i popoli!

Articolo pubblicato il 06 ottobre 2003
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Articolo pubblicato il 06 ottobre 2003

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La CIG di Roma stabilirà una Costituzione per l’Europa. Ma come sarà accolta da un popolo europeo che non ha potuto partecipare alla sua elaborazione?

Secondo la tradizione politica europea, una Costituzione è un patto sacro che unisce il popolo (che può essere definito come cittadini, elettori, società civile od opinione pubblica) e i principi giuridici del suo governo. Dato che essa è un patto sacro, la sua natura travalica la semplice concezione giuridica. Se una Costituzione, però, può essere redatta in tutta fretta (e questo sarà probabilmente il caso della nostra), essa deve però suggellare il fondamento di un diritto pubblico e della comunità politica che vive all’interno dei confini che essa stabilisce. E’ un palazzo di marmo costruito per l’eternità, concepito per dare riparo a circa mezzo miliardo d’abitanti.

Ora, è tradizione comune lasciar scegliere ai nuovi proprietari di una dimora la sua forma, le sue linee, la sua struttura e lasciare, invece, i professionisti della costruzione occuparsi dei dettagli e dei rischi del cantiere. In occasione della grande e sontuosa costruzione costituzionale, è stato impedito ai cittadini di pronunciarsi sulla natura dell’insieme e gli operai dell’organizzazione sociale - perché tali dovrebbero essere gli uomini politici - invece, si sono accaparrati tutto ed hanno deciso in silenzio, quasi come dei ladri impauriti.

Se una Costituzione è concepita in questo modo, si possono immaginare chiaramente le conseguenze che avrà l’impresa azzardata della realizzazione di quella che sta per nascere. Il cammino della Costituzione rischia di essere accidentato se si considera che i popoli non aspirano a ricevere dai professionisti del settore la loro Legge fondamentale.

Una sola Costituzione per un’Europa a due velocità

La Costituzione arriva proprio nel momento in cui l’UE si sfascia. Mai, nella storia della sua costruzione, l’Unione è stata così poco legata da un destino comune. La zona euro, grazie ai legami di politica monetaria, di budget, grazie ai suoi simboli e alla coscienza di una Storia fortemente comune, condurrà alla reale emergenza di un’Europa a due velocità. Le conseguenze sono ad un tempo incerte, temibili e messianiche.

Incerte, perché essa darà vita ad una situazione inedita in cui un gruppo di paesi di serie A vorrà avanzare in un’avventura storica mentre altre nazioni sorelle, di serie B, ne saranno escluse; l’articolo I-43 del progetto costituzionale che istituisce le famose ‘cooperazioni rafforzate’ n’è testimone. Temibili, perché le istituzioni dell’Unione non sono pronte a permettere a dei paesi di condurre da soli la loro vita.

Messianiche, forse, perché il motore storico dell’avventura comunitaria sarà, finalmente, liberato dai freni dell’euroscetticismo per costruire un’Europa a nostra misura. Non bisogna neanche sottostimare le frustrazioni dei popoli di fronte al motore franco-tedesco che, assumendosi il monopolio della riforma legittima, rischia d’ignorare le capacità delle nazioni sorelle e di esacerbarle. La Costituzione, senza dubbio, salva l’apparenza di un’Unione ormai suggellata nel marmo della Legge fondamentale, ma serve, in realtà, a celare la frattura se non addirittura la secessione.

Ma c’è di più. Chiudendosi nelle loro torri d’avorio procedurali, i membri della convenzione hanno creato un inquietante divario che ormai li separa dai popoli. Certo, è giusto sapere che nel 2009 la Commissione conterà 15 membri, cioè meno del numero dei paesi che la costituiscono. Questa norma è un passo avanti verso la leggibilità di un vero governo europeo.

Ma cosa pensare dell’ossessione di non ascoltare mai ciò che hanno da dire i popoli e ciò che chiedono a gran voce i cittadini? L’Europa, grazie alla sua politica e alle sue esigenze, non va al di là della sua forma attuale. L’ultimo summit dell’Organizzazione Mondiale del Commercio(OMC) a Cancun ha messo in luce le contraddizioni di una burocrazia comunitaria che, sovvenzionando – come fa d’altronde l’America – un sistema agricolo obsoleto, ha scaricato la responsabilità delle forze produttive sui paesi in via di sviluppo. Il rifiuto, ora virulento, avrà tendenza a diventare però violento.

La contestazione interna sembra non essere meno promettente. Certo, una Costituzione non deve occuparsi di problemi di circostanza. Eppure, come non accorgersi che è discussa in un momento storico che rimette in discussione i servizi pubblici, che esacerba la politica di concorrenza ereditata da Oltreatlantico e che rimette anche in discussione tutte le prerogative dello Stato sociale, dai sistemi sanitari alla politica universitaria?

La Costituzione sarà mal accolta perché non contiene alcun progetto che possa soddisfare le aspirazioni dei cittadini. Certo, c’è l’articolo I-46 che permette ad un milione di cittadini di far esaminare un atto giuridico dagli organi istituzionali. Ma l’eterogeneità dell’elezione del Parlamento europeo, unita alla mancanza d’incoraggiamento all’emergenza di vere campagne, con delle liste o dei programmi comuni transfrontalieri, condanna gli sforzi esistenti a dei pii voti mediatici.

Una democrazia sulla carta

Queste incertezze, queste inquietudini rendono malsana ogni previsione. Anche se ognuno di noi dà il suo parere su questioni di politica istituzionale di questo tipo, nessuno sa veramente dove sta andando l’Europa. Il quadro istituzionale della nuova Unione sarà incapace di dare al dibattito politico le posizioni costruttive proprie di una cultura politica classica, e questo perché i dirigenti europei non sanno dove stanno andando. Non sanno cosa pensare del futuro dello Stato sociale, non sanno come conciliare regole di concorrenza e quelle di legittimo intervento dello Stato, non sanno cosa sia una vera politica culturale protetta, non sanno dove porta la privatizzazione dell’insegnamento superiore. L’Europa favorisce queste battaglie di retroguardia perché non ha la forza istituzionale e politica di favorire la nascita di nuove idee e l’arricchimento politico attraverso la sollecitazione della discussione. Alla luce di queste mancanze, i cittadini non potranno avere fiducia nelle nuove istituzioni.

Costituenti, temete i popoli. La tradizionale democrazia rappresentativa deve divenire diretta sulle questioni istituzionali. I costituenti europei lo hanno dimenticato perché questa dimenticanza fa loro comodo. Il non consultare i popoli continua a mantenere la loro indifferenza nei confronti delle questioni comunitarie. Quanto alla gioventù privilegiata che si entusiasma per l’Europa perché ha vissuto l’Erasmus, ha ragione e costituisce una speranza. Ma rischia di ripetere la storia della giovane borghesia europea del tardo settecento che, malgrado il suo impeto e il suo genio, non era altro che l’espressione, quantunque magnifica, di una coscienza elitaria, minoritaria e auto-referenziale. Per evitare che ciò succeda di nuovo, è necessario che delle campagne europee comuni discutano di ciò che temono veramente i cittadini del continente: l’attacco, sferrato dalle forze conservatrici, nei confronti del mondo nel quale vogliono vivere. Gli europei devono sapere ciò che sta loro succedendo.