Cosa vuol dire essere belgi?

Articolo pubblicato il 31 maggio 2010
Articolo pubblicato il 31 maggio 2010
Quattro giovani belgi originari dei quattro angoli del “Paese piatto” sognano un Belgio unito, al di là delle barriere linguistiche ed economiche che separano francofoni e fiamminghi. Il loro segreto? Il ritorno della speranza nella politica, unico rimedio per un paese che il 1 luglio 2010 prenderà la guida dell’Unione europea.

Di fronte ai discorsi come “ma noi non abbiamo niente in comune, tutto ci separa”, rispondiamo con questa domanda: “chi può considerarsi belga, oggi?”. Nessuno. Tutti. Essere belga, non è l’umiltà di accettare di aver bisogno dell’altro per definirsi? Di non poter rappresentare in sé stessi soltanto un modello tipo? Viviamo nell’era della multiculturalità, e i belgi sono stati, in passato, i precursori di un’identità multipla, complessa, incerta, fragile, ma così bella. Essere belgi significa accettare di non essere soltanto belgi. Significa accettare che una parte di noi ci sfugga. Essere belgi significa riconoscere in noi il nostro lato straniero. “Un Paese non è qualcosa di geografico” diceva Jacques Brel. Essere belga più che una realtà è uno stato d’’animo. Si troveranno sempre dei motivi per separarsi. Oggi sono le tensioni linguistiche sullo sfondo di differenze sociali. Domani potrebbero essere le questioni religiose.

L’altro, per definizione, ci è sempre estraneo. Fare questo cammino da noi stessi verso l’altro non è una questione linguistica, bensì una questione di crescita reciproca che ci si presenta in viaggio, in famiglie, tra colleghi, all’interno della coppia. L’essenza delle nostre vite non è proprio fatta di questo? Viviamo in un’epoca in cui le nostre identità sono da costruire più di cinquanta anni fa. Ma come non capire che l’identità belga non è mai stata una realtà statica? È sempre stata da cercare, da inventare e da reinventare, e questo da quando il Belgio è nato. Questa identità in continua ricerca e in ricostruzione permanente è creativa. Questo vale per i francofoni e i neerlandofoni, per i germanofoni, ma anche per gli italiani, gli spagnoli, i marocchini, i congolesi, i turchi, che ieri hanno scelto il Belgio. Avremmo fatto nascere personalità come Toots Thielemans, Jacques Brel, Arno, James Ensor, Jan Fabre, Magritte, Hergé, se non avessimo avuto questa mescolanza, questa complessità, questa non realtà? Il Belgio è surrealista, eppure rappresenta un progetto al quale intere generazioni hanno dedicato la loro vita.

Il Belgio, specchio dell’Europa

L’Europa è un ideale di vivere insieme. Ciò che accade nel nostro paese va oltre. La posta in gioco è molto più alta delle nostre frontiere. Oggi l’Europa ha bisogno di noi, non soltanto come stato membro, ma come modello di un vivere insieme. In virtù della nostra mescolanza, della nostra diversità di culture, l’incontro dei mondi latino e germanico, le nostre ricchezze linguistiche, il Belgio è e rimarrà uno dei laboratori dell’Europa. La nostra storia non è forse la più europea di tutte le storie? Da sempre siamo un crocevia di civiltà. Siamo, che lo vogliamo o no, un simbolo. È in particolare nelle nostre terre e nei nostri animi, come quello di Paul-Henri Spaak che ha germogliato l’ideale europeo di unità.

Ciò che sta accadendo in Belgio, la diffidenza verso gli altri e il ripiegamento su se stessi, è il vaso di Pandora di tutti gli stati membri. Le minoranze linguistiche esistono ovunque in Europa, tranne che in Portogallo. Domani sarà la volta della Scozia, della Catalogna, delle minoranze slovene in Austria. Come possiamo ammirare il progetto di pace, di riunificazione con i paesi dell’Est, celebrare la caduta del Muro di Berlino, simbolo di aggregazione e di unione, e non fare il lavoro necessario su noi stessi, per capire l’altro e lavorare assieme? Se non siamo capaci noi di vivere insieme, chi altro può esserlo in Europa? L’Europa è un ideale che noi, in parte, abbiamo ispirato. Se noi perdiamo questo ideale, dove va a finire l’Europa? In virtù della nostra storia, dell’attualità segnata dalle crisi e dai dubbi, e della nostra futura presidenza, dobbiamo rappresentare un esempio.

L’ispirazione delle coscienze dirigenti

Cinquanta anni fa, Paul-Henri Spaak al momento della firma del Trattato di Roma proclamava: “Cerchiamo di trasmettere al futuro la fonte di ispirazione che troviamo nel passato immortale”. Oggi dov’è l’ispirazione della classe dirigente? È un dato di fatto: gli spazi di incontro e scambio tra francofoni e neerlandofoni diminuiscono; le università e i partiti politici sono stati scissi. E non abbiamo mai avuto dei media unitari bilingue. Oggi siamo in una centrifuga che accelera. Stiamo uno accanto all’altro, senza conoscerci veramente. Ma è un motivo per abbandonare tutto? Abbandonare il nostro ideale di unità, e di ciò che abbiamo costruito assieme, non significa forse mentire a noi stessi, e imbarcarsi nella perdita di senso che tutta la società oggi deplora? Questi spazi sono da reinventare. Tutti devono lavorarci: gli artisti, gli universitari, gli insegnanti, i giornalisti, i politici, i giovani. È responsabilità di tutti noi. Trasformiamo il nostro smarrimento in vera azione comune.

Nonostante tutto i politici non hanno una forte responsabilità nella crisi attuale? Certo, la politica è una vocazione difficile, troppo spesso denigrata e disprezzata. Ma questa funzione della quale troppo spesso, a torto, ci disinteressiamo, sembra svuotarsi di giorno in giorno di qualsiasi ideale. Ne è prova il fatto che non ispira più né i cittadini né la loro fiducia. Di conseguenza, le frustrazioni dei cittadini si radicalizzano da anni a forza di status quo e di degradazioni. Ci avviamo verso nuove elezioni. Non è forse il modo migliore per far perdere l’ultimo legame di fiducia e di speranza che univa i cittadini ai loro rappresentanti? “Nuove elezioni: d’accordo, ma con quali volti nuovi?”. Quali voci nuove? Quali nuove idee?

Lasceranno gli “ego” il posto all’umiltà, la sfiducia alla fiducia, e le liti all’ascolto? Tutto è ancora possibile. Brel non cantava: “Abbiamo visto spesso sgorgare il fuoco dall’antico vulcano che pensavamo fosse troppo vecchio…”?. Non lasciamo a una manciata di politici il monopolio del nostro futuro. Tra meno di due mesi l’Europa offrirà al nostro paese, il Belgio, l’opportunità di prestare il proprio volto al progetto europeo dandogli le chiavi della Presidenza dell’Unione europea. È un onore e una grande responsabilità. Dobbiamo rappresentare un esempio. Interroghiamoci: “Quale volto vogliamo offrire al mondo?”. Rifiutiamo la chiusura e l’intransigenza. Esigiamo l’apertura e l’intesa dei nostri politici. Esigiamo dei veri uomini di Stato, degni di questo nome, non dei politici. Ricominciamo a sperare. Allora, forse, potremo avere uno sguardo nuovo su ciò che noi siamo.

Gli autori: Quentin Martens, 26 anni, Bruxelles – Louis-Alfons Nobels, 26 anni, Turnhout – Antoine de Lame, 26 anni, Rosoux – Sandrine Siegers, 28 anni, Eupen.

La tribune: pubblicato su De Morgen (quotidiano belga fiammingo) e La Libre Belgique (quotidiano belga francofono), ha provocato numerose reazioni positive in Belgio.

Foto: ©saigneurdeguerre/Flickr