Corte Penale Internazionale: una vittoria Onu-Ue

Articolo pubblicato il 13 settembre 2004
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Articolo pubblicato il 13 settembre 2004

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La Corte Penale Internazionale è il frutto del desiderio europeo di esportare il suo modello di protezione sopranazionale dei diritti individuali.

Mentre si chiude la terza assemblea degli Stati parte della Corte Penale Internazionale, a L’Aia, le parole di Kofi Annan ancora risuonano: “la prospettiva di una corte per i crimini internazionali ha in sé la promessa di una giustizia universale”. La volontà dell’Onu di costruire una giustizia penale mondiale risale al tempo della Società delle Nazioni e agli inizi dell’organizzazione mondiale. Dal 12 agosto 1948 la Convenzione di Ginevra sulla prevenzione e la repressione del delitto di genocidio crea un capo d’accusa internazionale di valore universale, senza però prevedere alcun meccanismo di sanzione. Le grandi potenze, impegnate in azioni di polizia internazionale, non si affretteranno sicuramente a metterli in atto. Alla fine della guerra fredda, l’impotenza, la passività di Stati Uniti e Europa, di fronte ai genocidi del Rwanda e della Iugoslavia scuote le coscienze e rilancia l’idea di una giurisdizione penale permanente. Due tribunali penali internazionali ad hoc sono creati dal Consiglio di Sicurezza: uno a L’Aia nel 1993 per la ex Iugoslavia, e l’altro ad Arusha in Tanzania, nel 1994 per il Rwanda. Non sapendo come impedire direttamente sul territorio le atrocità perpetrate in questi paesi, il Consiglio di Sicurezza vuole poter condannare i colpevoli. Norme giuridiche applicate da procedure specifiche e garantite da istituzioni indipendenti, devono assicurare la lotta contro l’impunità ed esercitare un potere dissuasivo.

11 aprile 2002: l’inizio

Secondo Antonio Cassese, ex Presidente del Tribunale Penale per l’ex-Yugoslavia: “questi Tribunali sono stati trampolini di lancio per la creazione di una Corte Permanente: questa presenterebbe il vantaggio di essere stabile e di non funzionare solo nei confronti di un singolo paese o essere istituita in considerazione di una situazione determinata”. Grazie all’azione di lobbiyng esercitata dalla coalizione di Ong ICCNow (International Criminal Court Now), e al coinvolgimento di un gruppo di Stati detti “piloti” (comprendenti la maggior parte dei membri dell’Unione Europea con in testa la Germania, così come il Canada, l’Australia, l’Argentina, il Sud Africa), lo Statuto di Roma che sancisce l’atto di nascita della Corte Penale è stato adottato il 18 luglio 1998 nel quadro di una Conferenza delle Nazioni Unite.

La Corte diventa ufficialmente operativa l’11 aprile del 2002 al momento della ratifica del suo Trattato da parte del sessantesimo stato firmatario. Tale Corte è incaricata di riunire i capi d’accusa a carico di tutti gli individui (qualsiasi sia il loro rango, il loro statuto o la loro nazionalità) sospettati di crimini di genocidio, di crimini di guerra e contro l’umanità, o per crimini d’aggressione per atti compiuti a partire dal 1° luglio 2002. Tuttavia, dispone unicamente di una competenza complementare: può agire solo nel caso in cui le giurisdizioni nazionali non siano in grado o non vogliano perseguire gli autori di questi crimini. Dopo aver prestato giuramento l’11 marzo 2003, i giudici sono oramai nella possibilità di operare e il procuratore, l’argentino Luis Moreno Ocampo, ha assunto le proprie funzioni il 16 giugno 2003.

Braccio di ferro Washington-Bruxelles

Nell’ambito di questa nuova realtà istituzionale di portata storica, la Corte Penale Inetrnazionale implica questioni geopolitiche di importanza cruciale. Al di là di un importante passo avanti per l’Onu, vengono realizzate le idee dell’Europa continentale sull’istituzione di una società mondiale regolata da leggi di diritto, e ciò riflette una certa visione della giustizia e dei rapporti sociali. L’Europa si sforza di applicare su scala mondiale un modello che l’ha resa forte: delle regole sopranazionali sanzionate da vere istituzioni che veicolano un’identità e un soggetto nuovo, la giustizia universale. L’Europa fa pressione per pervenire all’abbandono delle pretese nazionali particolari in favore dell’interesse mondiale. Si tratta di un’azione già sviluppata in un altro ambito istituzionale: quello del Consiglio d’Europa, con la competenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDH), istituzione oramai capitale nella difesa dei diritti individuali. Quanto alla vocazione universale della Corte si tratta di una tendenza già in atto con la Convenzione per la prevenzione della tortura (in vigore dal 1989) che stabiliva in via preventiva, un’ispezione di tutti i luoghi sospettati di praticare trattamenti inumani.

Premiata ditta Onu-Ue

Questo sogno sopranazionale si scontra radicalmente con la visione degli Stati Uniti, prima firmatari dello Statuto nel 2000, e successivamente ritiratisi nel 2002, e impegnati da allora in una feroce battaglia contro la giustizia penale mondiale. Nel luglio del 2003, il Pentagono annuncia che sospende il suo aiuto umanitario a trentacinque paesi (tra cui la Colombia e la Slovenia), colpevoli di rifiutare l’accordo bilaterale che esonera i cittadini americani dalle azioni giudiziarie di fronte alla Corte. La tradizione giuridica americana rifiuta qualsiasi norma che trovi la sua fonte fuori dagli Stati Uniti. Da qui deriva l’accusa di unilateralismo di cui è tacciata la superpotenza, da Guantanamo alla Guerra d’Iraq.

Certo, le riserve europee non mancano. La Francia per esempio, ha rifiutato la competenza della Corte per i crimini di guerra per un periodo transitorio di sette anni. I grandi Stati investiti di responsabilità militari internazionali temono sempre per i loro cittadini. La Corte Penale rimane comunque un organismo irreversibile, un’istituzione in cammino, la prima realizzazione di una giustizia universale. E’ una vittoria dell’Onu, derivata dall’esperienza europea; il più bell’esempio di cooperazione Onu-Ue. Una buona ragione per sperare.