Corrado Passera, l'intelligenza emotiva è omettere

Articolo pubblicato il 14 settembre 2009
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Articolo pubblicato il 14 settembre 2009
Articolo di Filippo Lubrano È un pubblico essenzialmente di professionisti, quello giunto a Sarzana per il Festival della Mente sacrificando anche il sonno della domenica mattina per ascoltare l’intervento di Corrado Passera, ad di Intesa San Paolo, tra i CEO più stimati del Bel Paese.

A fargli da spalla uno psicologo di razza quale Paolo Legrenzi, che introduce l’interessante argomento dell’incontro – l’intelligenza emotiva – citando ovviamente l’onnipresente Facebook: “Pensate a com’è cambiato il ruolo del calcolatore: da strumento per fare i conti, a dispositivo per gestire relazioni: questo aumento di complessità si è esteso ad ogni campo della nostra vita”.

Passera, completo grigio, voce impostata sulla modalità CdA, entra in scena qui, e subito sgombera il campo da possibili equivoci categorizzando e dando definizioni. L’ex alumno McKinsey suddivide l’intelligenza emotiva in 3 comparti: emotività, socialità e creatività, che insieme alla razionalità compongono il corpo – testa, cuore e pancia - della persona virtuosa. “La molla iniziale è sempre la curiosità, ma certo la sfera razionale è fondamentale”, chiosa, quasi ad avere paura di smentire chi sostenne che il talento è per l’1 per cento ispirazione, e per il restante sudorazione.

Legrenzi riprende la parola per stuzzicarlo un po’, e provare a mettere pepe: “Ci racconti della sua esperienza alle Poste”, lo invita, mentre dal pubblico già si alzano risolini. Ma Passera è uomo navigato, e trasforma la stoccata in assist. “Dal punto di vista professionale, ma anche da quello umano, l’esperienza alle Poste è stata la cosa più dolorosa che mi sia capitata”, sostiene concedendo l’unico spunto d’ironia. “Siamo partiti dalla ricostituzione di una dignità, un’operazione che è passata necessariamente dalla riorganizzazione aziendale”. Una scelta forzata, dato che prima del passaggio del signor Passera, le Poste Italiane non erano nemmeno inserite nelle statistiche a livello europeo, perché avrebbero abbassato di troppo la media del livello di servizio. “Insistetti sul prioritario. Attorno a questo progetto, che ci ha spremuto per 3 anni, abbiamo ricostruito un’azienda. Ci vuole un’idea forte, e poi le 4 intelligenze insieme” dice, provando a tracciare quello che sembra un primo abbozzo di modus operandi, ma che ahinoi rimarrà incompiuto “fissammo una data, il nostro Big Bang, e sapevamo che il giorno dopo tutti i giornali ci sarebbero stati addosso, sperimentando in prima persona il servizio. Tutto andò liscio, e fui io il primo a sgranare gli occhi”.

Ed altrettanto hanno fatto diversi degli astanti quando, dopo 45’ scarsi di intervento, i due interlocutori hanno imboccato il viale dell’uscita, scortati dagli organizzatori, senza lasciare un minuto di spazio alle domande del pubblico, prassi data oramai per scontata in una routine stratificatasi nel corso di sei edizioni del Festival. Forse che in tempi di crisi mettersi in gioco con domande non prestabilite sia un esercizio particolarmente scomodo e temuto anche da chi sostiene che “l’onestà genera fiducia”? Il tutto conferma comunque una legge non scritta ma ormai recepita dai fedelissimi della manifestazione: più conosciuto il nome del relatore, meno pregni di significato i contenuti.