Corea del Nord: l'inettitudine dell'Europa

Articolo pubblicato il 08 gennaio 2004
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Articolo pubblicato il 08 gennaio 2004

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Pyongyang vuole sospendere il suo programma nucleare. Per l’Ue è un’occasione da non perdere. Per partecipare finalmente ai negoziati.

Che succede nella testa del dittatore nordcoreano Kim Jong-il? Negli ultimi giorni la Corea del Nord non ha fatto altro che inviare dei segnali contraddittori riguardo alla sua volontà di risolvere con la diplomazia la crisi scatenata, più di un anno fa, in seguito al rilancio del suo programma nucleare. Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone ma anche Cina e Russia desiderano una cosa sola: che Pyongyang accetti di partecipare a un nuovo ciclo di negoziati a sei, dopo il fallimento degli incontri dell’agosto scorso a Pechino. Ma perché l’Unione Europea si tiene fuori da questa cruciale partita diplomatica?

Le “audaci concessioni” di Kim Jong-il

Martedì 6 gennaio, la Corea del Nord ha proposto di sospendere tutte le sue attività nucleari, sia civili che militari. In cambio Washington dovrebbe “simultaneamente” cancellare il paese dall’“Asse del Male” e riprendere a fornire carburante dopo la sospensione imposta nell’ottobre 2002 in reazione alle rivelazioni sulle sue ambizioni nucleari. Per Kim Jong-il si tratta di un’“audace concessione”. In realtà è anche l’ennesimo rinsavimento, perché il giorno prima la Corea del Nord aveva minacciato di “ritardare” o, peggio, “abbandonare” l’idea di negoziati se gli Stati Uniti non avessero prima dimostrato la loro buona volontà con un gesto significativo.

La nuova offerta di Kim Jong-il arriva il giorno stesso dell’arrivo in Corea del Nord di una delegazione americana sprovvista di un mandato ufficiale della Casa Bianca, per un soggiorno fino a sabato 10 gennaio. Si tratta di un gruppo di esperti guidati da Syg Hecker, l’ex-direttore del laboratorio nucleare americano di Los Alamos. Invitata da Pyongyang, questa delegazione potrebbe visitare il sito di Yongbyon, il principale complesso nucleare nordcoreano. Una prima dopo l’espulsione degli ispettori ONU a fine 2002. Autorizzando questa visita, pare che Kim Jong-il voglia provare una volta per tutte al mondo che è in possesso di armi nucleari. Per cominciare i negoziati in posizione di forza.

L’honest broker che tutti cercano

Queste “concessioni” arrivano a termine dell’intensa attività diplomatica condotta da fine 2003. A inizio dicembre gli Stati Uniti e i loro Alleati sudcoreani e giapponesi avevano proposto a Pyongyang, tramite la Cina, la garanzia di sicurezza in cambio della cessazione del suo programma nucleare. In questo contesto una delegazione dell’Ue si era recata in Corea del Nord via Pechino dal 9 all’11 dicembre.

Diretta da Guido Martini, Direttore Generale Asia al Ministero degli esteri italiano, questa delegazione aveva reiterato il “sostegno fermo” dell’Ue ai negoziati a sei. Alla domanda se l’Ue volesse o no parteciparvi, uno dei membri della delegazione, Westerlund per l’esattezza, della Commissione Europea, aveva risposto che l’Ue “non voleva interferire nel processo di negoziati nucleari”.

Come spiegare questa passività? L’Ue pare accontentarsi del suo ruolo di semplice finanziatore: dal 1995 Pyongyang ha ricevuto da Bruxelles ben 393 milioni di euro di aiuti umanitari. Ma l’Unione non ha mai abbandonato una posizione diplomatica così passiva che consiste grosso modo in un debole sostegno esterno ai negoziati nell’attesa di una soluzione della crisi per poi entrare in azione. Bene. Ma ora che la situazione sta forse per sbloccarsi, l’Ue deve invitarsi al prossimo ciclo di negoziati. Nella misura in cui gli europei non hanno più interessi militari in Asia, potrebbero diventare il mediatore ideale, l’honest broker che tutti cercano nel dialogo di sordi tra Washington e Pyongyang. Da un lato gli americani vogliono eliminare uno “Stato canaglia” responsabile in parte della proliferazione di armi di distruzione di massa nel mondo. Dall’altro Kim Jong-il vuole difendere la sopravvivenza del suo regime puntando sul suo programma nucleare come pregiata merce di scambio. Un’occasione unica per l’Unione di mettere la sua potenza commerciale al servizio del diritto internazionale e della risoluzione pacifica dei conflitti. Due principi che, di questi tempi, non se la passano tanto bene.