Copenaghen: una storia di Islam, identità e integrazione

Articolo pubblicato il 22 aprile 2016
Articolo pubblicato il 22 aprile 2016

A più di 10 anni dalle controverse illustrazioni su Maometto, un anno dopo gli attacchi al vignettista Lars Vilks e alla Sinagoga che hanno sconvolto Copenaghen, l'atteggiamento della società danese verso la comunità di 300mila musulmani è cambiato.  Viaggio tra le associazioni giovanili e laboratori culturali che si raccontano tra islamofobia, integrazione e lotta alla radicalizzazione. 

«Quando furono pubblicate le vignette su Maometto, avvertimmo un cambiamento nella percezione della comunità musulmana, nel linguaggio dei media e della classe politica. Con il terrorismo il clima è diventato meno tollerante, e per certi versi ostile. Secondo alcuni siamo persino tornati indietro di 10-20 anni nel processo di integrazione». A parlare è Waseem Rana, uno dei responsabili di Munida, un'organizzazione giovanile che promuove l’integrazione dell'identità musulmana nella la vita quotidiana della società danese.

Siamo a Norrebro, nord di Copenaghen. Ci si addentra in un vecchio quartiere operaio, dove gli elementi di architettura industriale vengono affiancati dai segni di multiculturalismo e gentrification: negozi orientali, locali moderni, skate park, street art e piccoli negozi di design. Non è un caso che qui abbiano sede i luoghi di preghiera e i centri culturali musulmani. 

Dentro la moschea di Wakf

Tutto è pronto per la preghiera della sera. Waseem ci aspetta in compagnia di altri ragazzi all’ingresso della moschea di Wakf della Società Islamica di Danimarca. L'area di preghiera è all’interno di due ampi capannoni, ed ospita un centinaio di fedeli di tutte le età. «Munida nasce nei primi anni 2000 dalla volontà di Ahmad Abu Laban», racconta Waseem, 38 anni, nato e cresciuto a Copenaghen da genitori pakistani. Scomparso nel 2007, Laban è la figura centrale nella controversia delle caricature su Maometto pubblicate nel 2005 dal quotidiano danese Jyllands-Posten. Non solo partecipò alla delegazione mediorientale, ma insieme a Ahmad Akkari firmò il "Dossier a sostegno del Profeta Maometto" per denunciare il clima di islamofobia nella società danese, generando un'escalation di proteste e violenze in tutta l'area.  

«Laban voleva una sezione giovanile, così attorno a lui si sono riuniti un gruppo di 4-5 ragazzi. Oggi siamo in 500, di cui il 60% sono donne, raccogliamo membri di una quarantina di nazionalità e le nostre attività coprono tutti gli aspetti della vita sociale della gioventù danese». Attività sociali e ricreative, ma anche educazione. «Stiamo provando ad aiutare i giovani musulmani a sviluppare la loro identità nella società danese. Se sono sicuri sul loro credo e la loro identità diventeranno dei cittadini migliori», aggiunge.

Iniziano la preghiere e veniamo accolti con disponibilità e cordialità, solo un paio di occhiate sospettose. «Purtroppo da tre settimane viviamo in un clima di diffidenza a causa di un servizio della tv pubblica danese a telecamera nascosta». Si riferisce all'intervista di TV2 all'imam della moschea di Grimhøj ad Aarhus, mentre sosteneva la lapidazione delle donne adultere e il diritto di uccidere gli apostati. «Hanno scelto un episodio radicale, si rischia di distruggere il faticoso percorso di integrazione», commenta Waseem. «Dopo Parigi e Bruxelles mia madre e mia sorella sono state fermate in un supermercato da un uomo che le accusava di essere colpevoli degli attentati… Era ubriaco, è vero, ma è un segnale».  

Occorre parlare ai giovani radicali prima che lo facciano i predicatori di odio  

Ci spostiamo nella libreria, dove ogni anno vengono migliaia di visitatori dalle scuole e dall’università per conoscere l’Islam. Ad occuparsene è Nils, 24 anni, studente di fisica convertitosi quando ne aveva 17. «Sono il responsabile dei nuovi musulmani, ci riuniamo ogni lunedì e parliamo delle basi dell’Islam», racconta. Nato e cresciuto in una famiglia cristiana, si è convertito nel 2009. «I miei genitori mi dicevano che Dio esiste e io ci credevo, poi arriva un’età in cui ti  poni certe domande. Al liceo ho incontrato dei giovani musulmani, così ho conosciuto il Corano e il suo Profeta e dopo 3 mesi mi sono convertito». Una scelta accettata anche in famiglia non senza qualche ironia: «Mia madre per scherzare mi chiede quando mi farò esplodere». 

Secondo uno studio dell'International Center For Counter Journalism, dal 2011 dalla Danimarca sarebbero partiti 125 foreign fighters e di questi ben 62 sono tornati. Del resto, Omar El Hussein, l'attentatore del 15 febbraio, nato e cresciuto in Danimarca da una famiglia di origine giordano-palestinese, aveva appena 22 anni

«Senza i conflitti in Medioriente i predicatori di odio avrebbero meno presa sui giovani. Molti vanno in Siria convinti di combattere le ingiustizie», dice  Waseem. «Ma opporsi alle ingiustizie non significa andare a combattere in Siria. Questo rovinerà loro, la loro causa e l’immagine dell’Islam. Devono trasformare le pulsioni negative in energia positiva, aprendosi, scrivendo, sfogandosi. Se non parliamo noi con loro, alcuni predicatori estremisti potrebbero farlo e controllarli» .

"La nostra generazione sta cercando di definire l'Islam nella società danese"

Il tema impegna sin dagli esordi anche Minahj ul Quran Danemark, ONG fondata nel 1981 in Pakistan da Muhammad Tahir-ul-Qadri che promuove la tolleranza e il dialogo interreligioso. Ad accoglierci c'è Hassan Bostan, avvocato praticante di 25 anni

«Il 90% dei membri sono di origine pakistana, arrivati qui negli anni '70 e '80», spiega Hassan. «Noi giovani nati e cresciuti qui stiamo cercando di definire l'Islam nel contesto danese, una religione universale praticabile in qualsiasi paese e momento storico, a patto di definirne il ruolo e capire come i musulmani possono integrarsi. Per i nostri genitori appena arrivati era difficile. Noi vogliamo fare un passo avanti». 

Visitiamo il resto dell'edificio. Nei piani superiori si trovano le aree di preghiera, precedute dai lavatoi per le abluzioni e alcune stanze per le lezioni ai bambini. Lungo le scale ne incontriamo parecchi, sono tutti diretti verso l'ampio salone di preghiera dove l'imam insegna loro a recitare il Corano.

«Insegniamo le scienze classiche musulmane, la meditazione e il sufismo per liberare il cuore dall'odio e dalle pulsioni negative». Ma non è tutto. «Collaboriamo con associazioni ebraiche e cristiane, ed abbiamo partecipato come gruppo guida ad un programma voluto dalla città di Copenaghen per comprendere la radicalizzazione e fornire indicazioni alla politica», prosegue Hassan, ex membro del Danish Ethnic Youth Council. Un ruolo esercitato anche a livello europeo con la partecipazione al RAN (Radicalisation Awarness Network), un programma comunitario per prevenire la radicalizzazione e in seminari dove si studiano la Fatwa contro il Terrorismo e l'Islamic Curriculum on Peace and Counter-Terrorism

La moschea delle donne

Poi la questione femminile: «L'integrazione delle donne è un problema molto pakistano e va oltre la religione», dice Hassan. «Abbiamo una Women League e tutte le attività, da quelle sportive a quelle ricreative, mettono uomini e donne sullo stesso piano». Un tema che porta ad un innovativo esperimento culturale d’integrazione: la moschea delle donne. Si chiama Mariam ed è la casa di tutti i musulmani, ma le preghiere del venerdì saranno riservate soltanto alle donne guidate dalle fem-imam, imam femminili. La prima è la fondatrice Sherin Khankan, 41 anni, di padre siriano e madre finlandese, opinionista e commentatrice nota in Danimarca per le sue pubblicazioni sull’Islam e la sua militanza nella sinistra radicale. «Il dibattito va avanti dal 2001 quando abbiamo fondato il Forum dell’Islam Critico. Volevamo rovesciare la struttura patriarcale dell’Islam. Il Corano non vieta imam donne». E la moschea, in costruzione, si trova in un appartamento nel cuore di Copenaghen, a pochi metri dai negozi affollati di turisti a caccia di souvenir. Qui, il 9 febbraio, quando l’Afp ha lanciato la notizia, sono stati celebrati i primi matrimoni e divorzi islamici, prima tappa di un percorso ambizioso che punta molto sull’educazione dei giovani: «Ci ispiriamo alle tradizioni, ma contestualizziamo tutto nel XXI secolo», spiega la Khankan. «Le nuove generazioni non conoscono le proprie origini, vogliamo introdurre la filosofia islamica e quei pensatori come Ibn Arabi che ammettevano le donne imam». E il messaggio ha già conquistato le prime giovani. «Hanno partecipato ad un incontro all’università e si sono ritrovate nel nostro progetto, possiamo essere un riferimento per le nuove generazioni».  

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei finanziato dalla Commissione Europea.