Copenaghen: la slow life con il vento in poppa

Articolo pubblicato il 11 maggio 2016
Articolo pubblicato il 11 maggio 2016

Nella baia di Scanport, a qualche chilometro dal centro di Copenaghen, si trova Hawila, una vecchia barca a vela  di venticinque metri. Nell'attesa di issare le vele e partire verso il mare aperto, un gruppo di giovani lavora al suo restauro. L'idea? Rallentare il mondo e intimarlo a moderare i consumi.

Dalla Hawila si vedono decollare e atterrare aerei provenienti da ogni parte del mondo, ma anche il passaggio delle navi cargo che trasportano migliaia di container all'entrata del Mar Baltico. Situata di fianco alle imbarcazioni da diporto, in un'antica zona industriale vicino all'aeroporto di Copenaghen, con la sua aria da nave pirata la Hawila sembra uscita da un'altra epoca.

In un tardo pomeriggio di marzo è il vento freddo ad invitarci a salire a bordo. L'atmosfera all'interno è pacifica. In inverno solitamente la comunità che lavora al progetto Hawila si disperde, per poi ritrovarsi al ritorno delle belle giornate. Sulla nave è possibile incrociare viaggiatori che passano a bordo una o più notti. Da qualche tempo vengono messi a disposizione dei letti su Airbnb, in modo da permettere l'acquisto di un po' di materiale e di fare i lavori di manutenzione.

Secondo Samuel Faucherre, uno dei fondatori del progetto, si tratta solo della quiete prima della tempesta. In estate vengono organizzate numerose attività sulla nave e intorno ad essa come spettacoli, festival e workshop. Hawila si trasforma in un luogo di incontri, scambi e sensibilizzazione riguardo il tema dell'ambiente. Alcuni volontari aiutano anche nel restauro di questa vecchia nave, che dovrebbe trasportare merci tra il nord e il sud Europa a partire dalla fine del 2017. Ed il tutto solamente grazie alla forza del vento.

La rinascita di un mezzo di trasporto dimenticato

Costruita nel 1935 per trasportare grandi blocchi di ghiaccio, questa imbarcazione a due alberi, dopo essere stata abbandonata dal suo precedente proprietario, ha ricominciato da poco tempo una nuova vita. Riacquistata nel gennaio 2015 dall'equipaggio di Hawila per il prezzo simbolico di una corona danese, Sam e la sua banda propongono attraverso questo progetto un' alternativa al trasporto marittimo tradizionale.

«Il 90% delle merci che si trovano oggi nei supermercati di tutto il mondo sono state trasportate da una nave, ad un certo momento della loro catena di produzione» afferma animatamente Samuel, marinaio e scienziato esperto conoscitore dell'Artico. Questo 29enne di origini bretoni, tra le altre cose, ci informa di un altro inquietante dettaglio: le 15 navi porta-container più grandi del mondo inquinano da sole quanto la totalità delle auto in circolazione sul pianeta.

Ben lontano dall'essere un mezzo di trasporto rapido che permette di inviare merci in giro per il mondo a costi minimi e tempi record, il progetto Hawila ha scelto di far rinascere un mezzo dimenticato, lento e non inquinante. Sam tuttavia precisa: «vogliamo lavorare con i produttori locali, le piccole comunità costiere, e non addentrarci nella grande produzione». Cioccolato, olio d'oliva, caffé, rum, sidro, tutte merci eco-friendly che l'equipaggio ambisce a trasportare.

Pensare "out of the box"

Dal cucinino, dove regna un persistente odore di caffè, si scende qualche stretto scalino per accedere allo scafo della nave. Proprio qui si trova la sala comune,  che funge da dormitorio e dove si trovano una ventina di cuccette con al centro un lungo tavolo in legno. La luce è soffusa e la stanza è decorata con antiche foto della Hawila. A bordo i ragazzi impegnati nel progetto condividono la loro quotidianità secondo un ideale comunitario, pensando "out of the box" (fuori dagli schemi, n.d.t.) . La maggior parte di questi ragazzi dispongono di una cultura marittima e fanno degli studi universitari in campo scientifico, tecnologico o artistico, ma tutti sono alla ricerca di un modello di vita lontano dalla società ultraconsumatrice. Hanno scelto uno stile di vita frugale e praticano il dumpster diving (letteralmente "rovistare nei rifiuti", è una pratica mirata al riutilizzo e recupero del cibo che viene normalmente scartato dalla grande distribuzione perché esteticamente imperfetto, ma perfettamente commestibile e di buona qualità, n.d.r.), ed a tutti piacerebbe sperimentare a bordo l'autosufficenza energetica e alimentare. Sam vorrebbe installare delle pale eoliche a poppa, ma anche dei pannelli solari per far funzionare gli strumenti di bordo, il riscaldamento e l'elettricità. Berretto in testa e maglietta marinara indosso, questo giovane scienziato – un pelino eccentrico, in verità, – ci confessa il suo bisogno di sperimentare continuamente. Tra le altre cose,  gli piacerebbe provare a portare a bordo anche una serra e un pollaio.

Gabriele, originario di Palermo, ha navigato a vela per diversi anni. Nepal, Camerun, Malesia, pur essendo di formazione agronomo ha già viaggiato parecchio per avere 28 anni. Di ritorno a Copenaghen per la bella stagione, è particolarmente interessato alla possibilità di scoprire nuovi modi di lavorare, condividere e vivere insieme. Secondo lui  «vivere in barca permette di avere molte libertà. Non abbiamo particolari regole o limitazioni». Ma aggiunge: «al tempo stesso bisogna che ogni individuo sia responsabile, altrimenti la nave non funzionerebbe». Un'altra mattina è proprio Gabriele ad accoglierci sulla prua della nave, con i suoi capelli mossi e la barba non fatta da tre giorni. Fa un po' freddo, ma gli altri dormono ancora. «Vivendo in uno spazio limitato, bisogna imparare a condividere tutto, mettere da una parte il proprio ego e essere pronti ad ascoltarsi a vicenda» spiega Gabriele, rimandando tra le altre cose anche all'idea della creazione di una vera e propria piattaforma inclusiva, dove ognuno può esprimere le proprie idee e dove tutti lavorano allo stesso livello, essendo nessuno subordinato a qualcun altro.

Sulla Hawila sono tutti volontari. La finalità del progetto non è quella di guadagnarci su, precisa Gabriele. Mossa dal desiderio di rimanere indipendente, la squadra infatti ha fatto anche la scelta di autofinanziarsi. «Mi sento di dire che ce la siamo cavata e che l'abbiamo fatto da soli» spiega Sam, che della schiettezza fa una caratteristica del suo modo di parlare.

"La Cop 21? Una farsa"

Grazie alle sue ricerche sull'Artico Sam ha potuto toccare con mano l'impatto degli uomini sull'ambiente. Deluso dai politici che dovrebbero decidere, è dell'idea che non ci si possa più aspettare che siano loro a fare qualcosa per il clima: «Durante la COP21 ho avuto un po' di speranza, pensavo che succedesse qualcosa, ma era solo una farsa, i politici non pensano altro che alle loro piccole carriere». Secondo il giovane marinaio «bisogna che le soluzioni partano dal basso». Ed è così che è nato il progetto Hawila. «Non voglio solamente vivere, consumare e morire. Forse questo progetto non porterà a niente, forse sarà solo una goccia d'acqua nell'oceano, ma almeno avremo fatto un tentativo».

 

Alina, arrivata in Danimarca nel 2009, ha partecipato per diversi anni al progetto di un ecovillaggio, prima di dedicarsi ad Hawila. La belgo-rumena di 29 anni cresciuta negli Stati Uniti, ritiene che uno dei punti di forza del progetto Hawila risieda proprio nella condivisione all'interno del gruppo, tra persone che vengono un po' da tutta Europa. Alina guarda a questa diversità come una fonte di ispirazione: «Permette di arricchirci l'un l'altro». E aggiunge: «Si è più forti agendo in gruppo a livello locale che lottando individualmente contro un sistema di organizzazione politica troppo lontano da noi e difficile sia da comprendere che da influenzare...».

Andando di porto in porto i giovani "Hawileros" sperano, attraverso numerosi eventi artistici e culturali, di sensibilizzare più gente possibile sulle conseguenze ambientali del trasporto marittimo tradizionale, nonché di diffondere delle idee sulle possibili alternative. Con la non troppo segreta speranza di potersi fermare gratuitamente nei porti, per rendere l'avventura economicamente sostenibile.

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei finanziato dalla Commissione Europea.