Conversazioni in aeroplano

Articolo pubblicato il 21 luglio 2003
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Articolo pubblicato il 21 luglio 2003

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Come un viaggio noioso può diventare uno stimolante confronto culturale. E suggerire un'idea. Quella di un Erasmus tra Europa e America Latina.

Domenica 13 luglio, salendo sull’aereo che da Madrid ancora una volta mi riportava a Bogotá, ho lanciato un’occhiata assonnata e distratta alla persona seduta vicino a me, casuale compagno di viaggio per 10 noiosissime ore, augurandomi che non parlasse tanto, perché avevo sonno, mille pensieri e molta poca voglia di parlare di banalità. Speranza vana, impossibile augurarsi che una colombiana seduta vicino a te non ti rivolga la parola con un commento qualsiasi dopo cinque minuti che gli siedi accanto.

La signora Lucia, tra l’altro persona molto interessante, era stata in Germania e poi in Spagna e adesso tornava a Cali, in Colombia, ed era tutta felice di rivedere i suoi figli. In un mese di Europa era anche riuscita ad incontrare un signore al quale si era promessa in sposa, ma i visti, la burocrazia, i problemi con il lavoro, ed ovviamente la voglia di rivedere i suoi figli la riportavano a casa, per tornare, chissà quando, nel suo amato nel Vecchio Continente.

La signora Lucia mi parlava dell’Europa secondo quanto già sentito varie volte dai colombiani e su cui effettivamente dovevo darle ragione: l’individualismo indifferente degli europei, se paragonato all’accoglienza e alla curiosità dei colombiani.

Quando sono arrivata in Colombia non conoscevo nessuno ma dopo due giorni ero già stata a ballare, cercando di imparare la salsa, il merengue, il vallenato (con risultati che definirei purtroppo ancora disastrosi), mi ero già presa la mia prima bella borrachera da ron Medellín, avevo mangiato la bandeja paisa, fatto un giretto per il centro, ricevuto inviti e attenzioni e consigli da tutti quelli che mi avevano incontrato in ufficio. Raramente ho incontrato gente tanto gentile e sinceramente accogliente come i colombiani.

E qual è invece l’impressione che spesso i colombiani stessi mi hanno riferito a proposito degli europei? Che nessuno ha prestato loro attenzione, che ognuno se ne sta per i fatti suoi preso dalle proprie corse, stupiti dal poco senso della famiglia che coltiviamo, dal fatto che facciamo tutto da soli, andiamo dal medico da soli, al cinema da soli (!!!), che non ci sposiamo e figli – per carità – neanche a parlarne.

Ora, senza cadere in stereotipi e generalizzazioni che comunque lasciano il tempo che trovano, e che in quanto europea in parte mi corrispondono, mi sono messa a pensare che in fin dei conti la signora Lucia ed i suoi compatrioti non avevano tutti i torti. In che senso? Nel senso che in effetti la nostra è una cultura individualista: pensandoci bene quali sono i valori fondamentali che difendiamo e a cui ci aggrappiamo nel momento in cui c’è qualcosa da ribadire o da preservare? La libertà, (dell’individuo), il libero arbitrio (dell’individuo), l’uguaglianza e non discriminazione (nei diritti individuali). Perché la nostra società, la nostra cultura – nella storia, nella filosofia, nella scienza politica – si fonda su un processo in cui si è riconosciuto sempre più l’individuo come centro dei vari fenomeni sociali, politici ed economici.I singoli capiscono che per il loro bene (singolo) è meglio stare in società piuttosto che atomizzati chissà dove e quindi si uniscono e fanno delle regole che li tutelino (personalmente) per evitare contrasti troppo accentuati.

Nelle culture del Sud America invece, spesso è la comunità ed il senso di appartenenza ad essa a prevalere; la solidarietà e, perché no, anche la dipendenza dalla struttura comunitaria giustificano le azioni e le attività quotidiane, soprattutto in zone più isolate o indigene. Frans van der Hoff, olandese, trasferitosi presso gli indigeni zapotechi di Tehuantepec, in Messico, dice di loro: “Per loro la vita è sempre, nella buona e nella cattiva sorte, impregnata di collettività: ce l’hanno nell’anima” (1). E continua constatando quanto, presso gli indios, sia sviluppato il senso dell’ospitalità: per uno straniero che bussa alla porta c’è sempre qualcuno che gli dà il benvenuto. Questo profondo rispetto dell’ospitalità e della solidarietà, ha una forte componente di reciprocità: anche gli indios si aspettano di essere accolti quando ce ne è bisogno, e su questo hanno fondato la propria comunità e hanno resistito alle avversità della loro storia e del loro ambiente. Di conseguenza che impressione può dare una metropoli europea a gente la cui tradizione discende da un’esperienza di comunità e reciprocità? Credo che tante cose fatte come Europa e Unione Europea, possano essere percepite più come una chiusura che un’apertura rispetto ad una cultura, quella che si può definire in genere latina, con la quale intratteniamo, soprattutto in alcuni paesi, una certa vicinanza e facilità di rapporti.

Basti pensare ai visti di ingresso. Noi europei in alcuni paesi possiamo incontrare delle difficoltà, però fondamentalmente otteniamo il permesso, anche se dobbiamo sopportare un po’ di burocrazia. Ma la cosa non è reciproca: è spaventosa la mole di documenti, di giri e di attese che un colombiano deve sopportare, sempre che ne esca incolume e non abbandoni prima l’impresa, per riuscire a venire in Europa. E questo anche se viene come turista, magari perché un suo amico ha deciso di invitarlo a Parigi, a Roma o a Madrid. L’Europa sembra una fortezza inespugnabile e gli europei i suoi castellani: il pregiudizio inizia anche da qui. A prescindere dalle ragioni di questa politica, se l’Unione Europea vuole davvero assumere un ruolo diverso rispetto agli Stati Uniti nelle relazioni con l’America Latina (e direi che si deve sottolineare il “davvero”), non credo possa prescindere da una serie di interazioni culturali paritarie ed aperte di cui un progetto del tipo “Erasmus” ma fatto tra università europee e latinoamericane potrebbe essere un efficace strumento.

Il sistema andrebbe però integrato con una serie di finanziamenti e borse di studio che rendano l’accesso al semestre o anno all’estero possibile non solo per l’“upper class”, che già va a studiare negli Stati Uniti, ma anche per tutti o quasi quegli studenti che vogliano allargare la propria esperienza confrontandosi con un sistema diverso e condividere le somiglianze e le differenze tra le loro culture.

Si parla molto di integrazione economica, di aperture dei mercati, di costruzione di aree di libero scambio e di accordi politici, ma la cultura è probabilmente (se non diventa fondamentalismo e chiusura) ciò che più facilmente oltrepassa una frontiera e permette uno scambio ed una crescita dei popoli che entrano in contatto. Perché l’individualismo o un maggior senso comunitario non sono che una delle mille impressioni che un altro paese può offrire a chi vi si rechi, e perché soprattutto, quando la visita si fonda su un vero senso di scambio e di accoglienza, la differenza diventa più comprensibile e non rimane solo una barriera.

Però, non essendoci un migliore e un peggiore in questa differenza di valori e di interpretazione del quotidiano, ma solo appunto una differenza, non è poi così difficile stemperare le difficoltà, nella solidarietà, nel calore, nella cultura e nei racconti di un altro paese, pur pensando che alcune cose appariranno sempre strane o incomprensibili. Allo stesso modo il nostro individualismo, pur restando tale, potrebbe non risultare poi così orribile se la gente avesse in maggior misura la possibilità di integrarsi in un sistema, di partecipare alle sue istituzioni, senza restare a guardare l’Europa da una vetrina, ma entrandovi. E respirando una società davvero multiculturale.

(1) Nico Roozen, Frans van der Hoff “Max Havelaar. L’avventura del commercio equo e solidale”. Milano, 2003 pag. 29.