Contro la guerra: lettera al Presidente

Articolo pubblicato il 02 dicembre 2015
Articolo pubblicato il 02 dicembre 2015

(Opinione) Sono tra coloro che nel 2012 hanno eletto François Hollande Presidente della Repubblica. Avevo 22 anni e votavo per la prima volta alle presidenziali. Tre anni e due attentati dopo, mi chiedo: in quel momento io ho votato per una Francia in guerra? Come può la guerra aprire la strada ad uno sviluppo duraturo? Ho dunque scritto una lettera, che voglio condividere qui. A buon intenditore.

Signor Presidente,

avrei desiderato scriverle in altre circostanze. Mi chiamo Katerina e ho 25 anni. Non appartengo né al gruppo dei "buoni", né a quello dei "cattivi". Non sono né "islamista", né propriamente "francese": sono francese secondo il mio passaporto, di origine spagnola da parte materna e greca da parte di mio padre. Senza dubbio sono un'europea. Probabilmente parigina, dal momento che sono nata e vivo tuttora nel decimo arrondissement. Appartengo senza dubbio alla "Generazione Bataclan", in prima pagina su Libération il giorno dopo gi attentati. Anche se sono andata al Bataclan una sola volta e non mi fido degli slogan, ancor meno dei grandi titoli. Cos'altro sono ancora? Se dovessi scegliere tra Libération e Le Figaro, opterei per il primo. Perché ho votato per Lei, nel 2012.

Credere e votare

Ho dunque votato per Lei: il mio primo voto alle presidenziali. Un grande momento. La speranza, la gioia, l'angoscia, il sentimento di poter influire sull'avvenire del Paese, l'illusione di potere qualcosa – più che l'illusione del potere. L'entusiasmo, infine, e la vittoria, quando la sinistra ha prevalso sulla destra. La festa alla Bastiglia. In breve: la giovinezza, le sue illusioni e il suo idealismo.

Ho dunque votato per Lei. Eppure mi era stato detto di non crederci. Mi era stato detto che il "sistema" è più grande e più forte; e che Sarkozy e Hollande, MerkelSchäuble, Papandreou Tsipras, Dominique Strauss-Kahn e Christine Lagarde... alla fine poco importa perché "tanto è tutto uguale"; e che il denaro governa al posto delle persone. Mi è stato detto che le nostre vecchie democrazie vacillano e che il voto è una cavolata, non serve a niente e dopo tutto è meglio fregarsene della politica, perché nessun politico ha mai mantenuto le sue promesse. Viva l'astensionismo, l'art pour l'art, il cinismo e l'aperitivo!

Mi è stato detto di tutto, nonostante ciò, io ho creduto. Io insieme alle mie illusioni abbiamo creduto alla sua promessa di fare della "gioventù" la sua priorità. Io e il mio progressismo yuppie abbiamo creduto ad una politica di sinistra: la cultura, il sociale, l'educazione, la sanità, lo stato assistenzialista... Io e la mia buona coscienza di cittadina del decimo arrondissement abbiamo creduto che votando a sinistra avremmo fatto più bene che male, che sarebbe avvenuto un cambiamento, forse non all'istante ma presto, inshallah  se Dio vuole; no, non sono musulmana, promesso! Io e la mia pseudo-apertura di spirito abbiamo creduto che la sinistra avesse altri valori, di umanità e di tolleranza. Io e le mie fesserie ci sentiamo impotenti.

Ho dunque votato per Lei. Eppure, poco più di duecento giorni dopo, mi chiedo: in quel momento io ho votato per una Francia in guerra? Come lo sforzo della guerra aiuterà la gioventù? In cosa, la guerra, può aprire la strada ad uno sviluppo duraturo? Per 20 anni mia madre ha fatto l'insegnante in una scuola media nella "zona di educazione prioritaria" del decimo arrondissement (dove gli istituti scolastici sono dotati di risorse supplementari e più autonomia per affrontare particolari criticità sociali o educative, n.d.r.), ed insieme a lei mi chiedo perché la spesa militare si gonfia laddove, in proporzione, il budget assegnato all'educazione diminuisce.

Penso alle prossime elezioni: la sinistra? A che serve. La destra? Per fare che. L'estrema destra? Un'illusione dei più. I piccoli partiti? Poche possibilità di vincere. L'astensione? Irresponsabile. Scheda bianca? Non calcolato.

"Niente di peggio della guerra"

Per finire vorrei raccontarvi una storia. Qualche giorno fa ero da mia nonna, quella che ha attraversato i Pirenei. A 89 anni vive ancora a casa sua, con un cane e la televisione come principale compagnia. La TV è accesa e osservo mia nonna che guarda le notizie. Ignoro quello che riesce a capire in questo flusso continuo, che mischia senza sosta riferimenti al jihad, a Twitter, alla COP21, salafiti, pubblicità, l'incontro Hollande-Obama, notizia del giorno, Putin, pubblicità, terrorismo, hashtag, attentato, COP21, ancora pubblicità, Twitter, eccetera. La vedo di tanto di tanto scuotere la testa, come se fosse d'accordo o in disaccordo, ma mi confida malvolentieri la sua incomprensione per lo stato delle cose, per il mondo e per le cose di questo mondo.

«Non c'è niente di peggio della guerra,» mi ha detto più volte, lei che da bambina è dovuta fuggire dalla Guerra civile spagnola per rifugiarsi in Francia. Mi racconta spesso la storia della sua fuga: il rumore delle bombe, le scene d'orrore, i tre giorni passati nella stiva di una nave, senza acqua né cibo, per scampare ai bombardamenti... Un giornalista commenta l'impegno della Francia ad intensificare gli attacchi in Siria: osservo mia nonna fare "no" con la testa. Poi arriva il turno della Merkel e il suo scetticismo riguardo l'idea di impegnarsi in una guerra: la osservo abbozzare un "sì".

Io ho più dubbi e domande che risposte. Nel frattempo ho maturato una certezza, ereditata da una vecchia signora che sa ciò di cui parla: non c'è niente di peggio della guerra. Io voglio credere, Signor Presidente, che l'avvenire è una pagina bianca e che il vostro potere è più di un'illusione. Allora, perché scegliere il peggio?