Conflitto in Medio Oriente: «Per un ruolo più attivo dell’Unione europea»

Articolo pubblicato il 11 febbraio 2009
Articolo pubblicato il 11 febbraio 2009
Mahmoud Abbas, Presidente dell’Autorità palestinese, incontra i parlamentari a Strasburgo. Un’occasione per riflettere sul ruolo dell’Unione europea nel conflitto israelo-palestinese. Intervista all’eurodeputata francese Catherine Boursier-Mougenot.

Egitto, Giordania, Libano e Siria. Questi Stati, vicini e sostenitori della Palestina, sono anche partner europei. E come tali incitano l’Europa a partecipare al dibattito ad una voce e a stabilire la pace nel Vicino Oriente. Ma come? Mentre il Presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, si trova in visita al Parlamento di Strasburgo (lo scorso 4 febbraio), Catherine Boursier-Mougenot, eurodeputata francese (esponente del Partito socialista europeo), nonché membro della delegazione per le relazioni con i Paesi del Mashrek sopracitati, risponde alle nostre domande. Intervista.

In che modo l’Unione europea deve intervenire in Medio Oriente?

«È necessario che l’intervento dell’Unione europea non si esaurisca con il pagamento delle fatture della ricostruzione… Bisognerà rivedere il nostro piano di aiuti finanziari: L’Europa non può accettare di continuare a finanziare in modo incondizionato infrastrutture che presto un nuovo attacco demolirà. Inoltre, la questione sulla quale vogliamo focalizzare maggiormente l’attenzione, è la totale mancanza di una reazione coerente da parte dell’Unione europea: ogni Stato, infatti, fa sentire la propria voce nel concerto delle nazioni. Ebbene, dobbiamo esigere l’unità di tutti e un ruolo sempre più attivo».

Gli Stati arabi vicini chiedono il sostegno dell’Ue nella questione palestinese?

«Oltre alla questione dell’emergenza umanitaria, il supporto che ci viene richiesto è nei confronti di organizzazioni come Hamas e Hezbollah: secondo i Paesi arabi, si tratta di resistenti che si battono a favore dell’indipendenza dei loro popoli, poiché terrorista è colui che colonizza il territorio altrui e non questi attivisti».

Vi hanno coinvolto nella loro analisi di questo conflitto?

«Sì, e io la condivido. I nostri partner arabi sostengono che il problema principale è che l’Unione europea non ha appoggiato Hamas malgrado la sua elezione democratica. Se in una prima fase l’Unione europea aveva sostenuto l’organizzazione delle elezioni generali in Palestina e ne aveva riconosciuto l’ineccepibilità, una volta proclamata la vittoria di Hamas, l’Europa ha immediatamente interrotto il proprio sostegno finanziario all’Autorità palestinese. Così facendo, ha contribuito, suo malgrado, ad accrescere la forza di Hamas e la strategia di divisione dei Palestinesi, facendo il gioco di coloro che non vogliono la pace».

Nel 2006, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione nella quale si auspicava un accordo tra l’Ue e la Siria, Paese strategico in Medio Oriente. E oggi, cosa ne è stato di quella risoluzione?

«Oggi, nei nostri rapporti con la Siria, dobbiamo prima di tutto cercare di guardare avanti. Certamente all’indomani dell’uccisione di Rafiq Hariri le relazioni tra Europa e Siria si erano raffreddate, ma in quell’occasione, la Siria ha dimostrato di impegnarsi nell’accertamento delle responsabilità e questo ha permesso che la situazione si normalizzasse. La Siria ha un ruolo centrale nel processo di Barcellona. La questione dei negoziati con Israele sul Golan e con il Libano sulle fattorie di Cheeba, deve essere risolta, poiché è fondamentale ristabilire la pace nella regione. Non ci dimentichiamo che quasi mezzo milione di palestinesi vive in Siria. Ugualmente irrinunciabile è la discussione sui rapporti economici, dal momento che non c’è pace senza sviluppo e non c’è sviluppo senza pace. Da un documento sottoscritto dalla socialista belga Véronique De Keyser, si apprende che il Parlamento dovrebbe pronunciarsi il prossimo maggio sul parere da dare in merito all’accordo dell’associazione Ue-Siria. La nostra volontà è quella di affermare che democrazia e rispetto dei diritti umani sono valori imprescindibili dello sviluppo di un Paese».