Con gli scatti di McCurry ho visto il mondo a Palermo

Articolo pubblicato il 18 ottobre 2016
Articolo pubblicato il 18 ottobre 2016

Abbiamo visto "Icons", mostra che raccoglie gli scatti più importanti della carriera di Steve McCurry. Ecco cosa ci è rimasto impresso. 

All'ingresso del primo corridoio tappezzato di foto la prima cosa che ti travolge sono i colori. Rosso e verde, soprattutto. Tonalità forti, accese, che colorano la barba di un pastore o avvolgono delicatamente il viso di un'adolescente. appena voltato l'angolo una contrapposizione che ti impone una scelta: chi vuoi guardare? Da quali occhi vuoi lasciarti catturare? Ma scegliere chi osservare per primo o, meglio, in quale mondo lasciarsi trasportare, è difficile.

A sinistra gli occhi dolci e quasi smarriti di una bambina, molto probabilmente per la prima volta davanti una fotocamera. Ha delle trecce e due grandi occhi truccati con una matita nera. Dall'altra parte c'è una donna africana che mostra con fierezza, sicurezza e determinazione la sua carnagione scura, il suo seno scoperto, i suoi lobi resi grandissimi dai monili.

Andando avanti la voce di Steve McCurry ti dice che quel monaco che stai osservando in quel momento lo scrutò anni fa come forse mai nessuno lo aveva scrutato prima. «È un monaco buddista, entrato nel suo monastero a sette anni e mai più uscito. Ho pensato molto al suo sguardo. Secondo me stava riflettendo sulla differenza tra le nostre vite».

Scatti che portano in diversi angoli del mondo 

E le vite narrate dalla mostra Icone, che porta a Palermo più di venti tra ritratti e scatti da fotografo documentarista, sono tante. Si potrebbe dire infinite. E sono storie che portano in angoli diversi del mondo: dall'India al Giappone, dai paesi africani a quelli del Medio Oriente, dall'America Latina fino a Roma e Venezia.

Dietro ogni ritratto c'è la storia del soggetto, ma anche della sua famiglia e della sua comunità: a volte un gruppo religioso, a volte una tribù, a volte un gruppo di lavoratori, minatori o contadini. Altre volte, come nel ritratto più occidentale presente tra le foto esposte (quello di Roberto De Niro) c'è non solo una nazione, ma anche un intero mondo, quello del cinema.

De Niro è in posa nel suo studio cinematografico è affiancato da un altro volto noto: quello di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991. E poi ancora, il viaggio nel mondo in cui ha viaggiato McCurry continua attraverso i ritratti di altre donne che, stavolta, portano il velo. Chi semplicemente per proteggere il capo dal sole caldo del deserto, chi per religione. Non sapremo mai, quindi, com'era il volto di quella giovane dagli occhi grandi e marroni su cui si posava l'unico spiraglio del tessuto nero che nascondeva interamente il suo viso e il suo corpo.

Distogli lo sguardo da quegli ultimi ritratti, ti accosti alla porta d'ingresso della seconda sala, e l'impatto con il nuovo mondo a cui si accede è forte. Molto forte. Perché la prima foto che vedi ritrae le macerie delle Torri Gemelle. E in basso, a valle, tra il fumo e i rottami, ci sono dei piccoli puntini colorati, sono i vigili del fuoco che scavano, scavano e scavano, alla ricerca di un respiro.

Quei volti dei bambini di tutto il mondo 

Passando dalla prima alla seconda stanza, quindi, gli scatti cataputano il visitatore in un altro mondo, quello non più fatto di tradizioni, di religioni, di colori e di usanze differenti, ma quelle fatto di guerre.

«Ma i bambini sono tutti uguali, in qualsiasi luogo essi vivano o nascano – continua Mc Curry – E mi sono chiesto, mentre ero in Libano, come trascorrevo le mie giornate quando avevo dieci anni. Giocavo con i miei amici, ricordo. In Libano, invece, ho scattato una foto a dei ragazzini che giocavano tra proiettili e cannoni. Li ho implorati: spostatevi, ho detto, andate via, qui è pericoloso. Può scoppiare tutto da un momento all'altro. Ma non mi ascoltavano. Preferivano continuare a dondolarsi sul cannone». Quel momento di quotidianità è solo uno dei tanti ritratti d'infanzia che si trovano nella mostra.

Perché, andando avanti, scopri la storia di un bambino annoiato ad un matrimonio, un altro trascinato su una bicicletta, due ragazzine che si coprono dalla pioggia, adolescenti che si esercitano ad affrontare le fatiche e a resistere al dolore all'interno dei monasteri buddisti. E poi c'è un bambino indiano, di tre o quattro anni appena, in braccio alla madre sotto un monsone. La pioggia non ferma la donna, giovanissima, e non la dissuade dal voler stare accanto al semaforo. Lì, si ferma il taxi su cui viaggia il noto fotografo e i due indiani si avvicinano. Per comunicare con Mc Curry, il bambino utilizza solo i suoi occhi, grandi e profondi che riescono a penetrare oltre il finestrino opaco e macchiato dalle gocce di pioggia. Lei ha appena il tempo di poggiare due dita al vetro, prima che l'auto riparta e porti via con se un turista, un uomo ricco, che sicuramente avrebbe potuto donare qualche moneta. «Penso che questa sia la foto che rappresenti maggiormente il contrasto tra la ricchezza e la povertà – ricorda Mc Curry – Da una parte io, il turista, che viaggio dentro una bolla con l'aria condizionata. Fuori loro, mamma e figlio, che chiedono l'elemosina alla fermata del semaforo».

"Nella fotografia il tempismo è tutto"

Steve ricorda di aver avuto appena il tempo di alzare la macchina fotografica e immortalare il momento. Non ebbe invece il tempo di donare qualcosa.

«Perché nella fotografia il tempismo è tutto. Devi saper cogliere il momento giusto, saperlo aspettare». Ecco perché molte foto dei suoi paesaggi, che si trovano nella terza e ultima stanza della mostra, sono frutto di un lavoro lungo e paziente. Steve andava in uno stesso posto più volte durante una giornata, e anche più giorni consecutivi. Attendeva la luce giusta o il passaggio di qualcuno. Come nella foto che ritrae un bambino correre tra due muri pieni di impronte di mani. McCurry era rimasto molto colpito da quelle impronte rosse su muri azzurri («per dare perfezione alla foto, attendevo il passaggio di qualcuno. Un giorno attesi anche tre ore e tornai l'indomani»). Il giorno successivo a dare il tocco definitivo alla perfezione della foto fu la corsa di un bambino. Adesso, nello scatto, sembra quasi sollevarsi da terra.

Saper trovare, saper osservare, saper catturare, ma anche saper rischiare. «Non è consigliabile scattare foto a donne musulmane, ma vedere delle ragazze con il velo integrale ferme a una bancarella di scarpe da ginnastica era una cosa inusuale – ricorda – Non potevo farmi scappare qual momento e ho scelto di rischiare».

L'attimo è stato catturato anche fotografando un bambino che, intendo a leggere un libro, si ritrova con un elefante incollato alle sue spalle. «L'animale sembra voler giocare, sembra voler leggere il libro», continua nel suo racconto il fotografo.

E cosa dice McCurry sulla sua foto diventata la più nota, la più famosa, l'icona della sua carriera? «Il ritratto della ragazza afghana è di certo il lavoro a cui sono più legato – confessa – La bambina si trovava in un'aula, in cui entrai dopo aver chiesto il permesso all'insegnante. Rimasi colpito da quegli occhi straordinari. Le scattai foto per appena pochi minuti perché lei, pensando che avessimo già finito, all'improvviso scappò via. La foto ebbe un enorme successo e in molti mi scrissero chiedendomi come poterla aiutare, come poterle donare abiti. C'era anche qualcuno disposta a sposarla. Perché sono legato a questo ritratto? Perché è bastata una foto per aiutarla veramente. Solo una foto». 

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La mostra Icons è alla Galleria di Arte Moderna di Palermo fino al 19 febbraio