Con Dolly contro il diabete?

Articolo pubblicato il 23 novembre 2004
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Articolo pubblicato il 23 novembre 2004

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Attraverso la clonazione terapeutica un giorno potrebbero esser guarite parecchie malattie, sebbene la riproduzione dei cloni stile Dolly faccia pensare ad un film dell’orrore. E nel frattempo, la clonazione umana resta ancora vietata.

C’è una rivoluzione medica dietro l’angolo. O così almeno la vedono i ricercatori genetici, pubblicizzando favorevolmente la possibilità di clonare embrioni umani a scopi terapeutici. Per questa strada potrebbero esser trovati nuovi protocolli di cura contro il diabete, la malattia di Parkinson e le lesioni al midollo osseo. A ben guardare però, queste prospettive di utilizzo scientifico sono ancora ben lontane – e soprattutto non cessa di agitarsi intorno il dibattito etico. Questo perché un’ampia gamma di critici si schiera contro ogni tipo di clonazione, con funzione riproduttiva o terapeutica.

Un vincolo morale verso i cloni?

I cloni terapeutici e reproduttivi si distinguono essenzialmente per le loro finalità. Certo se la clonazione riproduttiva di uomini, la cui meta il clone è stesso, si urta parecchio col sentire comune, la clonazione terapeutica ha un impatto meno forte. La maggior parte delle legislazioni nazionali proibisce la creazione di embrioni umani come "magazzino" di cellule. Il fatto, giudicato particolarmente riprovevole da coloro che avversano comunque la clonazione, riguarda non tanto lo sviluppo mirato dell'embrione, ma il suo "sfruttamento". Certo i medici ed anche i politici che considerano una mera opposizione come un atteggiamento irresponsabile, si fanno sentire sempre di più: "Permettiamo l’aborto, permettiamo la fecondazione artificiale nel corso della quale vengon distrutti nove embrioni su dieci. Non possiamo certo venire a raccontare a milioni di malati e di feriti che a loro tocca morire o restar paralizzati, perché pensiamo che il blastociste, questo grumo di cellule, sia importante quanto voi", ha argomentato il democratico Jerrold Nader, in un dibattito al Congresso USA.

Grumo di cellule od individuo

Alle riflessioni etiche di coloro che guardano al “grumo cellulare” come ad un embrione di uomo, si aggiungono obiezioni tecniche e mediche. Dopo che nel 1996, con la pecora Dolly, venne clonato il primo mammifero, si sono avuti parecchi: topi, bovini, scimmie, maiali fino a Prometea, e si è potuto costatare quanto ancora imponderabile vada considerato l’esito della clonazione. I timori, accresciutisi alchè Dolly morì prematuramente all'età di sei anni, hanno preso sempre più piede: i cloni degli animali sembrano invecchiare più velocemente rispetto ai ritmi naturali. Inoltre la metà degli animali clonati presenta malformazioni a cuori, reni e polmoni. Si parla qui di clonazione riproduttiva, ma in effetti la differenza tecnicamente di maggior rilievo tra i cloni riproduttivi e quelli terapeutici consiste unicamente nel fatto che nella prima il blazociste viene impiantato nell'utero femminile. Non solo i possibili errori di percorso sbagliati ma anche la bassa "quota di successo" – per ogni genere di specie animale solo un embrione su cento sopravvive – fanno apparire ad oggi impensabile la riproduzione di cloni umani.

I fedelissimi della nuova frontiera

Certo per arrivare ad un grande accordo sulla proibizione della clonazione riproduttiva, quanto più la ricerca adduce i risultati a scopi terapeutici, tanto più diventa difficile imporre il divieto su questo tipo di clonazione. La Setta dei Raelianer ci ha messo tutto ciò ed in modo insistente davanti ai nostri occhi fra il 2002 ed il 2003, allorchè annunciò ripetutamente di aver clonato dei bebè. Nessuno ha prestato loro fede perché i tests dei Raelianer, sulla cui veridicità si sarebbe potuto andar a fondo, non sono mai stati resi di dominio pubblico. Certo il caso indica che basta anche una sparuta minoranza per suscitare del consenso etico sul mucchio. Anche i dottori Severino Antinori e Panayiotis Zavos avanzano la pretesa di aver clonato dei bebè.

Di fronte all’assoluta necessità di impedire la clonazione umana, le decisioni dell’ONU appaiono in ritardo. Già due volte le Nazioni Unite han fallito nel tentativo di trovare consenso su un divieto mondiale anche soltanto per quanto concerne la clonazione riproduttiva. E quest’autunno, il tema verrà nuovamente affrontato. Assai improbabile che giunga una decisione nel senso di proibire anche la clonazione terapeutica. Innanzi a tutto ciò si pongono anche delle alternative: anche tramite cellule ceppi adulti, ad esempio dal midollo osseo e dal sangue del cordone ombelicale, possono esser allevate cellule specifiche. Inoltre gli scienziati sono riusciti a realizzare delle cellule "senza programmazione” ad attivare cioè alcuni geni in una cellula già sviluppata e disattivarli. E già alcune legislazioni nazionali fuggono in avanti, come in Gran Bretagna, in cui già da tempo è possibile clonare l’embrione umano a condizione che non esista alcuna intenzione di farlo maturare fino a farlo divenire una persona.