Come mancare un’occasione...

Articolo pubblicato il 02 novembre 2002
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Articolo pubblicato il 02 novembre 2002

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… o sprangare un allargamento che avrebbe potuto, con un'agenda meglio concepita, contribuire alla rinnovazione del progetto politico europeo.

Col risultato del voto irlandese, bisogna tirare un sospiro di sollievo o dispiacersi che l'imbroglio europeo partorito a Nizza non sia imploso sotto l'effetto delle proprie contraddizioni? Non si sa come, la costruzione europea, più maniaco-depressiva che fenice fiammeggiante, avrebbe digerito un altro rinnegamento irlandese, eppure è preferibile, obbligati dal pragmatismo europeo, che così sia. Senza soddisfazioni, ma con perplessità.

Il metodo utilizzato per gestire l'allargamento e il modo di porre agli irlandesi come un lascia o raddoppia la ratifica a Nizza dell'allargamento, lasciano in effetti planare un sentimento di impreparazione, evocano un'impressione di disordine e di pasticcio.

L'allargamento, imperativo morale, stadio ultimo della fine della storia, sogno infine saziato di un continente straziato, era inevitabile, cosa che nessuno mette in dubbio. Ora l'allargamento è diventato una fine a sé stante nella costruzione europea. I dirigenti europei si sono accentrati su un processo che non è altro che un ingrandimento dell'unione, non cambiandone radicalmente la sua natura. Concentrandosi sui mezzi, ci si è dimenticati la fine: la costruzione europea ha per scopo una Unione allargata le cui istituzioni funzionino, che si appoggi sui cittadini di tutto il continente, e che pesi sulla scena globale, e non l'allargamento in sé.

Il trattato di Nizza che tutti concordano nel giudicare mediocre, vien fuori da questa logica perversa. Non ha per scopo di rendere più funzionale l'Unione Europea, ma di renderla capace d’integrare dieci nuovi membri. Obiettivo appena raggiunto. Il calendario adottato per vedere l'Europa ingrandirsi non tiene peraltro bene in conto le necessità di riforma dell'unione stessa… L'allargamento dev’esser fatto a qualsiasi prezzo, ed importa poco se la Convenzione sull'avvenire dell'Europa deve presentare nel frattempo le sue conclusioni, ed i paesi europei eventualmente ratificare una Costituzione, probabilmente dopo il 2004, e l'entrata dei nuovi membri.

Si prepara a fare entrare dieci paesi in un’Unione Europea mal preparata ad accoglierli. Dopo Nizza e l'Euro, l'unione non è portatrice di alcun grande progetto politico suscettibile di avvicinarla ai suoi popoli, (almeno finché la Convenzione non avrà presentato le sue conclusioni). Funziona male dal punto di vista istituzionale, e funzionerà ancor meno bene in 25. Le sue competenze sono limitate più o meno allo stabilimento del mercato unico, ciò che fa prestare il fianco alle critiche dirette contro l'Europa dei banchieri… Infine, e non è probabilmente il minore fra i suoi handicap, il suo funzionamento non si appoggia su una legittimità democratica indiscutibile, ma ancora troppo su dei riflessi tecnocratici.

Chi pagherà i conti, o le acidità dell'allargamento tecnocratico

Al posto di fare dell'entrata dei paesi dell'est europeo nell'Unione un vero momento storico, ed una marcia comune verso un sistema politico funzionale e portatore di avvenire a tutto l'insieme del continente, si è, per ragioni buone e meno buone, deciso di limitarsi all'integrazione meccanica di un'esperienza tecnocratica, fiancheggiata da fasi di transizione di cui gli eurocrati vanno pazzi. Questa marcia tecnica forzata è un'opportunità fallita, e le sue conseguenze si fanno già sentire, e potrebbe essere più letale per la costruzione europea di un "no" irlandese.

Del resto, si lo è detto e ripetuto, delle istituzioni che funzionano male a 15, funzioneranno meno bene a 25. Da sclerotizzata, l'Unione si vedrà costretta a letto dunque, e le velleità di riforma possono probabilmente già da adesso esser sepolte. Qui non si parla neanche più di una PESC che da illusorio presto diverrà un fantoccio.

A seguire, e le discussioni acrimoniose tra Polonia, Commissione, e Francia e Germania a proposito della PAC l'hanno dimostrato esplicitamente, (prima che un accordo sia trovato in extremis, per volere del Regno Unito), l'allargamento non è altro che un grande avvenimento fieristico fra commercianti di tappeto, dove ciascuno tira la coperta a sè. Dov’è l'interesse comunitario? Dove è la forza del progetto europeo? Dominano soltanto interesse nazionale e riflessi conservativi. L'unica grande domanda è: “chi paherà i conti?”. Il saldo di bilancio dei fondi europei sarà sempre positivo per il paese? Ecco come si presenta la questione dell'allargamento. Bisogna ricordare che non potrà esser positivo per tutti…

Infine, questo allargamento sarà una volta di più, (una volta di troppo), il risultato di un processo burocratico, condotto dai negoziatori della Commissione e dei paesi membri, senza che al momento i principali interessati siano stati consultati. Occorrerà che Danimarca, Repubblica ceca, Irlanda, o anche la Francia dove il 47% della popolazione sarebbe contraria all'allargamento, (il 1 maggio 2002), esprimano il loro disappunto perché tutto il processo sia gettato alle ortiche!? L'Unione ha bisogno dei suoi popoli per fabbricarsi un destino, chi superi il semplice interesse economico come si presenta col mercato unico. Saranno essi a dare all'allargamento la sua legittimità e e a dimostrare la sua necessità, perché risponde alla loro aspirazione ad un progetto politico maggiore, e non alle piccole sistemazioni economiche tra amici decisionisti della sfera politico-economica.

L'Europa è morta! Viva l'Europa!

Ritorniamo quindi un po’ indietro e facciamo un sogno. Gli irlandesi, nuovamente, dicono no al cattivo trattato di Nizza. Crisi a Bruxelles, orrore nell'Est. Tutta l'Europa piange l'allargamento. Tutta? No, un piccolo gruppo resiste ancora e sempre all'euroscetticismo: la convenzione sull'avvenire dell'Europa. Che proporrà nel 2004 una Costituzione all'Europa. Non soltanto un insieme di regole fondamentali che fissano l'architettura istituzionale dell'Unione, ma soprattutto un progetto politico per l'avvenire, in cui i popoli possano riconoscersi. Basta Conferenze intergovernative, basta oscure sedute notturne a mercanteggiare, basta guerra di usura per adottare di nascosto un testo svuotato della sua sostanza. No, un grande referendum, dall'atlantico agli Urali, da Trieste a Stettin, affinché l'Europa dei popoli adotti infine il suo trattato fondatore.

Ed ecco che l'allargamento assume tutto il suo significato. L'Europa dell'Est non entra nell'Unione dalla porta di servizio. I suoi popoli ne sono i fondatori al pari con quelli degli altri paesi membri. E per tutti i cittadini, v’è l'opportunità di vedere l'Europa come cosa loro, e non come un diktat burocratico che li schiaccia con la sua distanza e i suoi regolamenti.

È solamente un sogno. Per quanto fugace sia, lascia comprendere che l'allargamento non è lo scopo dell'Unione, ed affinché non mancasse il successo all'appuntamento, tanto a quello riguardante il processo di allargamento che una Unione allargata, si sarebbe dvuto lasciare più tempo all'Unione per prepararsi, perché a questo non è pronta e neanche i principali paesi candidati. Mette anche in evidenza l'importanza dell'intromissione dei cittadini nel processo di costruzione europea. L'integrazione settoriale ha funzionato ai suoi tempi. Adesso bisogna costruire l'Europa della democrazia che permetterà di colmare un gran numero di lacune dell'Unione attuale.

Ma i dirigenti europei hanno fatto la scelta, come d’abitudine, di far fare all'Unione delle promesse. Ch’essi stessi non erano pronti a mantenere. La loro incongruenza rischia di fare della riconciliazione di tutto il continente una disavventura comunitaria indigesta ai più, un insalata di Nizza in salsa di Bruxelles, amministrata dai popoli con il grande cucchiaio della storia e con coltello del referendum sotto la gola.