Comandante: intervista ad Enrico Maisto

Articolo pubblicato il 18 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 18 febbraio 2016

Un giudice di sorveglianza che vuole interpretare la legge e cambiare il mondo delle carceri italiane. Un meccanico, comunista, membro di Lotta Continua. Un ragazzo classe 1988 alle prese con un passato sepolto e riaffiorato trent’anni dopo. Cos’hanno in comune? COMANDANTE.

Febbraio. Mese freddo (o forse non più), fatto di serate da passare al …. Cinema Astra! Continua, infatti, a Napoli la rassegna Astradoc – Viaggio nel cinema del reale , questa volta con un documentario di vita, di affetti, di sentimenti, tutto incorniciato negli anni di piombo. Il 19 febbraio alle ore 21 al cinema Astra sarà proiettato Comandante, un lungometraggio di Enrico Maisto.

Comandante è la storia di Francesco Maisto, padre del regista, giudice di sicurezza a San Vittore negli anni di piombo. E’ anche la storia di Felice Esposito, suo amico, lavoratore, comunista. E’ l’intreccio di due vite che non potrebbero essere più diverse. Il lungometraggio si sviluppa su tre piani, in un viaggio che va da Cuba a Milano: rapporto padre-figlio; rapporto di amicizia; esperienza lavorativa. Tutto il documentario è percorso da un continuo interrogarsi sull’umanità nascosta dietro i fatti politici italiani più duri della seconda metà del secolo scorso.

Noi di Cafébabel Napoli esploriamo le quinte di Comandante, a tu per tu con Enrico Maisto.

Cafébabel Napoli: Ciao Enrico! Hai dichiarato che in questo tuo primo lavoro  l’umanità è il filo conduttore. Bene, è stato anche il tuo punto di partenza? Era questo che volevi trasmettere al pubblico quando hai iniziato a lavorarci, un senso di umanità?

Enrico Maisto: No, in realtà inizialmente non mi ero prefizzato alcuno scopo. Sono partito semplicemente, con la sola voglia di voler raccontare la storia di Felice, un secondo padre per me. Volevo scoprirlo, capirlo meglio, ed in effetti il nostro rapporto in questi anni si è consolidato molto più di quanto lo fosse stato in precedenza. Però, questo documentario si è rivelato un percorso aperto, che si è trasformato negli anni. Ho scoperto in corso d’opera che Felice aveva salvato la vita a mio padre e l’attenzione si è spostata quindi anche su Francesco, sul loro vissuto, sui loro sentimenti, in un discorso privato che mi ha permesso di lavorare liberamente. Il documentario è diventato un’interrogazione continua sulle figure che mi circondano e credo che, alla fine, esprima proprio questa visione di intima umanità, piuttosto che un discorso politico o storico di quegli anni, relegato al ruolo di sfondo.

Cafébabel Napoli: Quello che hai scoperto di tuo padre e di Felice e il vostro lavorare insieme sul set ha cambiato il vostro rapporto?

Enrico Maisto: Non del tutto. E’ ovvio che ho iniziato ad avere più interrogativi sul passato dei miei genitori, su come fossero e cosa avessero fatto da giovani. Sono venuti fuori poi altri aspetti della loro vita, ho capito molte azioni, molti atteggiamenti di mio padre che non riuscivo ancora a spiegarmi, al di là della questione degli anni di piombo. Ho conosciuto anche la figura di Iginio Cappelli, suo maestro, anche lui napoletano, ed ho imparato ad apprezzarlo. Il rapporto che avevo con mio padre, però, era già forte: ho semplicemente trovato risposte a domande che non avrei mai pensato di pormi.

Cafébabel Napoli: Avresti mai pensato che il tuo lungometraggio vincesse premi e avesse tutto questo successo?

Enrico Maisto: Proprio per il fatto che la sua realizzazione è andata incontro a tanti imprevisti ed incertezze, no. Ci sono stati momenti in cui non pensavo nemmeno che sarebbe andato in porto. Nei periodi di sconforto è stata Chiara Brambilla che mi ha ridato fiducia e non posso far altro che ringraziarla ancora. Vedere poi un mio lavoro artigianale, che esprime una parte della mia essenza, essere premiato, è stata una soddisfazione indescrivibile.