Colombia: un’occasione mancata?

Articolo pubblicato il 28 gennaio 2003
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Articolo pubblicato il 28 gennaio 2003

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L'UE non può basare la sua politica estera sulla volontà di opporsi sistematicamente agli Stati Uniti. Il caso della Colombia lo dimostra.

Nell’ottobre 2000, la Commissione europea ha annunciato con fragore un « Programma di sostegno comunitario » per il processo di pace in Colombia, rispondendo così al presidente Pastrana che aveva chiesto agli Stati europei di « investire per la pace » del paese. Sostegno politico e diplomatico, politica commerciale, politica di sviluppo: tutti gli strumenti della politica estera nascente erano orientati a contribuire a questo sforzo. Parecchi governi europei si sono inoltre adoperati per favorire il dialogo tra le guerriglie e gli stati colombiani. L’Europa, si diceva, scommetteva sulla pace e sui negoziati.

Due anni e qualche mese più tardi, malgrado la continuità di alcuni programmi europei – in particolare « Laboratorio di pace » finanziato dall’UE – l’Europa non fa più parte degli attori di peso in Colombia. Stando alle ultime notizie, l’Unione europea ha confermato il suo « sostegno politico » agli sforzi del nuovo presidente Uribe, impegnato purtuttavia in una guerra senza tregua contro la guerriglia, che ha appena annunciato un accordo di « smobilitazione » coi gruppi detti paramilitari (descritti come i più grandi violatori dei diritti dell’uomo dalla maggior parte delle ONG e dei paesi europei). Le posizioni « misurate » – altri le qualificherebbero angeliche – e l’ottimismo non sono più d’ordine. L’azione dell’Europa sembra sempre di più porsi « fra parentesi » in ciò che riguarda il conflitto colombiano.

Parecchi fattori hanno contribuito a questa « ritirata » europea: benintesi, la chiusura dei processi di pace da parte del presidente Pastrana, il discredito nell’opinione colombiana della « via negoziata » e l’elezione susseguente di un « hard-liner » con la maggioranza più solida della storia politica colombiana recente… ma anche la salita al potere della lotta antiterroristica globale e le sfide dell’allargamento e della riforme delle istituzioni europee. Soprattutto l’azione europea in Colombia sembra riflettere in modo esemplare le ambiguità e le debolezze delle azioni estere europee. Mette anche in luce le tensioni transatlantiche ed il modo insoddisfacente in cui esse tendono a sciogliersi.

Un esempio del « divorzio transatlantico »?

In ogni modo il conflitto colombiano ha offerto un’opportunità alle istituzioni europee di « testare senza pericoli » lo sviluppo di una politica comune e della PESC in particolare. Conviene forse ricordarlo: non c’era nessun interesse strategico capace di giustificare da solo l’impegno dell’Europa nella situazione colombiana al di là degli strumenti tradizionali di aiuto allo sviluppo e di cooperazione economica. Attraverso la sua azione politica, l’Europa cercava piuttosto di « smarcarsi » dagli Stati Uniti, impegnati in una collaborazione economica e militare con la Colombia come principali promotori dell’iniziativa chiamata « Piano Colombia ».

L’America vedeva, (e continua a vedere), la situazione colombiana sotto il prisma degli « interessi nazionali »: il traffico di droghe, il commercio e la stabilità di una regione dove la loro egemonia non si discute. Gli Stati Uniti agiscono in Colombia con mezzi di influenza « pesante », in particolare con il sostegno militare e la pressione politica. E sono guidati in ciò da un’identificazione chiara del loro alleato – il governo – e del loro nemico principale – la guerriglia. Seguendo una « logica di potere », intendono agire sui « rapporti di forza » per strappare un negoziato o per ottenere una vittoria militare. Per l’Europa, invece, la Colombia rappresentava un’opportunità di darsi un ruolo politico su una triplice base: la sua dottrina particolare di gestione dei conflitti, che privilegia i mezzi diplomatici ed economici; l’accento posto sull’importanza di avvicinare le parti piuttosto che di costringerle a negoziare; la visione meno manichea del conflitto colombiano. L’Europa si è mostrata come un attore importante, opposto chiaramente alla forza della logica americana, malgrado le smentite ufficiali delle due sponde dell’Atlantico su una qualsiasi divergenza fra le due strategie: l’obiettivo politico più o meno esplicito dell’Europa (promuovere un negoziato destinato alla soluzione del conflitto armato, ma agganciarsi altresì alle ingiustizie economiche e sociali del paese), si trovava in effetti in contraddizione relativa con la scommessa americana per il rafforzamento delle capacità repressive dello stato colombiano.

Ora, l’entusiasmo europeo sulla possibilità di ravvicinare gli attori del conflitto si è rivelato rapidamente un po’ idealistico. Da un lato, la debolezza dei suoi mezzi metteva l’Europa in posizione di inferiorità. Eppure l’Europa non ha soprattutto tenuto conto prodigandosi nei suoi sforzi, dei fattori più « oscuri » del conflitto colombiano: le « economie di guerra » legate alla droga e ad altre forme di criminalità organizzata; l’ampiezza della diffidenza tra le parti in conflitto; la spietatezza dei metodi dei combattenti irregolari. Quest’ultima in particolare, ha reso estremamente difficile la difesa di una posizione moderata, sempre più impopolare presso l’opinione pubblica colombiana. Peggio, la retorica antiterroristica di moda dopo l’11 settembre è assai sfruttata per mantenere una posizione dura, in Colombia ed all’esterno, per squalificare ogni contestazione all’indurimento della risposta con la minaccia della guerriglia. Tra questi difensori della linea dura, si notano parecchi paesi europei che si erano mostrati sin dall’inizio più vicini alle posizioni americane. Le loro vedute si sono imposte progressivamente, attraverso l’inasprimento delle misure europee contro i gruppi armati (inclusione delle guerriglie e dei paramilitari nell’elenco europeo di organizzazioni terroristiche, mancato rilascio dei visti…). Si rinunciava così de facto alle sfumature sul « bersaglio politico » nel conflitto. Anche se si continua ad esigere delle misure per migliorare la situazione umanitaria, la legittimità della lotta dello stato colombiano non è più seriamente messa in discussione.

Quali lezioni per la PESC?

Bisogna forse sostenere che l’Europa si sarebbe dovuta allineare sin dall’inizio alla posizione americana? Sicuramente no. Le idee semplicistiche sulla possibilità di « cambiare i rapporti di forza » per imporre un negoziato o una vittoria militare non potevano costituire una linea di condotta desiderabile – ne sono testimonianza le incertezze che restano sulla questione del conflitto. Coloro che tengono a una « visione europea » di gestione dei conflitti hanno ragione nel fatto che la sola forza militare o la minaccia di adoperarla non costituiscono sempre la migliore risposta ad un problema di sicurezza. Anzi, un simile atteggiamento può talvolta rivelarsi controproducente. Eppure, come dimostra il caso colombiano, una valutazione precisa e realistica della situazione rappresenta un’esigenza irrinunciabile. Inoltre, senza un consenso forte sui contenuti politici, l’inazione politica europea diventa l’unica risposta possibile. Il caso colombiano mostra che questo è particolarmente vero quando una questione secondaria può attentare ai rapporti transatlantici: mentre l’opposizione negli Stati Uniti è diventata politicamente meno accettabile e più costosa, l’Europa si è trovata a dover battere in ritirata. Pertanto, la « definizione per opposizione » a tutti i costi non può essere il motore dell’azione estera europea.