Clandestini a Parigi: le voci della disperazione

Articolo pubblicato il 23 giugno 2014
Articolo pubblicato il 23 giugno 2014

Parigi è vista da molti immigrati come una specie di paradiso. Dopo lunghi e difficili viaggi, i migranti arrivano dal Marocco o dalla Tunisia pieni di aspettative e di speranze per il proprio futuro. Ma cosa succede quando sono senza documenti, senza lavoro e senza un adeguato sostegno?

Nella metro pa­ri­gi­na i volti briallno come in un ca­ro­sel­lo mul­tiet­ni­co. Ci sono fran­ce­si, arabi, afri­ca­ni, in­dia­ni, ci­ne­si. Tra di­ver­se lin­gue e di­ver­se cul­tu­re è come gi­ra­re ca­na­li di­ver­si sulla vo­stra te­le­vi­sio­ne. Pa­ri­gi è dav­ve­ro una delle ca­pi­ta­li più mul­ticul­tu­ra­li del mondo.

"La Fran­cia non è più dei fran­ce­si", dice la si­gno­ra Leroy, una donna fran­ce­se madre di una bam­bi­na di due anni, "siamo una mi­no­ran­za nel no­stro stes­so paese". Al­cu­ni fran­ce­si so­sten­go­no che stanno "per­den­do" la pro­pria iden­ti­tà da­van­ti ad un nu­me­ro in­so­ste­ni­bi­le di im­mi­gra­ti che si tra­sfe­ri­sco­no nel paese, spe­cial­men­te da­van­ti a quel­li che pro­ven­go­no dai paesi arabi.

Arbi, 27 anni, al­ge­ri­no, mi rac­con­ta di quan­do è ar­ri­va­to in Fran­cia la prima volta, men­tre con­tem­plia­mo Pa­ri­gi dalla cima di Mont­mar­tre. "Pen­sa­vo di tro­va­re il pa­ra­di­so qui. Con­si­de­ra­va­mo la Fran­cia come una Terra Pro­mes­sa, la terra dei sogni, ma si è ri­ve­la­to un in­cu­bo". Arbi ades­so la­vo­ra come guar­dia di si­cu­rez­za in un ne­go­zio dei Champs Ely­sée. "Sono ar­ri­va­to qua a 22 anni. Ho la­scia­to la scuo­la quan­do ero molto gio­va­ne per man­te­ne­re la mia fa­mi­glia, mia madre e le mie nove so­rel­le. Gua­da­gna­vo 20 Dinar (1.85 euro) al gior­no, e non ba­sta­va­no". Con un sor­ri­so, racconta della sua ra­gaz­za fran­ce­se. "È la sola che ha po­tu­to ca­pi­re la mia real­tà e amar­mi per come sono. Con­si­de­ra i miei sogni come se fos­se­ro i suoi ed è que­sto che amo di lei". Nel 2001 Arbi è stato ar­re­sta­to per guida in stato d'eb­brez­za e resistenza a pub­bli­co uf­fi­cia­le, quin­di è fug­gi­to il­le­gal­men­te in Spa­gna e poi in Fran­cia. "Ades­so sono in re­go­la, ma vo­glio tor­na­re nella mia Al­ge­ria!", ag­giun­ge. "Adoro la Fran­cia, ma que­sto non è vi­ve­re. Non ho scel­to io di es­se­re qui, ma le cir­co­stan­ze".

In un ri­sto­ran­te tu­ni­si­no, mi siedo sulla ter­raz­za con Nader, 18 anni, ma­roc­chi­no. Il ragazzo è ve­nu­to in Fran­cia quat­tro mesi fa con un amico ven­ten­ne, per farsi una vita nella "terra dei sogni". "Il mio amico ed io non ci fer­mia­mo un at­ti­mo", dice mentre guar­da la foto di sua madre, che tiene tra le mani. "Siamo come di­na­mi­te, an­dia­mo dap­per­tut­to, fac­cia­mo di tutto, cer­chia­mo di so­prav­vi­ve­re come tutti gli arabi che sono qua, con o senza do­cu­men­ti". Nader e altri ra­gaz­zi ma­roc­chi­ni hanno at­tra­ver­sa­to il Me­di­ter­ra­neo il­le­gal­men­te fino alla Spa­gna e poi alla Fran­cia o ad altri paesi della UE. "Ab­bia­mo pa­ga­to più di mille euro per la breve ma pe­ri­co­lo­sa tra­ver­sa­ta dello stret­to di Gi­bil­ter­ra", dice Nader. La barca, che se­con­do lui tra­spor­ta­va più di 40 per­so­ne, è af­fon­da­ta nelle acque vi­ci­no allo stret­to di Gi­bil­ter­ra. "Al­cu­ni di noi sono riu­sci­ti ad ar­ri­va­re a riva, altri sono morti, di altri ancora non si sa nien­te".

Nader ha pas­sa­to gior­ni in stra­da fin­ché un tu­ni­si­no l'ha ospi­ta­to e gli ha dato un la­vo­ro nel suo ri­sto­ran­te, no­no­stan­te sap­pia che non ha do­cu­men­ti e che se le au­to­ri­tà fran­ce­si lo sco­pris­se­ro, po­treb­be­ro far­gli chiu­de­re il ri­sto­ran­te. "Non mi sono mai sen­ti­to al si­cu­ro da quan­do sono qua, ma Abdel Majid, il mio capo, mi trat­ta come se fossi suo fi­glio. Tuttavia non credo che farò molta stra­da qua in Fran­cia, non é quello che mi im­ma­gi­na­vo di trovare". Tre anni fa suo padre è morto di can­cro e la madre é ca­sa­lin­ga. Entrambi hanno cer­ca­to la­vo­ro per oltre un anno senza successo. Prima della morte del padre, la fa­mi­glia di Nader con­du­ce­va una vita fa­ci­le e pia­ce­vo­le. Ma i 24 mesi senza en­tra­te eco­no­mi­che si sono ri­ve­la­ti de­va­stan­ti. Di­spe­ra­to, il giovane ha de­ci­so di emigrare in Fran­cia il­le­gal­men­te. Si asciu­ga le la­cri­me con le dita, re­spi­ra len­ta­men­te e dice: "La gente dice che ci sono sem­pre altre op­por­tu­ni­tà", sin­ghioz­za, "ma io non ne ho tro­va­ta nes­su­na".

Molti arabi che en­tra­no in Fran­cia il­le­gal­men­te sono bloc­ca­ti. Non po­ten­do tro­va­re la­vo­ro, cer­ca­no aiuto dalle isti­tu­zio­ni dei pro­pri paesi per rim­pa­tria­re. Tutti pen­sa­va­no che fosse un viag­gio di sola an­da­ta, senza ri­pen­sa­men­ti. Ma per al­cu­ni il sogno eu­ro­peo non ha fun­zio­na­to e, di­sil­lu­si e sco­rag­gia­ti, tor­na­no a casa. Parlo con Saber, 35 anni, fran­co-tu­ni­si­no: "Nel 1998 ho la­scia­to la Tu­ni­sia alla volta di Lam­pe­du­sa. La mia prima de­sti­na­zio­ne era l'I­ta­lia: pen­sa­vo di ri­ma­ne­re lì, quin­di, come la mag­gior parte dei clan­de­sti­ni, ho ini­zia­to una "car­rie­ra" nel mer­ca­to della droga. Dopo al­cu­ni mesi ho smes­so, non era quel­lo che vo­le­vo fare. Quin­di me ne sono an­da­to in Fran­cia, dove ho co­no­sciu­to mia mo­glie, Ra­d­hia, un'al­ge­ri­na di 34 anni". Ora Saber risiede legalmente in Fran­cia. "La cit­ta­di­nan­za fran­ce­se mi dà di­rit­ti che gli im­mi­gra­ti non hanno, spe­cial­men­te ora che ho due bam­bi­ni, Mo­ha­med e Fer­da­ws, e un buon la­vo­ro".