Claire Ruppli: «recitare è come fare l’amore»

Articolo pubblicato il 24 settembre 2010
Articolo pubblicato il 24 settembre 2010
Attualmente in tournée con un’opera teatrale che lei stessa ha messo in scena, "La pleurante des rues de Prague" ("La sconosciuta di Praga", ndr), Claire Ruppli si confronta, da sola, con i misteri e il fascino della lugubre capitale europea. Ma non c'è niente di cui aver paura. Anzi, l’attrice si diverte come una bambina. E seduce un pubblico che più volte «le si è gettato fra le braccia».

«È in Italia che fanno il miglior caffè, ristretto e dal gusto deciso». Prima cosa: Claire Ruppli preferisce il caffè al tè. Non sottovalutate l’importanza di questa informazione. Sta tutto qui. Perché l’attrice potrebbe benissimo assomigliare a un «espresso» italiano: sicura, decisa. E talmente intensa…

Una brava allieva, ma troppo loquace

«Mi piacciono le sfide. Per me la fifa è uno stimolo. D’altronde prima di salire sul palcoscenico preferisco che mi raccontino una barzelletta, piuttosto che stare a provare fino allo sfinimento due ore prima dello spettacolo.»

Tuttavia, se secondo lei il caffè italiano è «buono ovunque, sia al ristorante che alla stazione di servizio in autostrada», Claire Ruppli possiede invece un non so che di sorprendente. Stretta nella sua giacca di pelle aderente e col foulard annodato in maniera impeccabile attorno al collo, appare come un’artista affermata, quasi formale. Ma non appena si toglie gli occhiali da sole, due grandi occhi blu vi fissano in maniera maliziosa. Poi insomma, Claire parla con la lisca. Bisognava solo aspettare la motivazione della sua vocazione per il teatro per avere la conferma che ci saremmo ritrovati in piena adolescenza.

«Perché ho fatto questo? A scuola ero brava. Ma troppo loquace. In realtà davo fastidio agli altri. Di conseguenza mi lasciavano in disparte. Poi quando ero alle medie è venuto un attore. Mi ha fatto leggere L’Imparfait du subjonctif, una poesia di Alphonse Allais. Dopodiché mi ha detto “vuoi rifarlo?” Tornando a casa ho capito che volevo fare teatro». Ecco. È cominciato a scuola, spontaneamente. Dopo «aver rotto le scatole» ai suoi genitori per seguire alcuni stages formativi, Claire Ruppli crea la sua compagnia KIPRO-co, nel 2000. Animata dalla «voglia di creare delle cose», scorrazza per il celebre festival-off di Avignone con la sua troupe. «Adoro stare con la compagnia. Ci comportiamo come dei bambini. Bisticciamo. Ci sfidiamo. È fantastico». A parte questo Claire va in estasi alla vista di un cartello della metro che un agente trasporta davanti a noi. «Quello lì lo voglio!».

La necessità di impregnarsi delle cose

Eppure, l’attrice ha scelto di interpretare e di mettere in scena un testo estremamente serio. Un romanzo della filosofa Sylvie Germain intitolato La Pleurante des rues de Prague, la cui storia narra il passato di una città infestata da una gigante che raccoglie il dolore e l’intrigante memoria dei suoi abitanti. Inoltre Claire recita da sola. Fa paura? «Certo, questa gigante mi ossessiona ogni sera. Ma questo testo mi insegna a guardare l’invisibile. Ci sono delle parole che ti parlano e provi una vera emozione. Quando ho letto il testo di Sylvie Germain, è stata una questione viscerale. Ha una dimensione poetica. È alquanto eccezionale. Ma insomma aver paura, no. Non sono nel pathos. È ludico».

Leggi anche:la recensione sullo spettacolo La Pleurante des rues de Prague sul blog di La Parisienne di cafebabel.com

In effetti, non ci sono molte cose di cui Claire Ruppli ha paura. «Mi piacciono le sfide. Per me la fifa è uno stimolo. D’altronde prima di salire sul palcoscenico preferisco che mi raccontino una barzelletta, piuttosto che stare a provare fino allo sfinimento due ore prima dello spettacolo.» Ma se Claire è così sicura del fatto suo è perché si appoggia su una base di conoscenze che le permettono di impregnarsi, di nutrirsi. Per esempio, per «La Pleurante des rues de Prague» è andata nella Repubblica Ceca: «Praga è magica. Ci sono andata in un periodo in cui faceva molto freddo. Certo, è una città-museo, come tutte le capitali, ma è anche intrigante».

Insomma, un riferimento culturale in più che l’ha aiutata a ricreare una certa atmosfera nello spettacolo. «Un attore ha bisogno di immergersi in questi riferimenti culturali. Io ho avuto fortuna. Provengo da un ambiente intellettuale. Ma se un attore non lo fa… non scherziamo. Bisogna andare incontro agli altri. Come si può salire sul palcoscenico senza vedere cosa succede altrove?» È per questo che Claire si informa e mostra un vivo interesse nei confronti del mondo che la circonda: i Rom, la politica, l’Europa… «Sono di origini elvetiche. E mi piacciono le diversità fra i vari Paesi. Parlo francese, italiano e inglese. Le lingue fanno la differenza. Bisogna salvaguardarle. Ora, credo che spetti ai giovani formare l’Europa. Quelli che hanno fatto l’Erasmus. Loro sono molto più avanti.»

«Per conoscere il valore aggiunto del fare questo mestiere, bisogna essere impegnati. Fino in fondo. L’artista è un visionario idealista. Egli trasmette un messaggio allo stesso modo in cui può farlo un politico.» A proposito di questo, Claire ha una teoria: quella dei vasi comunicanti. «Mi piace questa immagine di due bicchieri che si riempiono a vicenda. Qualcun altro si riempie quando io gli do qualcosa. » Dare, condividere, trasmettere. Non mi stupisce che, quando le chiedo qual è la sua occupazione preferita, mi risponda senza trucco né occhiali da sole, «Fare l’amore». E conclude: «recitare è come fare l’amore». Ineccepibile.