Cittadinanza di residenza per tutti

Articolo pubblicato il 24 novembre 2003
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Articolo pubblicato il 24 novembre 2003

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I cittadini dell’UE e quelli appartenenti a Paesi terzi non hanno gli stessi diritti. In materia elettorale, l’Europa ha indicato il cammino. Adesso tocca agli Stati membri ispirarsene.

Qual è la differenza tra un tedesco e un congolese residenti in Francia? Grazie al diritto comunitario, il primo beneficia dello stesso trattamento che è riservato ai francesi per ciò che riguarda l’accesso al lavoro, agli studi e ai servizi sociali. Può, inoltre, trasferire in Francia i diritti acquisiti in Germania. Questo vale in tutta l’Unione Europea. I diritti del secondo, invece, in Francia sono regolati dal diritto per gli stranieri. In Gran Bretagna, questo diritto è differente, sia nel contenuto sia nell’applicazione.

Un’altra differenza? In materia elettorale, il primo può partecipare immediatamente alle elezioni locali ed europee, fin dal Trattato di Maastricht che, nel 1992, ha consacrato il concetto di cittadinanza europea. Il secondo, invece, non può farlo anche se vive in Francia da trent’anni.

La cittadinanza europea deve dare l’esempio

Estendere i diritti civili ai cittadini comunitari che risiedono in un Paese diverso da quello d’origine sconvolge il concetto classico di cittadinanza: per partecipare alle elezioni (locali ed europee) non c’è bisogno di avere la cittadinanza del Paese nel quale si vive, è sufficiente avervi stabilito la propria residenza principale. La cittadinanza espressa dal voto non deriva più, in questo caso, dalla nazionalità ma dalla residenza.

Questo slittamento di senso può essere molto utile per modificare le reazioni tradizionali rispetto al voto degli stranieri nel nostro Paese e mettere fine ad un discorso che prevale da qualche tempo.

Agli stranieri che dicono: “Sono vent’anni che io abito qui, che vivo in questa città e che pago le tasse, dovrei avere la possibilità di eleggerne il sindaco”, chi si oppone al loro diritto di voto solitamente risponde: “Se volete votare in Francia, se abitate qui da molto tempo, non dovete fare altro che chiedere la nazionalità francese”. L’apparizione di una cittadinanza di residenza cozza con questa risposta superficiale. Consacra la fine del primato della naturalizzazione. Se l’esercizio della cittadinanza dipende dalla residenza e non dalla nazionalità, gli immigrati che vivono nei Paesi dell’UE e che hanno il desiderio di conservare la loro nazionalità d’origine, devono poterne beneficiare. Perché non è così evidente?

Mentre alcune differenze si attenuano, altre si rafforzano. Nel momento in cui la differenza tra un tedesco e un francese in Europa diminuisce, la differenza tra un residente francese e un congolese in Francia diventa più netta. L’acquisizione di diritti da parte dei cittadini comunitari è un passo avanti innegabile ed anche un grande successo dovuto all’Europa. Ma tutto ciò non si può attuare intaccando i diritti acquisiti da coloro che appartengono a Paesi terzi. Se è necessario stabilire una linea di demarcazione tra cittadini comunitari e appartenenti a Pesi terzi, il rafforzamento dei diritti degli uni e degli altri deve avanzare in modo parallelo poiché tutti apportano ricchezza alle nostre società – grazie al lavoro in alcuni casi e, in tutti i casi, grazie all’apertura culturale che ci regalano.

Un ruolo per i politici europei

Le nuove politiche comunitarie devono essere molto caute nel loro approccio a tale questione: nel momento in cui gli Stati Membri negoziano a Bruxelles delle direttive riguardanti il diritto degli stranieri, devono anche pronunciarsi su una serie di diritti da accordare a queste persone. Alcuni Paesi sono più o meno generosi nelle loro legislazioni nazionali. Ad esempio, per ciò che concerne l’accesso agli studi o alle borse di studio, alcuni Stati Membri danno agli studenti stranieri e a quelli nazionali le stesse agevolazioni, altri danno meno ai primi che ai secondi, altri ancora non danno alcunché ad entrambi.

I Paesi che sperimentano l’immigrazione da molto tempo hanno delle disposizioni e dei meccanismi giuridici che garantiscono agli stranieri il rispetto di un certo numero di diritti. I Paesi che fino ad oggi erano piuttosto dei Paesi d’emigrazione hanno un dispositivo meno protezionistico. Il rischio, nel cercare di favorire uno standard europeo, è di mettersi d’accordo solo su dei diritti minimi poiché i Paesi più restrittivi non vogliono allinearsi con i Paesi più generosi. In questo contesto, il diritto di voto degli stranieri deciso da alcuni Stati Membri può costituire un’indicazione positiva. Essa sottolinea il fatto che i politici europei devono farsi promotori delle esigenze più importanti d’integrazione degli stranieri e non dei diritti minimi: proteggendo i loro diritti acquisiti, andando oltre, perfino, arrivando a basarsi sul concetto di cittadinanza di residenza, messo in azione con successo nei confronti dei cittadini dell’Unione europea.

Armonizzazione dell’apertura

Per andare anche più lontano, l’Unione europea potrebbe ispirarsi alla direttiva ancora in fase d’adozione al Consiglio riguardante i diritti dei residenti stranieri di lunga durata nell’UE (1). Non è poco realista sperare che ai diritti economici e sociali conferiti agli stranieri da questo testo, siano aggiunti dei diritti e degli obblighi civili, la vera chiave di volta di un’integrazione ben riuscita. Questa direttiva prevede che dopo cinque anni di residenza in uno Stato Membro dell’UE, lo straniero acquisisca dei diritti che sono molto vicini ai diritti dei cittadini europei in materia d’accesso al lavoro, agli studi e all’esercizio della mobilità sul territorio dell’UE. Per completare questo catalogo di diritti, si potrebbe affrontare in tutti gli Stati Membri dell’UE anche la questione del diritto di voto agli stranieri nelle elezioni locali.

Naturalmente, tutto questo non succederà da qui a breve se si considerano i tempi e gli sforzi che sono stati necessari ai 15 per mettersi d’accordo sui soli diritti economici e sociali. Un modo, però, c’è. E le iniziative nazionali particolari come quella dell’Italia, se riescono a far scuola, renderanno più facili le negoziazioni quando si tratterà di accordarsi sui diritti civili degli stranieri. Si può solo sperare che questa volta si tratterà di un’armonizzazione nel senso dell’apertura.