Cinque minuti e mezzo d’Europa

Articolo pubblicato il 08 luglio 2009
Articolo pubblicato il 08 luglio 2009

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Bucarest, Bolzano, Berlino… La ventiquattrenne Nurith intraprende un viaggio frenetico per l’Europa, divisa tra avventure amorose e nostalgia.

Thè a Bucarest con latte e miele, biscotti assortiti per 6 Leu (la moneta rumena, ndr) mentre fuori il traffico intasa Bulevardul Magheru. Dalle quattro e mezza è tutto bloccato: gli autobus, in fila uno dietro l’altro, così come i tram, hanno aperto le porte. La maggior parte della gente continua a piedi. Nelle orecchie i clacson degli automobilisti innervositi, canzoni pop rintronanti negli autobus. Solo quando il buio cala sulla città, scende la calma su Bucarest. Solo i cani, che vagabondano affamati per le vie, sollevano lo sguardo annoiato mentre passo di fianco a loro.©Nicolae Comanescu/ Dust 2.0

«Écris-moi en Français!», mi scrive Benjamin su un foglietto che mi allunga sul tavolo. Sono passate settimane e non gli ho ancora scritto. L’ho fatto, invece, per Cyril, che non ha ricevuto il mio messaggio, perché in quel momento non era in casa ed io non ho ricevuto il suo, perché, quando è rientrato, io ero già sul treno, la testa fuori dal finestrino, i capelli scompigliati, lo scompartimento vuoto, e le stazioni disseminate fra i campi dorati, dove i contadini lavorano la terra.

Quando scendo, è notte a Bolzano, le montagne dormono, le stelle splendenti fanno a gara con le luci della città. Per le viuzze cittadine, di fronte al mercato della frutta, chiuso, sul ponte, sotto al quale scorre il fiume Talvera, «ciack, ciack, ciack», una porta si apre, esce un abbraccio assonnato. Più avanti, Riccardo mi scrive dei primi fiocchi di neve che cadono sulla città, li riesco a sentire, quei fiocchi di neve, sento l’odore di Bolzano in inverno, quando fa freddo e dal pergolato si entra nel buio della sera. Ma questo succede più avanti, quando ho già lasciato da tempo la città, un nuovo treno mi conduce verso nord. Io ho portato delle chiacchiere ai semi di papavero per Amélie, e Philippe della crème de caramel au beurre salé per me. Facciamo colazione assieme, mentre il vento sbatte aspro contro la finestra, e i cornetti sono ancora caldi. Quando il sole spunta fra le case, incominciamo la giornata: le nostre biciclette lamentose, un bikini nello zaino, all’inseguimento di una cartina mentale.A mezzogiorno scopriamo una spiaggia fra le rocce, un freddo atlantico, che ci accoglie e ci porta, pungente, sulle sue onde. Mangiamo delle crêpes al porto, fino a farci colare il caramello sulla camicia e ritrovarci con le mani appiccicose per lo zucchero. Quando accarezzo il pullover di Philippe, mi rimangono dei fili fra le dita. Un sorriso imbarazzato, e Philippe, mi cinge con un braccio: le sue labbra sulle mie. Sanno di caramello salato.©So gesehen./flickr

Più tardi sono seduta sulla nave, guardo avanti, mentre Philippe resta sulla banchina, portando lentamente la bicicletta verso la strada, mentre gli altri ammiccano a noi. Au revoir, Amélie, au revoir, Manuel, quando li rivedo è primavera a Berlino: i soffitti stuccati del nostro appartamento sopra, le assi scricchiolanti sotto. Dopo quattro mesi pentole e coperchi sono così usati che i manici cominciano a traballare ed infine si rompono. Ho passato la domenica con Jan, sdraiati sul tappeto, un vestito estivo sfilato di fianco alla porta d’entrata, a lasciar scorrere il giorno sopra di noi, il cielo blu, un brusio di risa in cortile. La sera ci troviamo per un tango davanti all’Alter Museum, vino rosso sul prato, su cui abbiamo steso delle tovaglie.

«Dovresti vedermi mentre dormo, mentre ti sogno», sussurra Jan. «Quando mi sveglio, tu sarai già via». Io resto in silenzio. Sì un giorno sarò già via, andrò da un’altra parte. E sono partita, un giorno d’autunno, in cui fuori c’era la nebbia, mentre dentro un fuoco bruciava nel camino.©Mädchen aus Ostberlin/flickr Ma è ancora estate, e i miei occhi brillano mentre, a braccetto, saliamo il quartiere del castello a Budapest. Terme liberty, vasti parchi, palazzi ristrutturati che sanno ancora di colori freschi. Di fianco le ville grigie assopite come la Bella Addormentata nel Bosco. Da Demel compriamo della cioccolata bianca, la cui carta argentata mi scricchiola ancora fra le dita, mentre guardo con stupore la decorazione di zucchero e marzapane della vetrina. Petali di violetta canditi per le signore, cioccolato nero fondente per i signori.

Fuori dalla porta sbattiamo contro l’afa di mezzogiorno. L’aria ronzante, sopra i tetti delle case, si mischia con il rimbombare dei motociclisti, il fischio di una nave. E il nostro latte solare già finito da tempo. Dopo due settimane i nostri capelli hanno dei riflessi biondi, dai visi bruciati lampeggiano i nostri occhi blu - verdi, mentre la mattina ci guardiamo allo specchio. In spiaggia speriamo di trovare perle invece che conchiglie, ma tutto quello che ci aspetta sono schegge di vetro, che brillano al sole. Passiamo le serate sui libri, Kasper sul divano, io sul tavolo, Kasper sdraiato sul letto, dove sono accatastati i libri, io sul tavolo della cucina, mentre fuori in città si sta facendo primavera. Mi aveva promesso dei cornetti al cioccolato, dei fine settimana al mare. Invece ci sono fagioli freddi con pane e caffè dalla zia Trude, dal dialetto che non capisco. Sorrido impotente, mentre Kasper gioca con il cellulare sotto la tavola. Quando ci salutiamo, mi regala una cappelliera verde con un nastro rosso, dove in seguito conservo la sua lettera, indirizzata a “Amore mio”, mentre fuori si fa una nuova primavera, una primavera piena di tulipani mischiati con lo strepitare delle biciclette sulle strade scoscese e l’odore del mare oltre la diga.

Primo premio. Questa storia ha vinto il primo premio del concorso tedesco Giovani Reporter. Il tema era: Verliebt in Europe  (Innamorati dell’Europa). Nurith, 24 anni, ci fa rivivere il suo viaggio e i suoi incontri attraverso l’Europa.