Cinque minuti di Europa sulle elezioni americane

Articolo pubblicato il 08 novembre 2016
Articolo pubblicato il 08 novembre 2016

Trump o Clinton? Lo sapremo tra qualche ora (si spera... I precedenti non sono confortanti). Nel frattempo abbiamo deciso fare qualche domanda in giro, chiedendo opinioni, impressioni e pronostici sulle elezioni di questa notte ad un pezzo di Europa trapiantato negli States. Leggibili in 5 minuti, s'intende.

Vada come vada, una cosa è certa: le elezioni di oggi terranno tutti sulle spine. Per questo motivo abbiamo deciso di guardarci intorno, e chiedere l'opinione di alcuni giovani europei che vivono dall'altra parte dell'Atlantico sul voto: Fabiana31enne ingegnere italiana; Argemino, giornalista spagnolo di 32 anni; Ana Gabriele24enne lituana che lavora per una ONG; Katz, una traduttrice e studentessa di giornalismo anglo-tedesca di 22 anni. 

cafébabel: Hai un candidato preferito? Quale e perché?

Fabiana: Non mi fa impazzire nessuno dei due, ma se devo scegliere, preferisco Hillary Clinton. All'inizio puntavo su Bernie Sanders, ma se l'alternativa è Donald Trump… Non c'è neanche bisogno di parlarne.

Ana Gabriele: Non ho un candidato preferito perché non mi interessano queste elezioni, né qualsiasi tipo di elezione presidenziale. Il problema è che non credo nel modello attuale di democrazia rappresentativa.

Katz: Preferisco Jill Stein (o Bernie Sanders, quand'era ancora tra i candidati) perché affronta dei temi che Hillary Clinton e Donald Trump, secondo me, non sarebbero in grado di gestire nel modo giusto, come ad esempio la politica estera.

cafébabel: Alcuni europei non capiscono perché Hillary Clinton sia circondata da tanto odio. Come potresti spiegarlo?

Fabiana: Credo che Hillary, in un centro senso, stia pagando pegno per gli scandali di suo marito. Gli Stati Uniti hanno ancora molta strada da fare prima di raggiungere la parità dei sessi, e il fatto che non ci sia ancora stato un presidente donna ne è la prova. 

Argemino: Questa nazione è nata da una guerra contro la monarchia, quindi qualsiasi richiamo al diritto di successione, come una seconda presidenza della famiglia Clinton, non viene visto di buon occhio. Non importa quanto Hillary sia competente ed esperta, sono trent'anni che è sotto i riflettori. La sua è una voce sentita e risentita.

Ana Gabriele: All'interno della politica americana Hillary rappresenta l'elitarismo. Ha un background privilegiato, ha lavorato per uno studio legale importante, è sempre stata coinvolta in affari politici di prim'ordine ed è in buoni rapporti con le banche e le corporazioni. Il problema è che non si è mai preoccupata più di tanto di conquistare la fiducia degli elettori.

Katz: Gran parte della rabbia che provano gli americani è dovuta agli stretti rapporti di Hillary Clinton con Wall Street e, come se non bastasse, lei continua a dire di essere "a favore delle minoranze" (soprattutto di quelle latine e afroamericane). Non si possono ignorare tutte quelle persone che vengono lasciate fuori dal sistema.

cafébabel: Descrivi queste elezioni con una parola.

Fabiana: Inquietanti, allarmanti, deludenti (Sono tre parole, è vero).

Argemino: Radicalizzazione.

Ana Gabriele: LOL.

Katz: Sbalorditive.

cafébabel: Se Donald Trump dovesse vincere, dice farà costruire un muro tra gli Stati Uniti e il Messico. Cosa ne pensi?

Fabiana: È solo demagogia, questa. Alla fine non lo farà.

Argemino:  Sarebbe molto difficile e costoso costruire un muro, e probabilmente non servirebbe a niente. Trump continua a dire esagerazioni al solo scopo di accaparrarsi l'attenzione dei media. È per questo che è arrivato fin qui.

Ana Gabriele: Come se servisse a combattere l'immigrazione illegale...

Katz: Sarei proprio curiosa di sapere perché alcune affermazioni campate in aria di Tump vengono prese seriamente e altre no. Non penso che la gente creda davvero che lo farà (soprattutto perché dice lo farebbe pagare al Messico). Secondo me è il vero rischio che corriamo è la creazione di un muro simbolico (amministrativo e giuridico), è questo che mi preoccupa.

cafébabel: Di solito i media europei sono molto scettici nei confronti dei progetti e della retorica di Trump. Ma anche noi abbiamo i nostri muri della vergogna, come quello che verrà costruito a Calais per tenere i rifugiati fuori dal regno Unito. Pensi che ci sia dell'ipocrisia nel nostro criticare Trump?

Fabiana: Sì, penso che ci sia dell'ipocrisia. L'Unione europea non sta facendo una bella figura con la gestione dei flussi immigratori... Lo vediamo ogni giorno, con migliaia di morti nel Mediterraneo. Ma penso che il dibattito europeo sia più acceso rispetto a quello degli Stati Uniti per motivi storici e geopolitici.

Argemino: Gli Stati Uniti e l'Europa sono vittime del populismo. La destra è un lato della medaglia, ma non bisogna dimenticare il sospetto (soprattutto verso i rifugiati) che aleggia in FranciaGermaniaRegno Unito. Poi c'è anche il populismo di sinistra, che invece di dare la colpa agli immigrati per tutti i mali del mondo la dà ai ricchi e agli interessi di chi governa. Donald TrumpMarine Le Pen, Bernie Sanders e Pablo Iglesias fanno tutti parte dello stesso fenomeno: il crollo generale della fiducia nei principi della democrazia liberale.

Ana Gabriele: Spesso utilizziamo due pesi e due misure per giudicare le nostre azioni e quelle compiute da altri. La discriminazione etnica e razziale degli europei occidentali nei confronti degli europei orientali è ormai diffusa, per non parlare poi dei rifugiati che vengono privati della loro identità. Noi "europei" abbiamo le nostre crisi d'identità che si riflettono in queste decisioni così drastiche. E preferiamo costruire muri piuttosto che affrontarle.

Katz: Penso che negli Stati Uniti la paura degli "stranieri" o degli immigrati illegali sia più grande. Però non ho avuto modo di confrontarmi con persone di estrema destra in Europa (sia perché è socialmente meno accettabile, oltre che motivo di vergogna, sia perché rimane più in disparte: negli Stati Uniti vivi a stretto contatto con i tuoi vicini, colleghi o cugini che invece supportano Trump, li incontri per strada, non c'è bisogno di andare ai loro comizi organizzati).

cafébabel:  È quindi vero che gli Stati Uniti, una terra costruita dagli immigrati, hanno paura dell'immigrazione?

Fabiana: Gli americani sono aperti ad altre culture (anche se vanno molto fieri delle proprie), e in America c'è posto per quegli stranieri che possono giovare alla loro economia. Ma è come se avessero paura di chi non riesce a sopravvivere con le proprie forze, come alcuni immigrati e parecchi americani che vivono ben al di sotto della soglia di povertà.

Argemino: Nel 2044, secondo un censimento, i bianchi saranno meno del 50%. Negli anni Sessanta erano il 90% e oggi sono il 62%. Immagino che questo spaventi molte persone che non riconoscono più la loro idea di "America". 

Ana Gabriele: Negli Stati Uniti non ci sono infrastrutture che facilitano la costante migrazione, e questo genera terrore. Gli americani non hanno paura degli immigrati, ma dell'aumento delle tasse, dell'instabilità finanziaria e via dicendo.

Katz: I responsabili delle decisioni politiche americane hanno paura dell'immigrazione, non c'è dubbio. Ma non mi sento di dire che è così per tutti. Forse i Paesi europei hanno meno paura perché hanno imparato, a loro spese, cosa succede quando il nazionalismo prende il sopravvento?

cafébabel: Quando parli di politica/società/economia con i tuoi amici americani, ti sembra di avere una punto di vista "europeo"? 

Fabiana: Sì, decisamente! Mi ricorderò sempre una discussione con una coppia di sessantenni, marito e moglie. In sostanza dicevano che se non lavori sodo, non devi godere dei servizi primari quali ospedali e scuole: «Voglio che i miei figli frequentino una buona scuola. Perché dovrei pagare la scuola pubblica ai figli degli altri?». Probabilmente rappresentavano l'elettorato repubblicano, ma credo che tutti gli americani abbiano un forte substrato culturale basato sul concetto di "self-made-man".

Ana Gabriele: È difficile stabilire se i punti di vista cambiano a seconda del background culturale, del grado di istruzione o delle esperienze personali. Mica sono d'accordo con tutto quello che dicono francesi o olandesi solo perché sono europei anche loro.

Argemino: Noi europei veniamo da Paesi molto più vecchi. Le nostre critiche nei confronti dello Stato non sono così forti. Noi paghiamo le tasse e in cambio abbiamo l'assicurazione sanitaria, l'istruzione pubblica e riusciamo tenere sotto controllo il problema della violenza. Negli Stati Uniti tutta questa fiducia non c'è: il diritto di possedere un'arma è sacro, anche perché in questo modo tutti possono difendersi dal governo qualora dovesse trasformarsi in tirannia. Se consideriamo il classico equilibrio tra libertà e sicurezza credo che, generalizzando molto, gli americani valorizzino di più la libertà, mentre gli europei la sicurezza.   

Katalin: Ci sono cose che non mi piacciono, è vero, però gli Stati Uniti hanno anche molti lati positivi. Qui le persone sono molto più sensibili alle questioni razziali e di genere. Mi ricordo che una volta, durante un meeting in Polonia, un gruppo venne considerato "diverso" perché formato da persone provenienti da tutto il mondo. A un certo punto un americano chiese come potessero considerarlo diverso, visto che tutti i membri erano bianchi.

cafébabel: Cosa dovrebbe imparare l'Europa dagli Stati Uniti, e viceversa?

Fabiana: A valorizzare e investire sull'innovazione. L'America è veramente la terra delle opportunità. Gli americani da noi dovrebbero imparare a essere più comprensivi, soprattutto nei confronti della parte più vulnerabile della popolazione.

Argemino: Forse l'Europa potrebbe imparare a essere un po' più produttiva, costante, pragmatica e originale. E gli americani dovrebbero imparare a rilassarsi e a godersi di più la vita.

Ana Gabriele: Gli Stati Uniti dovrebbero imparare dagli europei in materia di diritti umani, protezione e responsabilità istituzionale.

Katz: I media e i cittadini europei sono più consapevoli di quello che succede nel resto del mondo, e sbandierano meno il concetto dell'eurocentrismo. Gli americani sono fortemente incentrati su se stessi, e ciò si rispecchia nell'essere ignari di quello che succede nel resto del mondo: la gente non ha nessun pretesto o motivazione per informarsi, cosa che ogni tanto si manifesta anche nelle persone più umili e aperte.