Cinema: 'La Sapienza' o i barocchismi della verità

Articolo pubblicato il 02 giugno 2015
Articolo pubblicato il 02 giugno 2015

Tutta la filmografia e la vita privata di Eugène Green sono racchiusi ne La Sapienza (2014) un film su come l'essere umano e la società hanno ceduto a certe menzogne, ma anche alla liberazione grazie a questa stessa artificiosità. Con uno stile unico, il film è uno degli esordi più importanti della stagione. 

Dire che un film è “d'autore” spaventa sin da subito molti spettatori. Normalmente si pensa che questa categoria di film (come del resto altre manifestazioni d'arte contemporanea) sia difficile da digerire, perché si tratta di film noiosi e complicati. I difensori ad oltranza, tuttavia, spesso si nascondono dietro una risposta semplicistica: ci vuole un “palato” fino per apprezzare l'arte. Ne La Sapienza, Eugène Green (1947, Stati Uniti) dimostra che sbagliano entrambe le parti. Il film indubbiamente potrebbe essere definito “d'autore” con tutti i pregiudizi che ne conseguono, ma il suo maggior pregio è la semplicità, oltre alle linee pulite con cui Green costruisce il suo lavoro.

La storia ruota intorno alla figura di Alexandre (Fabrizio Rongione), architetto sulla cinquantina che ha da poco ottenuto una posizione lavorativa di prestigio. Tra lui e sua moglie Aliénor (Christelle Prot Landman) c'è un rapporto affettuoso ma privo di passione, entrambi stanno bene e allo stesso tempo sono infelici. A causa di questa malinconia Alexandre decide di riprendere in mano un progetto della sua gioventù, uno studio sull'architetto barocco Francesco Borromini. Per questo inizia un viaggio che lo porterà da Stresa (città natale del Borromini), a Torino e a Roma. Aliénor lo accompagna in questo viaggio e tutto procede liscio fino a quando non incontrano Livinia (Arianna Nastro) e Goffredo (Ludovico Succio), due giovani fratelli che seguiranno la coppia seppur non direttamente, fornendo loro una nuova prospettiva su loro stessi.

In questo caso per poter parlare della creazione, è necessario risalire a prima:  La Sapienza è il film che lo scrittore, drammaturgo e regista francese (ha preso la nazionalità nel 1976) ha aspettato tutta la vita. La sua passione per il periodo barocco indubbiamente sfiora l'ossessione, come dimostra in un modo o in un altro nei suoi precedenti film. Questo fascino, insieme ad un marcato interesse per la costruzione linguistica, così come l'influenza del linguaggio e dei suoi diversi registri nella comprensione del mondo (argomento preferito dai filologi), si sono trasformati nei due tratti distintivi della sua filmografia.

Sotto la ricercatezza si nasconde la luce

Ne La Sapienza, Green utilizza gli stessi metodi del passato, ma con la bravura che fornisce l'esperienza. Per quanto la storia non sia complicata, lo è la costruzione dei personaggi e la dimensione meta-fittizia del film. Già dal primo minuto stupisce l'apparente opacità dei protagonisti, il loro linguaggio forzato e perfetto, oltre ai movimenti. Non si tratta di un mondo dove mancano le emozioni, ma di un mondo dove esse sono disegnate, espresse in maniera quasi pedagogica.

L'artificiosità dell'opera è palpabile, rifiuta la complicità con il pubblico e ricerca costantemente la sua attenzione. Per poter spiegare questo procedimento, bisogna rifarsi a Le Pont des Arts (2004) dove una frase rivela allo spettatore la chiave dell'universo cinematografico di Green: «L'arte barocca, nonostante le apparenze, è sempre un'espressione della verità [1]». L'artificiosità apparente del barocco eleva tutto quello che sta sotto l'eccessivo ornamento, serve come indicatore per il reale e il veritiero. Green prova a fare lo stesso coi suoi film, creando nello spettatore più una riflessione che un'emozione, sperando di ottenere quest'ultima attraverso la prima.

I personaggi quindi risultano strani agli occhi del pubblico, ma non le loro espressioni: se viene lasciato uno spazio, sarà chi guarda il film a inserire il sentimento più adatto. Questa è la “magia” del film, sicuramente più difficile di un blockbuster, ma se in film precedenti Green non aveva ancora gli strumenti adatti per ottenerla, ne La Sapienza viene consacrato come un autore maturo in grado di raggiungere l'obiettivo prefissatosi.

Anche se probabilmente a questo punto dell'articolo già si riesce ad intuire, oltre al lavoro sul copione e alla regia di Green, il successo del film sta anche nell'interpretazione degli attori, eccellenti nei quattro protagonisti e la cui preparazione non dev'essere stata, ad intuito, per niente facile. Questi personaggi, più che archetipi, sono le diverse facce di una stessa medaglia, e riusciranno a raggiungere il proprio “stato ideale” solo quando si sarà completata la connessione tra di loro. Tutti hanno bisogno l'uno dell'altro, senza saperlo, e questa è la chiave tematica del film: la correlazione degli esseri umani, l'arricchimento attraverso il contrario, ma anche la necessità di conciliare i vari aspetti di se stessi; in altre parole, la costruzione dell'individuo.

La Sapienza non è un film da vedere la domenica pomeriggio in tranquillità. Il codice formale con cui è costruito il film è sufficientemente semplice ed intuitivo per essere colto da chiunque; e indubbiamente la storia, grazie a questo modo particolare di essere raccontata, rivela a ciascuno alcune delle menzogne private, per cui molte volte la ricercatezza svela in modo diretto la verità.

[1] Traduzione dell'autore: «L'art baroque, malgré les apparences, est toujours une expression de la verité».