Ciao Bella: Giovani, carini e costretti a lasciare l'Italia

Articolo pubblicato il 05 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 05 dicembre 2014

Gli ultimi dati OCSE parlano chiaro: in Italia non si investe abbastanza sui giovani. Sebbene alcuni grandi passi siano stati fatti, i giovani continuano a lasciare la Bella Italia per orizzonti più ampi.

Le vacanze estive sono uno di quei rari momenti annuali in cui alcuni pezzi della famiglia, sparsi qua e là per il mondo, si riuniscono sotto lo stesso tetto. Quest’anno è stato il turno della mia prozia, torinese d’adozione ma di origini siciliane. Nipoti e pronipoti si gettano a mare per combattere la calura estiva,  lei guarda dalla battigia immergendo i polpacci in acqua.

«Non ho mai imparato a nuotare, ai miei tempi non esisteva l’idea di andare in spiaggia a fare il bagno». «Zia, ma Bagheria è sul mare e fa così caldo durante l'estate, come potevi non fare il bagno?»

«Mia madre aveva sempre un bambino in pancia e uno da tenere per mano, non aveva il tempo di portarci. Poi mio padre è morto durante la guerra e a tredici anni io e miei fratelli lavoravamo già in una fabbrica di spazzole per mantenere la famiglia.»

Lei e tutti i suoi fratelli, otto in tutto, non hanno avuto una vita facile. Non stupisce che tutti, una volta diventati adulti, abbiano tentato la sorte emigrando in Nord Italia, Stati Uniti o Sud America.

Ad alcuni è andata bene e hanno migliorato le proprie condizioni di vita, ad altri meno e hanno continuato a condurre una vita stentata in un paese straniero. In ogni caso nessuno è più tornato nel paese d’origine se non per le vacanze.

L’Italia da allora ha vissuto una grande crescita economica mentre la sua società si è evoluta. Racconti come questi sembrano così lontani dalla nostra realtà e per la mia generazione sembrano solo un'istantanea dal passato.

Eppure, sebbene le nostre condizioni di vita siano decisamente migliori di quelle dei nostri nonni, i giovani del mio paese non possono dirsi soddisfatti e continuano ad emigrare in cerca di una sorte migliore.

Quando vivevo in Belgio un momento in particolare mi ha segnato a riguardo. Ero in un bar di Bruxelles  con altri ragazzi italiani lì come me per tirocinio o lavoro. Discutevamo tra uno scherzo e l’altro sull’appellativo expat con cui i belgi si riferiscono a noi immigrati europei. Ad un certo punto uno di noi ha rotto l’aria scherzosa del discorso affermando con tono piuttosto cinico di rifiutare un tale termine: “Non mi sento un’expat, io mi sento un’emigrante proprio come mio nonno”. 

Nonostante il Belgio offra per certi versi una buona qualità di vita resta un paese piovoso e freddo, che manca di un’identità nazionale univoca e convive con parecchi problemi sociali. A quel punto però, gran parte dei presenti ha convenuto di essersi traferito alla ricerca di un’opportunità lavorativa inimmaginabile in Italia. Quasi sarebbero tornati volentieri a casa, se vi avessero trovato le stesse opportunità. 

L’eventualità appare però piuttosto lontana guardando alle ultime analisi dell’OCSE. La disoccupazione giovanile in Italia è a livelli record, il 53% dei giovani occupati ha contratti di lavoro precario e il 70% dei nuovi contratti sono a tempo determinato. La causa è la crisi economica, ma soprattutto una politica ventennale di riduzione degli investimenti su istruzione e formazione degli under 25, in netto contrasto con quanto avviene negli altri paesi europei. A ciò si è aggiunto quel fenomeno di ricerca del lavoro attraverso rete informale (conoscenze, clientelismo) a causa dell’inefficacia delle agenzie interinali.

Noi giovani cresciamo ormai nell’amara consapevolezza che i posti al sole sono limitati e che perseguire i propri sogni spesso voglia dire trasferirsi in un paese dove lamentarsi del clima offrirà sempre un argomento di conversazione ogni qualvolta si incontrerà un altro italiano.

E la disoccupazione colpisce tanto i ragazzi senza qualifiche che i qualificati. In alcuni casi essere giovani troppo qualificati diventa un deficit: i datori di lavoro scartano i candidati troppo qualificati poiché temono che questi possano essere scontenti delle condizioni di precariato che intendono offrire.

Per molti, dunque, la possibilità di perseguire una carriera in linea con i propri studi o ottenere finanziamenti per portare avanti progetti innovativi equivale a guardare fuori dall’Italia.

Questo fa sì che i “migliori” partano e un paese che esporta i suoi talenti,  perde le sue risorse più preziose. L’economia italiana spende soldi per istruire i giovani ma non beneficia dei ritorni economici e sociali di tale investimento.

Gli studenti italiani ricevono una tra le migliori preparazioni accademiche teoriche d’Europa e all’estero sono molto apprezzati per questo. Al contrario, pochi scelgono l’Italia a causa della mancanza di meritocrazia e di mobilità sociale.

Alcuni piccoli passi sono stati fatti, ma sono ancora insufficienti a invertire la tendenza.  Soltanto un’ inversione di rotta delle politiche giovanili e culturali può permettere a chi lo desidera di rimanere in Italia e realizzarsi con una possibilità concreta. Fino ad allora i giovani partiranno alla ricerca di luoghi in cui non si assista ad un appropriamento indebito di spazi di realizzazione nella società e continueranno a comprare biglietti aereo low cost per visitare i nostri amici sparsi per il mondo.