Chi ha ucciso Anna Politkovskaja?

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014
Articolo pubblicato il 19 giugno 2014

Il tri­bu­na­le di Mosca ha con­dan­na­to i cin­que ese­cu­to­ri del­l'o­mi­ci­dio della gior­na­li­sta russa ma il man­dan­te resta im­pu­ni­to. Prima di mo­ri­re, la re­por­ter aveva de­nun­cia­to mi­nac­ce dal Crem­li­no a causa delle sue in­chie­ste sulla se­con­da guer­ra in Ce­ce­nia.

Sono stati con­dan­na­ti i cin­que pre­sun­ti as­sas­si­ni di Anna Po­li­t­ko­v­ska­ja, la re­por­ter russa uc­ci­sa otto anni fa a causa delle sue in­chie­ste sulla Ce­ce­nia. La sen­ten­za, pro­nun­cia­ta lo scor­so 9 giu­gno dai giu­di­ci del tri­bu­na­le di Mosca, ha ri­co­no­sciu­to i re­spon­sa­bi­li del­l’o­mi­ci­dio, anche se non è an­co­ra stata fatta luce sulle vere ra­gio­ni del­l’ag­gua­to né sono stati in­di­vi­dua­ti i le­ga­mi tra l’as­sas­si­nio e le mi­nac­ce ri­ce­vu­te dalla gior­na­li­sta prima del 2006.

Ven­ti­cin­que mesi prima di es­se­re as­sas­si­na­ta, era stata vit­ti­ma di un'in­ti­mi­da­zio­ne men­tre si tro­va­va a bordo di un aereo che l’a­vreb­be con­dot­ta nel cuore del Cau­ca­so. In una scuo­la di Be­slan, in Os­se­zia del Nord, cen­ti­na­ia di mi­no­ri erano stati presi in ostag­gio. E i media russi de­scri­ve­va­no la vi­cen­da oscu­ran­do i mo­ti­vi reali di quel se­que­stro, un se­que­stro lampo che verrà ri­cor­da­to come la Stra­ge di Be­slan per il nu­me­ro di bam­bi­ni (186) e di adul­ti che fu­ro­no mas­sa­cra­ti a se­gui­to del­l’in­ter­ven­to degli agen­ti russi.

L’in­ten­to di Anna Po­li­t­ko­v­ska­ja era quel­lo di an­da­re a sca­va­re lì dove i gior­na­li­sti schie­ra­ti dalla parte del Crem­li­no non erano mai ar­ri­va­ti. Chi tentò di uc­ci­der­la a bordo del­l’ae­reo per l’Os­se­zia? “Av­ve­le­na­ta da Putin”, ti­to­la­va il Guar­dian il 9 set­tem­bre 2004, pub­bli­can­do un ar­ti­co­lo scrit­to pro­prio dalla Po­li­t­ko­v­ska­ja ed in cui la gior­na­li­sta ac­cu­sa­va i ver­ti­ci del go­ver­no russo di aver or­di­na­to l’at­ten­ta­to ai sui danni.

AS­SAS­SI­NA­TA NEL GIOR­NO DEL COM­PLEAN­NO DI PUTIN

Tre, in­ve­ce, fu­ro­no i colpi di pi­sto­la che con­dan­na­ro­no a morte la gior­na­li­sta. Era il 7 ot­to­bre 2006, Vla­di­mir Putin com­pi­va 54 anni men­tre Anna Po­li­t­ko­v­ska­ja ve­ni­va am­maz­za­ta nel­l’a­trio della sua abi­ta­zio­ne, a Mosca. Ad uc­ci­der­la un com­man­do di al­me­no cin­que per­so­ne, tutte ri­co­no­sciu­te col­pe­vo­li, lo scor­so 9 giu­gno, dal tri­bu­na­le mo­sco­vi­ta: Ru­stam Ma­kh­mou­dov e Lom-Ali Gai­tu­ka­jev, ri­te­nu­ti ri­spet­ti­va­men­te la "mano ar­ma­ta" e la "men­te" del­l’as­sas­si­nio, sono stati con­dan­na­ti al­l’er­ga­sto­lo; con­dan­ne anche per due fra­tel­li  e un ex fun­zio­na­rio di po­li­zia, che per il giu­di­ce avreb­be­ro preso parte al­l’ag­gua­to ai danni della re­por­ter. Le pene sono state com­mi­na­te dopo che la Corte Su­pre­ma ave­va­no an­nul­la­to la prima sen­ten­za di col­pe­vo­lez­za ai danni dei cin­que per “vizi pro­ce­du­ra­li gravi” e men­tre il tri­bu­na­le di Mosca con­dan­na­va un altro pre­sun­to man­dan­te del­l’o­mi­ci­dio. Si trat­ta di Dmi­tri Pa­vliut­chen­kov, ex co­lon­nel­lo della po­li­zia, spe­di­to al car­ce­re duro per aver pe­di­na­to la gior­na­li­sta e for­ni­to agli as­sas­si­ni in­for­ma­zio­ni utili al fine di or­ga­niz­za­re l’ag­gua­to.  

È l’ex te­nen­te co­lon­nel­lo, al mo­men­to, l’u­ni­co pre­sun­to man­dan­te ad es­se­re stato pro­ces­sa­to per l’o­mi­ci­dio della Po­li­t­ko­v­ska­ja. La sua de­ci­sio­ne di col­la­bo­ra­re con la giu­sti­zia, e quin­di la no­ti­zia che l’a­gen­te fosse pron­to a ri­ve­la­re no­ti­zie scot­tan­ti sul­l’o­mi­ci­dio Po­li­t­ko­v­ska­ja aveva mosso la stam­pa di tutto il mondo. Ma le ac­cu­se di Pa­vliut­chen­kov erano pre­su­mi­bil­men­te tese sol­tan­to ad in­ca­stra­re i ne­mi­ci di Putin: il man­dan­te del­l’o­mi­ci­dio ri­co­nob­be come or­ga­niz­za­to­ri del­l’ag­gua­to un se­pa­ra­ti­sta ce­ce­no e un oli­gar­ca russo, en­tram­bi acer­ri­mi ne­mi­ci di Vla­di­mir Putin. “Pa­vliut­chen­kov dice solo quel­lo che gli in­qui­ren­ti vo­glio­no che dica”, aveva com­men­ta­to, in me­ri­to alle ac­cu­se del­l’ex te­nen­te, il vi­ce­di­ret­to­re de la "No­va­ja Ga­ze­ta", il quo­ti­dia­no per cui la Po­li­t­ko­v­ska­ja la­vo­ra­va al tempo del­l’o­mi­ci­dio.

LE IN­CHIE­STE PER SFUG­GI­RE ALLA CEN­SU­RA

Le no­ti­zie rac­col­te dai re­por­ter russi in me­ri­to al caso Po­li­t­ko­v­ska­ja e i dubbi sulla vera iden­ti­tà del man­dan­te del­l’as­sas­si­nio giun­go­no in Eu­ro­pa prin­ci­pal­men­te gra­zie al­l’in­for­ma­zio­ne che passa at­tra­ver­so in­ter­net. Sì, per­ché i gior­na­li­sti an­ti-Crem­li­no con­ti­nua­no ad ur­la­re il pre­sun­to si­len­zio pi­lo­ta­to della stam­pa russa e ad af­fi­dar­si ai mass media che sfug­go­no a una pos­si­bi­le cen­su­ra. “È as­sur­do – scri­ve­va la Po­li­t­ko­v­ska­ja in un suo ar­ti­co­lo del 2004 - ma non era forse lo stes­so du­ran­te il co­mu­ni­smo, quan­do tutti sa­pe­va­no che le au­to­ri­tà di­ce­va­no idio­zie ma fin­ge­va­no che l'im­pe­ra­to­re fosse ve­sti­to? Stia­mo ri­ca­den­do nel­l'a­bis­so so­vie­ti­co (...) Tutto quel che ci ri­ma­ne è in­ter­net, dove si può an­co­ra tro­va­re li­be­ra­men­te in­for­ma­zio­ne. Per il resto se vuoi con­ti­nua­re a fare il gior­na­li­sta, devi giu­ra­re fe­del­tà as­so­lu­ta a Putin”.

I RAC­CON­TI DEL MAS­SA­CRO IN CE­CE­NIA

I re­por­ta­ge di "Anja", come gli amici chia­ma­va­no la gior­na­li­sta russa, de­scri­ve­va­no in pro­fon­di­tà la real­tà della se­con­da guer­ra ce­ce­na, quel con­flit­to tanto san­gui­no­so quan­to blin­da­to ai gior­na­li­sti russi e di tutto il mondo. Le cause delle osti­li­tà tra la Fe­de­ra­zio­ne russa e la Ce­ce­nia erano ap­pa­ren­te­men­te pa­le­si a tutti: da un lato la de­mo­cra­zia russa, dal­l’al­tro bande di se­pa­ra­ti­sti ce­ce­ni unite a grup­pi di fon­da­men­ta­li­sti che vo­le­va­no la rein­tro­du­zio­ne della sha­ria. Anna Po­li­t­ko­v­ska­ja vo­le­va che ve­nis­se­ro ri­ve­la­te le vere ra­gio­ni del con­flit­to e so­prat­tut­to vo­le­va rac­con­ta­re le sto­rie della po­po­la­zio­ne ce­ce­na, vit­ti­ma di un vero e pro­prio ge­no­ci­dio. E lo fa­ce­va in modo pun­tua­le, an­dan­do nei  vil­lag­gi sco­no­sciu­ti al­l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca, lì dove il mas­sa­cro di in­no­cen­ti po­te­va com­pier­si nel­l’in­dif­fe­ren­za co­mu­ne. Era que­sto l’u­ni­co modo per ot­te­ne­re no­ti­zie lim­pi­de, non fil­tra­te dal ser­vi­zio della stam­pa mi­li­ta­re.  Era que­sto l’u­ni­co modo per dare voce alle vit­ti­me si­len­zio­se. Un amore per la ve­ri­tà che l’ha fatta scap­pa­re via da un de­sti­no che per lei aveva in mente un in­gres­so fa­ci­le nel­l’al­ta so­cie­tà russa e le ha fatto im­boc­ca­re in­ve­ce la stra­da della morte. “Es­se­re una per­so­na in Ce­ce­nia – si legge in un ar­ti­co­lo fir­ma­to dalla Po­li­t­ko­v­ska­ja e ri­por­ta­to su ‘In­ter­na­zio­na­le’ - non ha lo stes­so si­gni­fi­ca­to che in oc­ci­den­te. Una per­so­na in Ce­ce­nia è un sog­get­to bio­lo­gi­co privo di qual­sia­si di­rit­to e della pos­si­bi­li­tà di con­ta­re sulle strut­tu­re dello Stato”.