Chi ha paura dello Ius soli in Italia 

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2017
Articolo pubblicato il 12 ottobre 2017

Tra polemiche, scioperi della fame e razzismi, in Italia si torna a parlare della riforma per la cittadinanza. Sono un milione le persone nate nel Belpaese ma che non ce l’hanno scritto sul passaporto e che aspettano una legge bloccata al Senato da due anni. Storie di chi ha vissuto l’Odissea per la cittadinanza sulla propria pelle. 

Con la riforma sulla cittadinanza, si è fatto strada nelle case italiane, attraverso un bombardamento di notizie su quotidiani e telegiornali, un altro termine: ius soli. Definizione impropria per etichettare il disegno di legge che non prevede in alcun punto l’applicazione del diritto della cittadinanza alla nascita (cosa che avviene negli Stati Uniti con lo ius soli). Si parla, invece, di ius soli temperato che ha una serie di limitazioni e requisiti molto molto precisi. L’Italia, dunque, non diventerebbe la “sala parto dell’Africa e dei terroristi” come hanno scritto alcune delle testate nazionali.

"L'Italia è una madre che non ci vuole come figli"

L’effetto immediato e più significativo di questa legge, se dovesse passare, sarebbe correggere l’antitesi che caratterizza la vita di quasi un milione di ragazzi (secondo i dati Istat). L’antitesi tra status reale e quello percepito. Perché il dramma delle cosiddette seconde generazioni, formate da giovani nati o cresciuti sul territorio nazionale, è che si sentono italiani, ma di fatto non lo sono. Soprattutto, la legge andrebbe ad incidere favorevolmente nei confronti di quei diciottenni che altrimenti avrebbero un solo anno di tempo per fare domanda di cittadinanza. O ancora di chi, istruito dalla scuola italiana, deve aspettare 10 anni e farsi carico di un lunghissimo procedimento burocratico, complicato anche a livello economico, ai fini della naturalizzazione.

Tutte le polemiche nascono attorno alla paura: paura del diverso, paura di un’integrazione che non funziona, paura di una minaccia terroristica. In questo momento in Italia c’è chi evoca il pericolo di una sostituzione etnica, chi parla di cittadinanza facile e chi di islamizzazione della società.

Negare la cittadinanza significa dire no a dei soggetti che risiedono regolarmente, sono registrati all’anagrafe, hanno un dottore, vanno a scuola, sono inseriti in famiglie che pagano tasse e contributi. Per questo nelle moltissime manifestazioni degli ultimi mesi si possono leggere dei cartelli con scritto "L'Italia è una madre che non ci vuole come figli". Con molti sforzi, qualcuno ce l’ha fatta ed è diventato italiano. Cosa si deve passare per arrivare alla cittadinanza e quali sono i sogni di questi giovani?

Blessy e le attese infinite

“I miei genitori hanno ottenuto la cittadinanza prima di me”, scherza amaramente Blessy Nambio. Nata in un ospedale romano, figlia di genitori filippini giunti in Italia ormai trent’anni fa. Parla con una forte cadenza romanesca, ha 28 anni eppure ha potuto finalmente leggere la dicitura “italiana” sulla propria carta d’identità solo tre settimane fa. La sua residenza non risultava per i primi sei anni di vita, questo significa che non ha potuto fare domanda di acquisto della cittadinanza al diciottesimo anno di età, nonostante fosse in grado di esibire le vaccinazioni effettuate in quegli anni e la frequenza alla scuola materna. 

Ha dovuto allora, per più di dieci anni, rinnovare il permesso di soggiorno, prima per motivi familiari, poi di studio. Sì, perché raggiunta poi la maggiore età, la ragazza non rientrava più nei parametri di reddito fissati per richiedere la naturalizzazione.

Per Blessy, che oggi insegna italiano, la cittadinanza in sé non incide sulla sua identità di italiana, ma conta. “Carta canta”, conclude. I suoi alunni, quando dice loro di essere italiana, non si stupiscono: “la cittadinanza, in questo secolo non ha come presupposto un’etnia specifica”.

Shehan e il razzismo latente

Che la legge in materia di cittadinanza attualmente vigente dovesse essere riformata qualcuno lo aveva detto già nel 2011. Allora a Milano si erano accorti che, sebbene la legge ci fosse, pochissimi neo-diciottenni richiedevano di poter usufruire della possibilità di poterla ottenere entro il diciannovesimo anno — presumibilmente perché non ne erano a conoscenza. Il capoluogo lombardo, come altre città, aveva ovviato a questa difficoltà d’informazione con un’iniziativa particolare: inviare delle lettere al 18esimo compleanno per ricordare al ragazzo/a straniero nato in Italia che può richiedere la cittadinanza entro la 19esima candelina.  Ma questa soluzione è sempre rimasta circoscritta solo ad alcuni comuni, promossa da alcuni sindaci insieme a delle associazioni locali e mai applicata al resto del paese.

Shehan Horawala, nato a Milano ricorda il momento dell’arrivo della lettera. Da bambino i suoi coetanei lo consideravano uno straniero a causa del colore della sua pelle. “Qui— racconta— c’è ancora la cultura secondo cui per essere italiano devi essere bianco, avere determinati tratti somatici”. La sconfitta dello Stato di fronte alla realtà non regolamentata delle seconde generazioni, si evince dalle parole di Shehan: “Mai mi sono sentito tanto straniero a casa mia quanto quando ero costretto a fare la fila davanti alla questura, insieme a mia mamma, per il rinnovo del permesso di soggiorno”.

Aspettare in coda per ore, spesso al freddo, in attesa del proprio turno per consegnare la documentazione e per l’archivio delle impronte digitali — nessuno bambino che abbia subito questa esperienza dirà da adulto di esserne uscito dignitosamente.

Shehan oggi ha 28 anni e fa il broker finanziario nella città in cui è nato e cresciuto; per lui, che ha fatto il primo viaggio in Europa da maggiorenne, essere italiano significa “innanzitutto avere la possibilità di spostarsi e viaggiare liberamente”. A breve, infatti, si trasferirà a Londra con la speranza di poter continuare la sua carriera proprio lì, nel cuore della finanza. Forse, senza le giuste informazioni, Sheran non sarebbe mai diventato italiano.

Cristina e le barriere europee

Anche Cristina considera la possibilità di viaggiare con maggiore facilità una libertà che va ad aggiungersi al ventaglio di diritti che comporta l’essere italiani. Cristina Mallak è nata in Italia, ma i suoi genitori sono di origini egiziane: il padre è giunto su questa sponda del Mediterraneo per sfuggire alle persecuzioni ai danni dei Cristiani copti, lasciandosi alle spalle una laurea in Economica. Diventato italiano in seguito alla naturalizzazione, ha trasmesso la cittadinanza anche alla figlia allora minorenne. Era il 2007 e Cristina, che frequentava l’ultimo anno delle medie e a settembre dell’anno successivo avrebbe iniziato il liceo linguistico, alla cerimonia di giuramento del padre aveva suonato l’Inno di Mameli.

“Forse la mancanza della cittadinanza — racconta — mi avrebbe precluso alle superiori la possibilità di fare gli stage linguistici in Europa”. La cultura e l’istruzione sono due fattori messi in risalto anche da questo disegno di legge: accade, nel caso dei figli di immigrati, che l’Italia coltivi nelle sue scuole delle eccellenze, non tutelandone però il futuro (e il presente) con sufficienti garanzie.

Cristina in seconda superiore è stata premiata dalla sua Regione per i suoi ottimi risultati scolastici, ha poi proseguito i suoi studi laureandosi in Comunicazione Internazionale ed ha appena concluso il suo anno di Servizio Civile, che prima del 2014 aveva l'accesso bloccato per chi non aveva la cittadinanza italiana. E' stato grazie ad una petizione di quattro ragazzi di seconda generazione insieme ad ASGI (Associazione studi giuridici immigrazione) che ora anche gli "italiani senza cittadinanza" possono fare il Servizio Civile. 

Blessy, Shehan e Cristina si ritengono "fortunati", hanno ottenuto la cittadinanza. Ma per sostenere tutti gli altri che ancora aspettano nel limbo un passaporto italiano, i tre scendono ancora in piazza insieme ad altre migliaia di persone e portano avanti battaglie quotidiane per aprire nuove strade ai figli di immigrati, fantasmi non riconosciuti dal loro stesso Stato.