Che Allah benedica la Francia: film umanista sulle banlieue

Articolo pubblicato il 15 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 15 gennaio 2015

Nel suo primo film, uscito il 10 dicembre scorso, il rapper e scrittore Abd Al Malik adatta la sua autobiografia. Racconta la sua storia di figlio di immigrati, nero, estremamente dotato, allevato da una madre cattolica in un quartiere di Strasburgo. Fra delinquenza, rap e islam, scopre l'amore e trova la sua strada.

Abd Al Malik, nato Régis Fayette-Mikano, nel periodo dei suoi studi di filosofia e lettere classiche forma con degli amici il gruppo rap N.A.P. (New African Poets). Pubblica la sua prima opera Qu’Allah bénisse la France ! (Che Allah benedica la Francia ndt) nel 2004 e ottiene numerose Victoires de la musique per i suoi album da solista Gibraltar, Dante e Château Rouge. La sua seconda opera, La guerre des banlieues n’aura pas lieu (La guerra delle banlieue non ci sarà ndt), ha ottenutoil Prix Edgar-Fauredi per la letteratura politica.

Portando sullo schermo la sua autobiografia, l'autore-regista fa della sua storia una success story alla francese. Sublima il percorso iniziatico di Régis, diventato Abd Al Malik, interpretato magistralmente da Marc Zinga. Traccia le tappe della sua conversione all'islam, del suo successo musicale e della sua dedizione alla moglie

Incontro con l'attore protagonista del film, Marc Zinga

Al termine della proiezione del film nel corso del Festival del cinema mediterraneo, Marc Zinga ha risposto alle domande degli spettatori.

Innanzitutto, spiega come sono stati scelti gli attori: «Ho ricevuto il copione, poi ho partecipato a diversi casting. Ma Sabrina Ouazani (la sua partner nel film nda), è stata scelta dalla moglie di Abd Al Malik. Quando ancora stava scrivendo il romanzo, le aveva detto che nel caso di un adattamento cinematografico del libro, l'unica a poter interpretare il suo ruolo sarebbe stata Sabrina». Rivelazione ne La schivata di Abdellatif Kechiche, Sabrina Ouazani incarna la confidente e futura moglie di Régis/Abd Al Malik.

Ma la rivelazione del film è Mark Zinga, che ha avuto una nomination per i César 2015 nella categoria “miglior promessa maschile”. Sentendolo rispondere agli spettatori dopo la proiezione, si capisce il lavoro effettuato sul suo modo di parlare. Abitando a Bruxelles, ha dovuti cancellare l'intonazione belga in favore di un accento strasburghese e della parlata della zona HLM (alloggio a basso costo ndt) di Neuhof. «Ho preso molto da Abd Al Malik. E' abbastanza facile quando si vive tutti i giorni a fianco al personaggio che si interpreta».

Una capacità di appropriazione confermata dal regista quando racconta il primo incontro fra Marc Zinga e gli attori non professionisti individuati nella sua città natale per interpretare i suoi amici dell'epoca: «Hanno cominciato a provare una scena, ed alla seconda ripresa Marc aveva assorbito tutti i loro modi di dire».

Le prove hanno avuto luogo soprattutto prima delle riprese, per procedere veloci una volta in scena. A proposito dell'improvvisazione, Marc Zinga rivela: «Eravamo molto liberi nei dialoghi. Le repliche scorrevano, considerando che l'importante era rispettare soprattutto le intenzioni dei personaggi e le dinamiche del gruppo. Qualche volta Abd Al Malik insisteva perché utilizzassimo certe parole, ma in linea di massima, anche se non si rispettava il copione alla lettera, non c'erano problemi».

Da Scarface a L'odio

Perché è stato scelto il bianco e nero? Innanzitutto Abd Al Malik desiderava realizzare un “anti-Scarface". «Ho visto con i miei occhi degli amici morire perché avevano visto quel film e credevano di essere Tony Montana. Se il cinema può essere veicolo di morte, può anche portare la vita».

L'odio costituisce un altro riferimento fondamentale. Anche il primo film francese sulle banlieue, diretto da Mathieu Kassovitz nel 1995, è in bianco e nero. Anche se privo di riferimenti cronologici, Qu'Halla benisse la France sembra avere inizio proprio dove finisce L'odio. Abd Al Malik affronta di petto la questione religiosa fin nelle sue estreme derive, mentre l'argomento non era ancora d'attualità per Mathieu Kassovitz.

Il regista ha voluto anche rendere omaggio al neorealismo italiano. Cita ad esempio il film Rocco e i suoi fratelli, «che è innanzitutto un ritratto umano». Infine, il bianco e nero è una strizzatina d'occhio ai film di Carné e Prévert. Pensiamo a Les Enfants du Paradis e alla prosa poetica di Prévert che Abd El malik riecheggia. Nel film canzoni e dialoghi sono completati da una voce fuori campo che riprende alcuni passi dell'autobiografia.

Oltre allz sue Gibraltar o Soldat de Plomb, riprese nel film, il rapper-regista si è avvalso della collaborazione di suo fratello Bilal, di sua moglie Wallen e di Laurent Garnier per creare una colonna sonora con un mix di rap, R'n'B e musica elettronica. La musica accompagna il viaggio di Régis dalla ricerca della parola (e del ritmo giusto per un verso di rap) alla traversata di un passaggio pedonale con i membri del suo gruppo, modello Beatles.

Un percorso umanistico

Qu'Allah bénisse la France è in primo luogo il ritratto di un ragazzo che diventa adulto. Il film traccia il conflitto interiore del personaggio fra studio, delinquenza, rap, islam e amore. La sceneggiatura è intelligente e realistica. Ci lasciamo trasportare in questa corsa a mille all'ora con la sua futura moglie, intervalltata da pause poetiche fuori dal tempo, in una Strasburgo bucolica o nella sua ricerca spirituale in Marocco.

E' anche il ritratto di un quartiere e dei suoi abitanti, gente comune. Alcuni piani della pellicola hanno più cose in comune con un documentario che con un film, come quando il regista coglie dal vivo gli abitanti del suo quartiere, che si tratti di una giovane coppia col bimbo in carrozzella o di due amici che si godono il sole in riva al fiume. Momenti di calma che restituiscono l'umanità a questi uomini e a queste donne in una quotidianità simile a quella di ognuno di noi. Con questo film Abd Al Malik voleva «mostrare effettivamente che umanità e cittadinanza non si fermano alle porte delle banlieue, che ci sono anche esseri umani (che ci vivono)».

Ma, come dice il titolo, Qu’Allah bénisse la France non è un film sulle banlieue, è «un film sulla Francia, su una certa storia della Francia»Un paese multirazziale, in cui non tutto va così male come vorrebbero farci credere.

Se Abd Al Malik  spera, in questo film,«di parlare dei treni che arrivano in orario», tuttavia non nega il peso del determinismo sociale: «Ho avuto la fortuna che qualcuno mi dicesse che ero intelligente, e ho agito di conseguenza. Siamo definiti dallo sguardo che ci rivolge la gente. Ci sono tanti ragazzi a cui è stato detto "sei un cretino, sei un delinquente, non sei francese" e anche questo può condizionare. (...) Le rivolte del 2005 erano una forma di suicidio, un modo per far sapere al mondo che esistiamo e soffriamo».

Ma soprattutto lui desidera «fare luce sulla maggioranza silenziosa piuttosto che sulle minoranze estremiste» e «Parlare delle banlieue e dell'islam dell'interno per rispondere ai fantasmi sulla banlieue, l'islam e il rap”. E aggiunge «L'islam, come il giudaismo e il cristianesimo, tre religioni sorelle, è una religione di pace e amore. (…) Mentre si dice che i Musulmani non amano la Francia, per me, in quanto musulmano, era importante dire che amo la Francia, che amo il mio paese e quindi, per estensione, che noi amiamo la Francia, che amiamo il nostro paese».

Con Qu’Allah bénisse la France, Abd Al Malik ci offre una rara testimonianza sull'islam e le periferie. Se ne viene fuori più informati sul proprio paese e su questa religione e questi terroristi troppo spesso fonte di pregiudizi e paure. Se qualche critico rimprovera al film un certo moralismo, non si può comunque negargli lucidità e ottimismo, qualità abbastanza rare per suggerirvi vivamente di andare a vedere il film.